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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Attualità
LA
RESISTENZA, CEFALONIA, LERO pagine della nostra storia
Gerardo
Giacummo
Negli
ultimi tempi si è fatto un gran parlare di "Cefalonia", dopo che per
anni era stata lasciata nel dimenticatoio. Ne ha parlato il presidente della
repubblica Ciampi, elogiando
il coraggio mostrato dai soldati italiani, ne è stato fatto un film americano
che ha il sapore di una burletta, cerchiamo di ripercorrere obiettivamente
quell'episodio, per trarne qualche indicazione, una possibile morale.
La seduta del Gran Consiglio del Fascismo, iniziata alle 17.00 del 24 luglio
1943 e terminata alle 3 della mattina successiva, che aveva determinato la crisi
del regime fascista e il successivo arresto di Mussolini, aveva portato
conseguenze ancora più gravi sul piano militare nei rapporti con la Germania.
Fin dal 1941 l’Oberkommando della Wermacht aveva studiato un piano di
occupazione parziale dell’Italia che portava il nome di Valchiria, aggiornato
successivamente con il piano Schwarz, dopo il 25 luglio del ’43 fu attuato con
il nome di Asse. Nei primi giorni di agosto vasti movimenti di truppe germaniche
interessarono l’Italia, con l’ingresso di numerose unità ufficialmente
dirette a combattere in Sicilia, in effetti esse si scaglionarono lungo tutta la
penisola, stazionando nei pressi dei luoghi strategicamente più importanti.
Nelle altre zone d’Europa, dove si trovavano reparti italiani, le truppe
germaniche ebbero direttive atte a neutralizzare l’alleato nel momento della
possibile defezione dalla guerra comune.
Bisogna
tenere presente che la politica mussoliniana aveva polverizzato le forze armate
italiane, distribuendole in Francia e nell’intera penisola balcanica fino
all’isola di Creta. Mussolini, se
ne avesse avuto la possibilità, avrebbe inviato divisioni anche nel Pacifico a
combattere al fianco dei Giapponesi. Già la trasformazione delle divisioni da
base ternaria a binaria, aveva moltiplicato le unità ma ne aveva diminuito
l’efficienza.
Ora, nel settembre 1943, esse si trovavano frammiste alle unità tedesche che
notoriamente erano molto più robuste e armate di quelle italiane. Il comando
supremo e lo stato maggiore dell’esercito italiano, in un promemoria del 6
settembre 1943, avevano prescritto di provvedere ai rifornimenti delle grandi
unità, di liberare gli eventuali prigionieri inglesi ed americani e di tenersi
pronti ad interrompere i collegamenti con le truppe tedesche, di impadronirsi
delle artiglierie contraeree germaniche e di rispondere agli attacchi aerei
tedeschi. Nei Balcani furono queste le disposizioni con in più l’invito ad
assicurarsi il possesso dei porti di Cattaro e Durazzo, all’11ma armata in
Grecia fu dato mandato di assicurare i tedeschi che non sarebbero stati
attaccati se non provocati, alle forze che presidiavano le isole dell’Egeo il
compito di essere vigili e di assumere
contegno offensivo e prevenire i tedeschi alla minima avvisaglia di un loro
attacco.
Queste le disposizioni verbali, che sarebbero dovute pervenire ai comandi
interessati. Nessuno degli ufficiali di collegamento latori delle presenti
disposizioni giunse in tempo a farlo, l’armistizio fu annunciato dagli alleati
verso le 18 dell’8 settembre 1943. Il successivo comunicato di Badoglio,
prescriveva la cessazione di ogni ostilità contro le forze
anglo-americane e la reazione “ad eventuali attacchi da qualsiasi altra
provenienza”. Questa è una frase di una sconcertante ambiguità non tanto per
il sottinteso chiaro a tutti, quanto la non dichiarata autorizzazione agli
attacchi nei confronti delle truppe germaniche... era come dire aspettate che
arrivi prima lo schiaffo.
In questo empasse si trovarono le forze armate italiane e numerosi furono i
fatti d’arme che scaturirono da questa situazione.
