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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Attualità
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EL ALAMEIN: manco’ la fortuna non il valore
Gerardo Giacummo
Il titolo riporta le parole che
i soldati del 7° bersaglieri scrissero sulla lapide della fotografia a lato: è
vero, mancò la fortuna, non quella spicciola ma quella maiuscola,
erano giunti a soli 111 km da Alessandria d’Egitto e il successo sembrava a
portata di mano.
Vorrei soffermarmi un momento su questo antefatto della battaglia.
Ad El Alamein erano giunti pochi uomini e pochissimi mezzi, meno di 5000 uomini
con soli 18 carri e pochissimo altro armamento, la rapida avanzata lungo la
costa aveva lasciato indietro molti uomini con un relativo equipaggiamento sia
per presidiare i punti più sensibili della retrovie sulla costa, Sidi El
Barrani, Marsa Matruck, Fuka, che divennero luoghi di approvvigionamento diretto
dal mare, sia per presidiare ampi tratti della distesa desertica verso
l’interno, con capisaldi isolati in pieno deserto
per contrastare le eventuali e pericolosissime incursioni del Long Range Desert
Group e dello Special Air Service,. A queste depauperazioni necessarie
dell’armata italo-tedesca, si aggiungevano le perdite dovute ai combattimenti
e all’usura del materiale, le distanze che avevano avvicinato il fronte ad
Alessandria erano diventate enormi: 2000 km dalle basi di partenza erano davvero
tanti e le condizioni delle piste non favorivano certo spostamenti rapidi.
E ritorniamo alla fortuna che mancò. L’offensiva di Rommel,
iniziata il 26 maggio con l’aggiramento dell’incompleto campo trincerato
britannico formato dal quadrilatero che univa Ain el Gazala, Bir Hacheim, Bir el
Gobi e Tobruch, era partita con forze inferiori a quelle del nemico, solo nel
settore aeronautico era presente una relativa supremazia, Rommel attaccò e
all’inizio sembrò che avesse sbagliato i calcoli: la mancanza di carburante e
di acqua minacciò di immobilizzare in piena azione i reparti attaccanti, poi la
mancanza di improvvisazione e la lentezza britannica nel reagire permisero il
colpo da maestro che fu la conquista del caposaldo principale, Tobruch.
Ognuno è costruttore della propria fortuna, ma senza mezzi e rifornimenti
rapidi un’armata non ha libertà di movimento e di azione, la penuria di
benzina durante un combattimento di carri può portare al loro immobilizzo e
alla conseguente distruzione: se pensiamo che il carburante arrivava in Italia o
in Grecia dalla Romania, veniva caricato sulle navi, quando le navi non erano
affondate durante la traversata verso la Libia, veniva scaricato a Tripoli e poi
raggiungeva via terra le truppe al fronte si può capire che un litro di benzina
viaggiava per più di un mese prima di essere consumato!
Che
dire poi del resto dell’equipaggiamento e delle armi? Se i tedeschi potevano
permettersi qualche carro come il MarkIII speciale o il MarkIV all’altezza dei
Grant o degli Stuart inglesi, cosa potevano fare gli italianissimi M13/40 e
M14/41? Appena migliore era la situazione nel campo delle artiglierie e in campo
aeronautico.
Questa, a ben guardare, è la base della Fortuna che mancò ai soldati giunti ad
El Alamein il 1° luglio 1942. Immediatamente Rommel lancia un attacco per
sfondare quelle che ancora erano linee non consolidate: la 90° divisione
tedesca tenta l’aggiramento del perimetro di El Alamein difeso dalla 3°
brigata sudafricana, il DAK attacca in direzione di Deir el Abyad e poi verso
Deir el Shein, ma fra il 2 e il 4
luglio è respinto due volte sul ciglione del Ruweisat, i combattimenti sono
continui ma la
resistenza inglese è forte e i suoi contrattacchi micidiali.
