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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Costume
SANDRO PERTINI & ANTONIA BONOMI, il
Presidente ed io
Antonia Bonomi
Sì, è vero, per tutta la
durata in carica del Presidente della Repubblica Sandro Pertini sono stata il
suo consulente. Astrologico? Forse, ma non proprio e solo, piuttosto consulente
di bon ton, diplomazia con particolare riferimento ai periodi astrologicamente
caldi, cioè quando avrebbe rischiato di dirne una di troppo, o troppo chiara.
Andiamo con ordine,
procedendo sul filo della memoria.
Nel 1978, quando Pertini successe a Leone, io ero già al Gr2 da due anni
abbondanti. Non lo conoscevo, ma lui conosceva me perché mi ascoltava tutte le
mattine, e chiese a Gustavo Selva, allora direttore del giornale, di farmi fare
il suo oroscopo. Selva faceva cadere la cosa dal cielo, come mi disse Pertini,
il quale un bel giorno mi mandò un motociclista con la sua richiesta e
l’invito a recarmi al Quirinale il tal giorno alla tal ora per la consegna.
Naturalmente si trattava di tempi brevissimi, praticamente neppure
ventiquattr’ore. Se Pertini era schietto io non baro quando si tratta di
illustrare una personalità, e il suo quadro lo feci senza tanti giri di parole,
elencando papale papale virtù e difetti. Lesse attentamente le cartelle
tenendole a due centimetri dall’occhio, era cecato come una talpa, e sobbalzò
sulla poltrona quando arrivò ad “arrogante”. Partì in una filippica irosa
alla quale posi termine alzando una mano e dicendogli: “Presidente, anche
questa è una manifestazione di arroganza”. Si zittì di colpo, mi fece
terminare il pensiero e naturalmente gli dissi che andava bene essere schietti,
ma ci voleva un minimo di autocontrollo e quello, lui, purtroppo rischiava di
perderlo spesso. Da quel momento non mi mollò più, con una raccomandazione:
“Dimmi sempre onestamente quando rischio di sbagliare, ma non tagliarmi troppo
le unghie. Sono arrivato alla mia età e voglio dire quello che penso”. Tutti
i giorni la segretaria mi telefonava e la battuta era sempre quella: “Signora
Antonia, il Presidente la prega di portargli l’oroscopo di domani con cortese
sollecitudine… entro le cinque di questa sera”. E la sottoscritta entro le
cinque di sera arrivava al Quirinale. Se c’era il Presidente andavo da lui,
altrimenti lasciavo la busta all’entrata. Ma non era solo questo: poiché
durante la prima chiacchierata aveva saputo che avevo figlie piccole, capitava
anche che la segretaria, la cortesissima Diana, mi telefonasse all’improvviso:
“Signora Antonia, il Presidente ha avuto una giornata pesante, potrebbe venire
con le bambine?”, il tempo di cambiarci, rapidi mi raccomando, e l’Antonia e
le bambine arrivavano al Quirinale: il Presidente giocava un po’ con le
piccole, offriva loro un’aranciata, e dopo una mezz’ora, un’ora, ce ne
tornavamo a casa. Una volta ha fatto aspettare l’ambasciatore spagnolo! Alle
bambine chiese di chiamarlo nonno, ma la terza lo guardò con aria decisa e gli
disse: ”Non ti conviene, il papà della mamma l’hanno ammazzato, il nonno
Franz (patrigno) è appena morto, meglio se ti fai chiamare zio o in qualche
altro modo”, e Pertini optò per Sandro e così lo chiamavano.