A Tarvisio i difensori della caserma Italia, dopo essere stati decimati
dall’artiglieria e rimasti senza munizioni, si difesero all’arma bianca e
furono sopraffatti da soverchianti forze nemiche. Le divisioni Murge e Macerata
ripiegarono in direzione di Fiume e Pola, ma dopo qualche giorno dovettero
cedere le armi, pressate come erano dai tedeschi e dagli ustascia del poglavnick
Ante Pavelic. Più a sud violenti combattimenti furono sostenuti a Spalato dalla
divisione Bergamo che si arrese solo il 27 settembre, con un prosieguo ancora più
tragico l’1 ottobre, con la fucilazione dei generali Cigala Fulgosi, Pelligra,
Policardi, 5 colonnelli e 41 ufficiali, condannati a morte da una corte marziale
tedesca. Il generale Cigala Fulgosi, al momento della fucilazione si strappò
dal petto la decorazione tedesca della croce di ferro. In Montenegro parte delle
divisioni Venezia e Taurinense riuscirono a contrastare i tedeschi, procurando
loro non pochi danni, si allearono poi con i partigiani
titini del comandante Peko Daprevic e formarono la cosiddetta divisione
Garibaldi, articolata in nove brigate. Anche in Albania le truppe erano
frammiste, l’armistizio provocò immediatamente la defezione dei reparti
albanesi che passarono armi e bagagli con i tedeschi, dai porti meridionali
riuscì a partire qualche nave carica di ammalati, il comandante della divisione
Perugia, generale Chiminello, fu ucciso dopo la resa con un colpo di pistola e
la sua testa infissa su una picca portata in giro dagli albanesi, 140 dei suoi
ufficiali furono fucilati “per aver fatto fuoco contro battelli tedeschi e
resistito alla cattura”.
Il generale Vecchiarelli, comandante dell’11ma armata fu l’unico a ricevere
la sera del 7 settembre il promemoria con le direttive dello stato maggiore ma,
come gli altri, fu preso in contropiede dall’annuncio dell’armistizio. Alla
promessa tedesca di far rimpatriare i soldati, il generale ordinò di non fare
causa comune con i partigiani greci e con le eventuali forze inglesi che fossero
sbarcate, provocando il risentimento dei comandi inglesi in Egitto.
Alle dipendenze di Vecchiarelli era la divisione Acqui dislocata sull’isola di
Cefalonia e a Corfù. Fra il 5 e il 10 agosto 1943, in osservanza alle direttive
dell’alto comando tedesco, erano sbarcati a Cefalonia 2.000 uomini bene armati
al comando del tenente colonnello di fanteria Hans Barge, appoggiati da un
gruppo di 8 semoventi da 75 e un gruppo da 105.
Anche qui le sensazioni provocate dall’armistizio mantengono le solite
variabili, la truppa pensava che la guerra fosse finita, curiosamente anche i
tedeschi presero parte alle manifestazioni spontanee di giubilo pensando che
riguardasse anche la Germania. I militari di grado più elevato
compresero che la cosa non era così semplice e ne ebbero conferma dalla
stazione radio di Patrasso con pochissime parole “...siamo sopraffatti dai
tedeschi...” poi più nulla. Alle ore 21 dell’8 settembre 1943, giunge al
comando di Cefalonia un radiogramma dal comando dell’XIma armata con sede ad
Atene. Ecco il testo: “Seguito conclusione armistizio truppe italiane XIma
armata seguiranno questa linea di condotta. Se tedeschi non fanno atto di
violenza truppe italiane non rivolgeranno armi contro di loro. Truppe italiane
non faranno causa comune con ribelli né con truppe anglo-americane che
sbarcassero. Reagiranno con la forza a ogni violenza armata. Ognuno rimanga suo
posto con compiti attuali. Sia mantenuta con ogni mezzo disciplina esemplare.
Comando tedesco informato quanto precede. Siano immediatamente impartiti ordini
cui sopra a reparti dipendenti. Assicurare. Firmato generale Vecchiarelli”.
E’ un tipo di ordine molto discutibile, nel caso in questione, il reparto
tedesco del colonnello Barge, anche se ben armato, se attaccato non avrebbe
potuto resistere molto ad un’offensiva condotta dai fanti della Acqui, ma poi?
