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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Costume
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ROSA GATTORNO una madre universale
Antonia Bonomi
Rosa Gattorno, beatificata il 9
aprile del 2000 da papa Giovanni Paolo II, figlia di Francesco e di Adelaide
Campanella nasce a Genova. La sua è una famiglia agiata e profondamente
religiosa dell’alta società locale. È battezzata con i nomi di Rosa
Maria Benedetta. Nelle biografie è ricordata di carattere sereno, amabile,
aperto alla pietà e alla carità, e tuttavia fermo.
A 21 anni, il 5 novembre 1852, sposa il cugino Gerolamo Custo, e si trasferisce
a
Marsiglia. Un imprevisto dissesto finanziario li costringe a tornare a Genova in
condizioni disagiate. Nel breve volgere di qualche anno la primogenita Carlotta,
colpita da un improvviso malore, rimane sordomuta e il secondo tentativo di
Gerolamo di far fortuna all’estero si conclude con un altro ritorno, per di più
in cattive condizioni di salute. Nasceranno altri due figli, Alessandro e
Francesco, ma il 9 marzo 1858 Gerolamo muore, seguito dopo qualche mese
dall’ultimo figlio.
Il dolore segna, nella sua vita, un cambiamento radicale che lei chiamerà la
sua "conversione" all’offerta totale di sé al Signore, al suo amore
e all’amore del prossimo. Sotto la guida del confessore don Giuseppe Firpo,
emette i voti privati perpetui di castità e di obbedienza nella festa
dell’Immacolata 1858; in seguito anche di povertà, 1861, quale terziaria
francescana. Fin dal 1855 aveva ottenuto il beneficio della comunione
quotidiana, non comune in quel tempo. Nel 1862 ha il dono delle stimmate
occulte, percepito più intensamente nei giorni di venerdì.
Seguiamo la biografia ufficiale: “Già sposa fedele e madre esemplare, senza
nulla sottrarre ai suoi figli – sempre teneramente amati e seguiti – in una
maggiore disponibilità imparò a condividere le sofferenze degli altri,
prodigandosi in apostolica carità: "Mi dedicai con più fervore alle opere
pie e a frequentare gli ospedali e i poveri infermi a domicilio, soccorrendoli
con sovvenirli quanto potevo e servirli in tutto".
Le Associazioni cattoliche in Genova se la contesero, così che pur amando il
silenzio e il nascondimento, fu notato da tutti il carattere genuinamente
evangelico del suo tenore di vita. Progredendo in questo cammino, le fu affidata
la presidenza della "Pia Unione delle Nuove Orsoline Figlie di S. Maria
Immacolata”, fondata dal Frassinetti e, per espresso volere dell’arcivescovo
mons. Charvaz, anche la revisione delle Regole
destinate all’Unione.
Proprio in quella circostanza, febbraio 1864, intensificata ulteriormente la
preghiera, davanti al Crocifisso, ricevette l’ispirazione di una nuova Regola
per una specifica Fondazione sua.
Nel timore d’essere costretta ad abbandonare i figli, prega, fa penitenza,
chiede consiglio. S. Francesco da Camporosso, cappuccino laico, pur mostrandosi
trepidante per le gravi tribolazioni che le si profilano, la sostiene,
incoraggiandola; similmente il Confessore e l’Arcivescovo di Genova.
Avvertendo però sempre più insistenti i suoi doveri di madre, volle
l’autorevole conferma dalla parola stessa di Pio IX, nella segreta speranza di
essere sollevata. Il Pontefice, nell’udienza del 3 gennaio 1866, le ingiunse
invece di iniziare subito la fondazione, aggiungendo: "Questo Istituto si
estenderà rapidamente come il volo della colomba in tutte le parti del mondo.
Iddio penserà ai tuoi figli; tu pensa a Dio nell’Opera sua". Accettò
dunque di compiere la volontà del Signore e, come poi scrisse nelle Memorie:
"Con generosità ne feci a Dio l’offerta e gli ripetevo le parole di
Abramo: ‘Eccomi a compiere la tua divina volontà’ … Offertami vittima per
l’Opera sua, ne ebbi consolazioni assai grandi …"
Superate inoltre le resistenze dei parenti e abbandonate le opere di Genova, non
senza dispiacere del suo Vescovo, iniziò a Piacenza la sua nuova famiglia
religiosa, che l’8 dicembre 1866 chiamò definitivamente "Figlie di
S.Anna, madre di Maria Immacolata".