Nel giro di pochi giorni l’armata italo-tedesca si scagliona verso l’interno
fino a raggiungere la depressione di El Qattara il 9 luglio. La battaglia di
arresto condotta dai britannici ha avuto pieno successo, il sogno di Rommel di
raggiungere Alessandria e il Nilo e più in là, in Medio Oriente, congiungersi
alle armate tedesche scendenti dalla Russia attraverso il Caucaso, era rinviato
a data da destinarsi..
I mesi passano fra continue battaglie e scaramucce, lo schieramento
italo-tedesco lontanissimo dalle sue basi logistiche riceve rifornimenti con il
contagocce, mentre quello britannico, a poca distanza dai porti di Alessandria e
del canale di Suez, costituiva nuove unità e rafforzava quelle che avevano
fatto la ritirata dalla Cirenaica e che avevano ormai maturato una vasta
esperienza nella guerra del deserto.
Il 30 agosto Rommel sferra un nuovo attacco in direzione di Alam el Halfa,
avanza con difficoltà fra i campi minati e sotto gli attacchi continui della
Raf, viene a mancare il carburante, in mare è stata affondata una petroliera
diretta a Tobruch, la Pozarica, il 2 settembre l’attacco è sospeso, non si può
marciare con i serbatoi asciutti.
E’ il primo successo del nuovo comandante inglese, il generale Bernard Law
Montgomery, subentrato il 15 al generale Auchinlek che era riuscito a fermare
prima e imbrigliare poi gli attacchi italo-tedeschi. Questa sostituzione era
stata voluta dal premier britannico Churchill, le cui vedute politiche poco si
accordavano con le azioni militari: Churchill voleva che Auchinleh distruggesse
l’armata avversaria per facilitare lo sbarco anglo-americano, ormai
preventivato, nell’Africa Settentrionale, nei possedimenti della Francia di
Vichy sotto il dominio tedesco.
E si giunge al 23 ottobre, alle 20,45, ora italiana. Prima lungo il fronte
tenuto dal XXX corpo inglese e poi in rapida successione lungo tutti i 48 km,
dal mare alla depressione di El Qattara, le artiglierie inglesi cominciano a
bombardare arando il deserto metro per metro, è una concentrazione di fuoco
tale che in Africa non si è mai vista, sono più di 1000 i pezzi impegnati, la
1ma divisione corazzata inglese ha il compito di attraversare i campi minati e
puntare al ciglione Kidney, poco più a sud la 10ma divisione corazzata deve
attraversare il campo minato e dirigersi al ciglione El Mitelriya.
La giornata del 24 ottobre continua in una lotta di sgretolamento del
dispositivo attaccato. I tedeschi non cedono, anzi la resistenza con il passare
delle ore si è irrobustita, i corridoi nei campi di mine sono particolarmente
presi di mira, si è quasi in una posizione di stallo quando Montgomery decide
di spostare l’attacco al settore nord dello schieramento: la divisione
australiana ha il compito di sfondare il fronte nel suo settore, il disegno
finale è di impadronirsi della pista chiamata di Sidi Abd-el-Rahman. Questa
manovra avrebbe comportato l’isolamento del settore costiero e la crisi per le
linee di rifornimento italo-tedesche dirette a sud dello schieramento. Il 28 e
29 aspri combattimenti infuriarono fra gli australiani e gli avversari, ma il
controllo della pista rimase in mani britanniche, ora è giunto il momento della
spallata finale da parte di Montgomery, l’operazione “Supercharge” che
viene scatenata nel punto di giunzione fra lo schieramento tedesco e quello
italiano.
All’1 del mattino del 2 novembre viene sferrato l’attacco su un fronte di
appena 3600 metri con un bombardamento di più di 300 bocche da fuoco,
destinazione dell’attacco Tell el-Aqqaqir, di fronte c’è la 15ma panzer, è
un convulso combattimento che si conclude solo il giorno successivo quando in un
settore più a sud la 51ma Higland e la 4ta divisione indiana operano il loro
sfondamento con un attacco improvviso.