Come si sarebbe potuto condurre un rimpatrio? Nel dispaccio era fatto espresso
divieto di collaborazione con gli anglo-americani, se ne deduceva dunque che era
da ricercarsi un accordo con i tedeschi, il che comportava la resa. Alle 21 del
giorno 9 giunge un secondo radiogramma dal comando dell’armata: “... in
seguito ad accordi intervenuti tra il comando dell’XIma armata e il comando
superiore tedesco, le divisioni dell’armata dovranno cedere ai germanici le
artiglierie e le armi pesanti della fanteria”. E ciò perché i tedeschi si
erano impegnati a riportare in patria, entro breve tempo, tutti i militari
italiani secondo modalità che
verranno quanto prima indicate. Resa e senza onore in cambio di parole, il
buonsenso del soldato aveva compreso, però, che l’unica soluzione era quella
di sbarazzarsi degli ex camerati.
Il comandante della divisione, generale Antonio Gandin, era di fronte ad un
dilemma, il messaggio dell’armata era in contrasto con quello del governo
italiano. Il governo diceva di cessare le ostilità contro gli alleati e di
rispondere con le armi agli altri attacchi, il comando di armata chiedeva la
consegna delle armi ai tedeschi, e la pretesa consegna delle armi si configurava
come un’aggressione, era inconcepibile l’onore militare con il disarmo.
Il giorno 10 il colonnello tedesco Barge si presenta a Gandin e, in ottemperanza
ai suoi ordini, chiede la consegna delle armi, Gandin risponde di non aver
disposizioni in merito, in tal modo guadagna tempo.
La
truppa è disponibile al combattimento, i pochi partigiani presenti sull’isola
si fanno avanti e chiedono armi e munizioni, anche ufficiali greci della riserva
chiedono armi e munizioni. La trattativa con i tedeschi continua, Gandin si
attiene agli ordini del governo, chiede consiglio ai suoi ufficiali e
cappellani.
Il giorno 11 c’è gran rapporto con tutti gli ufficiali superiori. Il generale
Gandin semplifica la questione in soli tre punti: 1 combattere i tedeschi; 2
passare con le armi dalla parte dei tedeschi; 3 cedere le armi. Il punto 2 è in
contrasto con il giuramento fatto al re, il punto 3 è disonorevole, resta solo
il punto 1. A favore di questa soluzione sono solo il comandante della Regia
Marina Mastrangelo e il colonnello d’artiglieria Romagnoli, tutti gli altri
erano più propensi alla consegna delle armi, anche i cappellani militari si
pronunciano per la consegna delle armi. Il giorno 12 i tedeschi prendono
l’iniziativa, si impadroniscono
dei cannoni della batteria di Lixuri, nel contempo si sparge la voce di un
presunto tradimento di Gandin, un folto gruppo di ufficiali si presenta al
comando chiedendo spiegazioni sul fatto di Lixuri, ma non c’è stato
tradimento, il generale dichiara di cercare ancora una soluzione onorevole.
A risolvere il dilemma “italico” ci pensano i tedeschi, pragmatici come al
solito.
Alle 6 di mattina del 13 settembre due grosse motozattere tedesche cariche di
uomini e mezzi si presentano nella baia di Argostoli, sono gli aiuti richiesti
da Barge. Le batterie italiane aprono il fuoco, una delle motozattere affonda,
l’altra, con morti e feriti a bordo, si arrende. Anche i semoventi tedeschi
aprono il fuoco contro le batterie italiane, il nodo finalmente si è sciolto,
l’iniziativa è alle armi.
I tedeschi riescono a sbarcare ancora uomini, tre battaglioni di Alpenjager, da
Brindisi giunge un ordine firmato dal generale Francesco Rossi con l’ordine di
resistere.
Alle ore 15 il primo attacco aereo tedesco con gli Stukas e comincia la strage.
La conformazione dell’isola non permette un fronte continuo, bensì solo una
serie di presidi isolati, la difesa, questo era il dilemma, non poteva farsi
appoggiandosi gli uni agli altri ma ciascuno per conto proprio facendo il gioco
dei tedeschi.