Vestì l’abito religioso il 26 luglio 1867, e l’8 aprile 1870 emise
la professione religiosa insieme a 12 Consorelle.
Nello sviluppo dell’Istituto fu coadiuvata dal P. Giovanni Battista Tornatore,
dei Preti della Missione, il quale, espressamente richiestone, scrisse le Regole
e fu poi ritenuto Cofondatore dell’Istituto.
Affidata totalmente alla Provvidenza divina, e animata fin dal principio da un
coraggioso slancio di carità, Rosa Gattorno diede inizio alla costruzione
dell’Opera di Dio, come l’aveva chiamata il Papa, e come la chiamerà sempre
anche lei eletta a cooperarvi, in spirito di dedizione materna, attenta e
sollecita verso ogni forma di sofferenza e miseria morale o materiale, con
l’unico intento di servire Gesù nelle sue membra doloranti e ferite, e di
"evangelizzare innanzitutto con la vita".
Nacquero varie opere di servizio ai poveri e agli infermi di qualsiasi malattia,
alle persone sole, anziane, abbandonate, ai piccoli e agli indifesi, alle
adolescenti e alle giovani "a rischio", cui provvedeva a far impartire
un’istruzione adeguata, e al successivo inserimento nel mondo del lavoro. A
queste forme si aggiunse ben presto l’apertura di scuole popolari per
l’istruzione ai figli dei poveri, e altre opere di promozione
umano-evangelica, secondo i bisogni più urgenti del tempo, con una fattiva
presenza nella realtà ecclesiale e civile: "Serve dei poveri e ministre di
misericordia" chiamava le sue figlie, e le esortava ad accogliere come
segno di predilezione del Signore il servizio ai fratelli, compiendolo con amore
e umiltà: "Siate umili …, pensate che siete le ultime e le più
miserabili di tutte le creature che prestano alla Chiesa il loro servizio …, e
hanno la grazia di farne parte".
A meno di 10 anni dalla fondazione, l’Istituto ottenne il Decreto di Lode nel
1876 e l’approvazione definitiva nel 1879, le Regole il 26 luglio 1892.
Molto stimata e apprezzata da tutti, collaborò a Piacenza anche con il vescovo,
mons. Scalabrini, ora beato, soprattutto nell’Opera a favore delle Sordomute,
da lui fondata.
Non furono tuttavia risparmiate a Madre Rosa Gattorno prove, umiliazioni,
difficoltà e tribolazioni di ogni genere. Ciononostante l’Istituto si diffuse
subito rapidamente, in Italia e all’estero, realizzando così l’ardente
brama missionaria della Fondatrice: "Amor mio! Come mi sento ardere di
desiderio di farti da tutti conoscere e amare; vorrei attirare tutto il mondo,
dare a tutti, soccorrere tutti … vorrei correre ovunque e gridare forte perché
tutti vengano ad amarti". Essere "portavoce di Gesù" e far
giungere a tutti gli uomini il messaggio dell’Amore che salva, fu e rimase
sempre l’anelito profondo del suo cuore. Nel 1878, inviava già le prime
Figlie di S. Anna in Bolivia, poi in Brasile, Cile, Perù, Eritrea, Francia,
Spagna. A Roma, dove aveva iniziato ad operare dal 1873, organizzò scuole
maschili e femminili per i poveri, asili nido, assistenza ai neonati figli delle
operaie della Manifattura dei tabacchi, case per ex prostitute, donne di
servizio, infermiere a domicilio ecc. Nella città eterna sorse la Casa
generalizia, con l’annessa chiesa.
In tutto, alla sua morte, 368 Case nelle quali svolgevano la loro missione 3500
Suore.
Il segreto del suo cammino di santità, del dinamismo della sua carità e della
forza d’animo con cui seppe affrontare con fede robusta tutti gli ostacoli, e
guidare, per 34 anni, con dedizione piena, coraggio e lungimiranza l’Istituto,
consisteva nella continua unione con Dio e nell’abbandono totale fiducioso in
Lui: "Pur in mezzo a tanto tumulto di un abisso di affari mai sono priva
dell’unione con il mio Bene"; nell’attenzione e docilità agli impulsi
dello Spirito; nell’intima amorosa partecipazione alla passione di Cristo;
nell’incessante supplica per la conversione dei peccatori e la santificazione
di tutti gli uomini.