Più a sud ancora si compie il sacrificio finale di una grande unità italiana,
la divisione paracadutisti Folgore. Strana sorte per questa unità d’élite,
addestrata ai lanci a Tarquinia, destinata a lanciarsi sull’isola di Malta e
portata ad estinguersi nelle sabbie del deserto al limite della depressione di
El Qattara. Impegnata fin dal primo giorno sulle modeste alture di Deir el
Munassib, di Qaret el Himeimat e Nagh Rala, i suoi uomini respinsero ogni
attacco nemico, uomini che avevano sognato di scendere
dal cielo, gloriosamente vi salirono. Gli stessi avversari li citarono con
ammirazione, da Radio Cairo “...in modo particolare la divisione Folgore, che
ha resistito al di là di ogni possibile speranza” , “Dobbiamo inchinarci
davanti ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore...”, “Gli ultimi
superstiti della Folgore sono stati raccolti esausti nel deserto. La Folgore è
caduta con le armi in pugno”.
E che dire dell’ultimo messaggio radio della divisione corazzata Ariete?
“Carri nemici fatta irruzione a sud dell’Ariete, con ciò Ariete
accerchiata. Trovasi circa 5 km nord-ovest Bir el Abd. Carri Ariete
combattono”.
La più grande battaglia in terra africana finisce con la ritirata delle
superstiti truppe italo-tedesche, un cammino all’indietro che non avrà più
soste fino a Tunisi e al 13 maggio 1943, quando finisce la guerra d'Africa e
comincia la fine della colonizzazione. Quattro giorni dopo la fine della
battaglia di El Alamein, l’8 novembre 1942 iniziano gli sbarchi
anglo-americani sulle coste atlantiche del Marocco e su quelle mediterranee
dell’Algeria.
Ricordiamo anche qualcuno degli uomini che questa battaglia l’hanno vissuta in
prima persona, dal capitano parà Guido Visconti di Modrone
morto qualche giorno prima del 23 ottobre, al tenente colonnello Izzo che
sul Haret el Himeimat comanda con il grido risorgimentale “Savoia” una
carica di 93 uomini armati di baionette, armi individuali e bombe a mano,
all’attacco di tre battaglioni britannici e degaullisti. Ferito ad un
ginocchio, resta in linea fino alla conclusione dell’azione.
L’attacco contro l’Himeimat ha coinvolto anche altre unità, cade il
colonnello Ruspoli Marescotti e poco più a nord il tenente Costantino Ruspoli
fratello del precedente, gli uomini della compagnia Cristofori
attaccano i carri con ogni mezzo, con bottiglie incendiarie e bombe a
mano fanno miracoli, sono solo 70 uomini ma riescono a bloccare l’avanzata dei
tank dopo averne distrutto 22.
E riescono a fare anche numerosi prigionieri.
Il 29 ottobre, nel settore sud della linea di combattimento, il nemico non ha
fatto nessun progresso, ma i combattimenti non cessano, durante un
mitragliamento aereo un furiere, Biagioli, imbraccia una mitragliatrice Skoda e
fa fuoco contro gli aerei, le pallottole rimbalzano sulle corazzature e in un
attimo si conclude tutto, Biagioli è ucciso da un proiettile dirompente.
E poi l’apoteosi del massacro dal nord al sud del fronte: dal colonnello
carrista Zappalà, a Ferruccio Dardi componente di un raggruppamento esplorante,
al bersagliere Gavioli, al capitano Jachino della divisione corazzata Ariete, e
scendendo al Sud i numerosi eroi della Folgore: Stassi, Starace, Brandi,
Misserville, Ponzecchi, Gola, Simoni, Pirlone, Bandini, Cappelletto, Lustrissimi,
Alberto Bechi Luserna, Giuseppe Izzo, tanti, troppi da ricordare non per averli
conosciuti, ma per aver letto di loro, della loro gioventù, della loro
schiettezza e semplicità, del loro coraggio e della loro capacità di immolarsi
al servizio della patria.
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