Le truppe tedesche erano ormai composte da 5 battaglioni di truppe scelte contro
i 6 italiani, 3 dei quali erano formati da reclute senza battesimo del fuoco,
gli italiani erano superiori in artiglierie, ma tale vantaggio era annullato
dalla presenza costante degli aerei germanici che sorpresero in pieno
trasferimento alcuni reparti italiani il giorno 15, l’artiglieria bloccò i
semoventi di Barge e poté fare poco altro.
Subito dopo questo bombardamento, il maggiore Hirchfeld con due colonne avanzò
rapidamente sopraffacendo i nuclei isolati di italiani, fra questi quelli
asserragliati su un costone del monte Dafni, il tenente Karl Ritter fece
scendere i superstiti nel sottostante canalone e li massacrò falciandoli con il
mitra. L’avanzata di questo ufficiale continua, subito dopo tocca al presidio
di Kuruklata, un violento attacco, la resa e la fucilazione di 19 ufficiali e un
imprecisato numero di soldati, infine giunge a Farsa, una località sulla costa,
cattura il presidio lo riunisce in piazza e lo fa abbattere in gruppo.
Ad Argostoli le cose vanno un po’ meglio per gli italiani, i semoventi sono
stati bloccati, i cannoni delle batterie saranno anche vecchi ma fanno sempre il
loro dovere, il giorno 17 il 317° di fanteria tenta l’avanzata verso Farsa,
l’attacco non riesce, ci riprova il 18, ancora niente, i giorni 19 e 20 c’è
una sosta nei combattimenti, che prelude alla conclusione del tutto.
Il giorno 20 da Cefalonia parte un motoscafo della CRI che riesce a raggiungere
Brindisi, è prospettata la situazione della divisione, ma il governo italiano
non è in grado di far nulla, vengono interessati gli alleati che bombardano
l’aeroporto da cui decollano gli aerei tedeschi, è il massimo che si può
fare.
E siamo al 22 settembre, la frammentaria resistenza cessa di esistere, i
collegamenti non esistono più, i tedeschi con i successivi sbarchi si sono
rafforzati enormemente, manca tutto come al solito, è la resa, fino a questo
momento sono morti 75 ufficiali e circa 2.000 uomini, cifre approssimative, gli
assassini della Wermacht non sono ragionieri: eliminano e basta.
Subito dopo la resa c’è un massacro indiscriminato, in poche ore sono uccisi
155 ufficiali e 4.700 soldati, sono tutti in divisa ma per la maggior parte
sbandati e l’isola è piena di forre e canaloni, questi esseri umani sono
presi alla spicciolata e subito passati per le armi.
Fra il 24 e il 28 settembre sono fucilati il generale Gandin e 193 ufficiali,
insieme a loro 17 marinai. Dalla vicina isola di Itaca, di notte si vedono i
fuochi di Cefalonia, ma nessuno sa che sono le salme dei soldati italiani che
bruciano.
I superstiti possono dirsi fortunati, ma non completamente. In parte sono
imbarcati su navi per essere trasferiti sulla costa e deportati in Germania, due
navi salpate dal porto di Argostoli non conoscono la rotta di sicurezza nella
baia minata dalla nostra marina e incappano in uno specchio d’acqua minato e
vanno a fondo, un numero oscillante fra 1.500 e 2.000 uomini chiusi nelle stive
finiscono in fondo al mare.
Fate un po’ voi il conto, all’inizio della storia la divizione Acqui era
composta da 11.500 uomini...
Dal comando di Gandin dipendeva anche la guarnigione di Corfù, al comando del
colonnello Lusignan. Anche qui trattative e contemporaneamente tentativi di
sbarco, il colonnello reagisce prontamente, cattura il reparto tedesco presente
sull’isola e respinge a cannonate un primo tentativo di sbarco. Il giorno 15
giungono a Corfù due cacciatorpedinieri italiani, Stocco e Sirtori, non serve a
niente, gli stukas affondano il primo e danneggiano il secondo, il 24 i tedeschi
sbarcano in forze, il 25 è piena battaglia con l’attacco ai passi di Stavros,
Coriza, e Garuna. L’appoggio aereo scompagina le difese e il colonnello
Lusignani dà l’ordine di resa. Lusignani e il suo aiutante maggiore Ferrara
sono fucilati, gli altri ufficiali uccisi con un colpo alla nuca o gettati in
mare chiusi in un sacco.
