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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Attualità
“MI
CONSENTA – Episodio Due” Intervista all’autore Alessandro Amadori
Francesco
Monaco
Alessandro
Amadori è nato a Genova nel 1960. Laureato in Psicologia all'Università di Padova,
ha conseguito un dottorato di ricerca in Psicologia
dei processi cognitivi superiori. Dal 1988 Partner e Direttore del Dipartimento
Ricerche Motivazionali dell’Istituto Cirm, ha fondato nel 2003 "Coesis
Research", istituto in cui vengono applicate moderne metodologie di
ricerca, tra cui l’analisi semiologia. È autore di numerosi volumi di
divulgazione sulle ricerche di mercato, la creatività applicata,
l'organizzazione aziendale e la gestione delle risorse umane. Presso Libri
Scheiwiller ha pubblicato nel 2002 “Mi consenta. Metafore, messaggi, simboli.
Come Silvio Berlusconi ha conquistato il consenso degli italiani" e nel
2003 "Bin Laden. Chi è, cosa vuole, come comunica il profeta del
terrore”. E’ membro del consiglio di presidenza dell’associazione
“Libertà e Giustizia”.
Ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande in occasione della
presentazione del suo ultimo lavoro “Mi consenta, episodio II: Silvio
Berlusconi e l’esercito dei cloni” (ed Libri Scheiwiller, 2003) presso
l’Hotel Minerva a Roma.
Professor
Amadori, nel suo libro lei sostiene che dall’estate 2002 si è potuto
assistere ad un mutamento di strategia nella comunicazione di Silvio Berlusconi.
Cosa è cambiato?
La principale
novità è un cambiamento nell’impostazione generale. Meno seduzione a
tutti i costi e più grinta, determinazione. Cattiveria anche. In un certo senso
è un Berlusconi più debole a due anni e mezzo di distanza dai grandi successi
dell’estate in cui è risultato vincitore delle elezioni politiche. Questo
apre certamente delle opportunità in più per l’opposizione. Se il
centrosinistra saprà approfittarne, nel 2006 potremo finalmente vedere una
bella sfida.
Dal punto di vista della comunicazione, quali sono stati i segnali di questa
maggiore debolezza del capo del governo?
Sicuramente l’utilizzo massiccio, soprattutto a cavallo del 2003, di toni
aggressivi, denigratori nei confronti dei giornalisti, magistratura e forze
politiche. Toni che non erano propri del suo format
iniziale. In principio Berlusconi aveva puntato sulla seduzione, sull’essere
il più bravo ed il più bello ma senza negare necessariamente il riconoscimento
delle controparti. Nel 2003, a mio parere, Berlusconi ha un po’ gettato la
maschera e si è concentrato di più sull’edificazione di una sorta di recinto
protettivo intorno alle vicende ed agli interessi che forse rappresentavano il
nucleo fondante della sua azione politica.
Quali sono, nella sua analisi, le differenze sostanziali tra la strategia
comunicativa di Berlusconi e quella
dell’opposizione e dei suoi leaders?
Il centrosinistra rispetto al centrodestra ha un limite, una debolezza: non
riesce a fare massa, a fare esercito. Non riesce a darsi un coordinamento
orizzontale e verticale. Quando io parlo di “esercito di cloni” intendo dire
proprio questo: il centrodestra sa muoversi in modo coordinato. Ha una maggiore
capacità di fare massa e quindi di impattare sul sistema mediatico che peraltro
controlla in modo maggioritario. Il limite del centrosinistra è proprio questa
sua frammentazione, questo avere personalità, anche di grande valore, che si
muovono in ordine sparso. Nel mondo della comunicazione vale sempre una regola:
il metodo batte il talento. Meglio avere cento comunicatori mediocri che però
si muovono in modo coordinato seguendo un preciso progetto che avere cinquanta
grandi solisti che però non riescono mai a suonare uno spartito insieme.
Sarebbe secondo lei una soluzione per l’Ulivo, rispetto all’unanimismo ed al
verticismo quasi idolatrico della Casa delle libertà, puntare sulla
valorizzazione della varietà e del pluralismo di posizioni presenti al suo
interno?
Ritengo che questa sia l’unica strada percorribile. O si costruisce nel
centrosinistra un’unità sotto un leader universalmente riconosciuto oppure
l’unica alternativa possibile è trasformare una debolezza in un punto di
forza. Accettando l’idea di una maggiore articolazione, di una maggiore
frammentazione delle posizioni e trasformando questa frammentazione in un
concetto di squadra, in cui le singole parti convergono alla fine su un disegno
comune.
Ritiene, che allo stato attuale, ci sia un leader che possa svolgere un ruolo
aggregante in questo processo?
L’unico plausibilmente candidabile a questo ruolo è Romano Prodi.
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