Verso la Chiesa nutrì un vivo senso di appartenenza, e fu sempre umile, devota
e obbediente alle direttive del Papa e della Gerarchia.
Nella predilezione verso S. Anna, visse un amore speciale per Maria, cui si
affidò interamente per essere tutta di Dio e tutta dei fratelli”.
Nel febbraio del 1900 è colpita da una grave influenza che trova terreno
fertile in un fisico debilitato da penitenze, viaggi e i dispiaceri che non
mancano mai. Il 4 maggio riceve il Sacramento degli infermi, e due giorni dopo,
il 6 maggio, alle ore 9 termina il suo viaggio terreno. La fama di santità che
già l’aveva circondata in vita, esplode in tutto il mondo in occasione della
sua morte.
“Espressione di un singolare disegno di Dio, nella sua triplice
esperienza di sposa e madre, vedova, e poi religiosa-Fondatrice, Rosa Gattorno
ha ben onorato la dignità e il "genio della donna" nella sua missione
al servizio della umanità e della diffusione del Regno. Pur sempre fedele alla
chiamata di Dio, e autentica maestra di vita cristiana ed ecclesiale, rimase
soprattutto essenzialmente madre: dei suoi figli, che costantemente seguì;
delle Suore, che profondamente amò; e dei bisognosi, dei sofferenti e degli
infelici, nel cui volto contemplò quello stesso di Cristo, povero, piagato,
crocifisso.
Il suo carisma si è diffuso nella Chiesa col sorgere di altre forme di vita
evangelica: Suore di vita contemplativa; Associazione religiosa Sacerdotale;
Istituto secolare e Movimento ecclesiale di laici, attivamente operante nella
Chiesa in quasi tutte le parti del mondo”.
Una curiosità: Rosa Gattorno è la bisnonna dello scrittore Gaspare Barbiellini
Amidei.
Com’era Rosa Gattorno Dietro Lo Specchio Dell’Astrologia?
Ha ragione chi la descrive di buon carattere, ma ferma. A prescindere
dall’educazione del tempo, che implicava per i nobili anche le opere di carità,
e la rigida religiosità impartita fin dalla più tenera infanzia che non può
non aver lasciato condizionamenti, era animata da un profondo senso della
giustizia, per principio personale non avrebbe mai dimenticato le esigenze degli
altri. Lucida, tesa all’armonia interiore ed esteriore, ricercava un
equilibrio ideale dentro e fuori di sé. Possedeva una forza che si avvaleva
della concentrazione e dell’astrazione, sapeva agire in modo istintivo con
notevole tempismo. Era un’osservatrice che agiva mossa da forti stimoli etici,
con organizzazione mentale e materiale, tenacia. Puntigliosa, pignola fino al
perfezionismo, non mancava qualche punta di fanatismo che serviva a
rafforzare la volontà, a dare un carattere meno transitorio alle sue scelte.
Quando si metteva in mente qualcosa diventava anche impaziente, ma sapeva
seguire i suggerimenti del senso dell’opportunità, della diplomazia per
realizzare quanto le suggeriva il suo genio creativo e sapeva approfittare delle
circostanze. Era ambiziosa e in gamba, una mentalità che un tempo si sarebbe
definita “maschile”, e fortunata: malgrado le disgrazie che l’hanno
colpita, ha realizzato fino in fondo il suo progetto. Non mi pronuncio sulle
stimmate nascoste e sulle richieste pervenute dal cielo: nel suo quadro come in
quelli di tutte le persone che hanno presentato e presentano fenomeni analoghi,
nascosti o palesi, ci sono precise indicazioni di fattori perturbatori
provenienti da altre sfere. Nel suo caso, le opposizioni che portano queste
perturbazioni sono riscattate da un ottimo aspetto di Giove con tutti i pianeti
in causa e che dà questa precisa indicazione: l’ambizione richiede il
sacrificio degli affetti. E l’ambizione, magari avvertita in altro modo, ha
dato risultati a fin di bene.
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