Dall’altra parte della Grecia si consuma una tragedia simile, con un
minor numero di protagonisti e qualche speranza di successo. L’Italia era in
possesso delle isole greche del Dodecaneso con capitale Rodi, le isole erano
state conquistate alla Turchia durante la guerra di Libia nel 1912. Dopo
l’armistizio dell’8 settembre 1943, anche qui si era verificata la
situazione che abbiamo visto in
precedenza. I tedeschi erano sulle isole maggiori e a Rodi stazionavano nella
parte centrale dell’isola con una divisione motorizzata, la Rodhos, il cui
comandante Kleemann occupò subito i punti strategici dicendo che dovendo
provvedere da solo alla difesa dell’isola era obbligato a far assumere ai suoi
uomini lo schieramento più adatto. La lotta si sviluppa immediatamente, ma
l’intervento aereo tedesco è come al solito risolutivo, anche se nel settore
settentrionale la resistenza dura fino al giorno 15. Alla resa finale,
l’ammiraglio Campioni è arrestato e trasferito in Germania.
Ben diversa è la situazione nell’isola di Lero che negli anni era divenuta
un’attrezzata base marittima nella baia di Portolago, tutta l’isola era
protetta da batterie antinave e antiaeree.
Il 14 settembre 1943 sbarcarono per dare manforte al presidio italiano circa
2.000 inglesi agli ordini del generale Tilney, complessivamente la forza
combattente di difesa sull’isola non superò mai i 4.000 uomini compresi gli italiani.
I tedeschi, che non avevano truppe sull’isola, si assicurarono prima
l’occupazione di tutte le altre e solo il 26 settembre cominciarono
l’attacco diretto.
Gli stukas demolirono sistematicamente tutto ciò che era possibile sia militare
sia civile, le navi furono i primi obiettivi e ne fecero le spese due caccia
inglesi, fino alla fine di ottobre gli attacchi aerei distrussero tutto, non
c’era possibilità di ricevere rifornimenti, anche le truppe inglesi erano
nella stessa condizione. Il comandante italiano, capitano di vascello Luigi
Mascherpa, che aveva assunto il grado di contrammiraglio
come comandante italiano di tutto l’Egeo, sovrintendeva come poteva con
la collaborazione del comandante inglese. Il 12 novembre lo sbarco tedesco
avviene in modo drammatico, le batterie antinave fanno strage della flotta
raccogliticcia che porta i nazisti, pochi natanti giungono a sbarcare gli uomini
in piccole baie defilate, solo nella notte, con la protezione del buio, riescono
a rafforzare le teste di ponte costituite, la reazione inglese piuttosto tiepida
quando le zone di sbarco sono ancora piccole, compromette le possibilità di
difesa. La situazione si complica con un lancio di paracadutisti il giorno 14,
le batterie vengono conquistate ad una ad una dopo una difesa strenua dei
marinai e dei soldati. Il giorno 16 il generale inglese si arrende e
poche ore dopo anche gli italiani cedono le armi.
I due ammiragli di questa zona di guerra, Inigo Campioni e Luigi Mascherpa,
catturati dai tedeschi, saranno consegnati alla Repubblica di Salò che li farà
processare e fucilare a Parma, alla loro memoria sarà concessa la medaglia
d’oro.
Sono questi solo alcuni degli innumerevoli episodi accaduti in quei giorni
lontani, episodi avvenuti in patria e lontano da essa, fatti costati dolore e
sangue, fatti che legittimarono la rinascita dell’Italia. La reazione di
ufficiali e soldati incarnò i sentimenti del popolo italiano, anche di quelli
che nei successivi 18 mesi non presero la via della montagna.
Qualcuno ha detto che la patria morì l’8 settembre 1943, mi permetto di non
essere d’accordo con lui. La patria degli Italiani riprese vigore proprio quel
giorno, ridando nuova dignità alle forze armate che avevano fatto il loro
dovere fino a quel momento. Se qualcuno dice che la resistenza è solo opera del
popolo, questo qualcuno dimentica che il popolo è la base delle forze armate e
che la reazione avuta da una parte di esse servì a ricompattare ancora di più
il sentimento di amor patrio malgrado l’insipienza del governo, degli alti
comandi, della casa reale.
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