Ma se mi ascoltava quando si trattava della sua funzione istituzionale per
capire come avrebbe potuto figurare meglio, era terribilmente e teneramente
vanitoso, non riuscivo a tenerlo buono quando si trattava di me. Per quanto gli
ripetessi a chiare note che non m’interessava la pubblicità, spesso e
volentieri telefonava alla redazione del Gr2 chiedendo cosa avesse detto quel
giorno l’Antonia per la Bilancia. Questo mi procurava una serie di problemi
antipatici poiché quando arrivavo in redazione c’era sempre l’imbecille di
turno che scattava sull’attenti portando la mano ad una immaginaria visiera,
qualcuno canticchiava l’inno nazionale americano fingendo di essere sulla
tolda di una nave e sventolandosi la gamba dei pantaloni, in più mi chiamavano
la nipotina. Lo pregavo di non
farlo, perché non volevo suscitare l’invidia di nessuno, e magari anche
qualcosa di più antipatico, come infatti accadde. Un bel giorno mi chiamò il
direttore e mi disse che “dall’alto gli avevano detto di pilotare Pertini e,
poiché si sapeva del suo debole per il mio oroscopo, io avrei dovuto dire
quello che mi avrebbero messo in bocca”. La risposta fu un no secco, che ho
scontato negli anni, per motivi precisi: primo perché non la ritenevo
un’azione pulita, secondo non ero
una cialtrona e non potevo spacciare un oroscopo generale, indirizzato a tutte
le Bilancia, con uno mirato ad una persona particolare, terzo portavo
l’oroscopo dettagliato a lui direttamente, con largo anticipo, le telefonate mattutine del Presidente in redazione erano una
manfrina che faceva lui “perché voleva che si sapesse”. A Pertini non
andava giù che la notizia di questa nostra chiamiamola intesa non comparisse
sui giornali, che le sue foto le facessi dedicare alle mie figlie e non a me
(come quella pubblicata), finché un bel giorno mi stancai e gli strillai
“Senta, non sempre riesco a tenerla a freno, vedi la storia di Vermicino (il
bambino caduto nel pozzo, per il quale mi ero battuta perché non andasse e che,
vista la tragica conclusione, gli aveva guadagnato la fama di menagramo), se lei
mi fa un’altra cappellata, poiché non tutti i giornalisti sono amici, quanto
ci scommette che usciranno titoli del tipo “Il Presidente rincoglionito e la
strega”? Se a lei sta bene il rincoglionito, a me non va bene la parte della
strega burattinaia”. Non ebbe il coraggio di replicare.
Però, un giorno mi telefonò tutto allegro dicendomi: “Ti ho fregata, ti ho
fregata”. Che cosa aveva fatto? L’aveva detto in un’intervista a Fulvio
Damiani ed era comparso su Selezione. Meno male, era un danno circoscritto.
Un altro episodio simpatico fu in occasione dei mondiali del 1982. In
maggio, dall’Ansa mi avevano chiesto le previsioni, dandomi alcune date
indicative del calendario delle partite, date che si concludevano in giugno.
Telefonai a Gambalonga e gli chiesi quale fosse la reale durata dei mondiali e
lui mi rispose di non preoccuparmi, di fare le previsioni fino a fine giugno
perché, tanto, ci avrebbero rimandati a casa a “calci nel sedere”. Gli
annunciai che si sbagliava, che avevano la possibilità di vincere, anzi che
avremmo vinto grazie a san Paolo Rossi. Gambalonga si mise a gridare che non era
possibile, che “quell’ectoplasma” non avrebbe combinato niente, che non
poteva pubblicare certe previsioni perché mi avrebbero “sputtanata”. Gli
feci notare che la firma era la mia, che me ne assumevo tutte le responsabilità.
Il giorno dopo i giornali di tutto il mondo
riportavano le previsioni di Antonia Bonomi: l’Italia vincerà i mondiali
grazie a Paolo Rossi. Arriviamo
all’inizio di luglio ed ecco che Pertini mi telefona. “Allora, questi
mondiali li vinciamo?”, “Certo, Presidente”, “Sei proprio sicura? Re
Juan Carlos mi ha invitato per la finale, se non sei sicurissima dimmelo, perché
mi faccio venire una malattia diplomatica e non vado. Ricordi come mi chiamano,
vero?”, “Certo Presidente: menagramo, ma io le previsioni le ho fatte due
mesi fa, eravamo favoriti, non sono cambiate”, e mandai il Presidente a
Madrid, anche se ammetto onestamente, è mia la battuta che nessuno è stato a
scuola dal Padreterno, che la “variabile Pertini” l’avevo un po’ come
tarlo in fondo al cervello. La partita finale l’ho “sentita” mentre ero in
Tunisia ospite di un villaggio Valtur, ho sofferto e tremato, alla vittoria ho
esultato con la lacrimetta all’occhio.
È chiaro che ad ogni spostamento e visita ufficiale, il Presidente aveva il suo
quadretto con indicati i passaggi significativi. Quando si trattò del viaggio
in America, piuttosto lungo e impegnativo, il Presidente si fece fare tutto lo
schema, ricordandomi che bisognava tenere presente il cambiamento di fuso
orario, risposi che lo sapevo e che lo avevo considerato. “Bene, aggiunse,
guarda il Tg1, quando il giornalista della Rai dirà che sono stato diplomatico,
è il messaggio per te, per farti sapere che ho seguito alla lettera le tue
indicazioni”. La cosa buffa è che Angelini, il giornalista che lo seguiva,
per tutta la durata del viaggio nei sui servizi diceva: “Oggi il presidente è
stato “insolitamente” diplomatico”!
Pertini era tirchio da morire e un bel giorno, mentre sul calendario dei suoi
impegni discutevamo le sue previsioni (ogni giorno era distanziato dagli altri e
nello spazio vuoto prendeva appunti come uno scolaretto), mi fece notare che
erano anni che ci conoscevamo e non gli avevo mai regalato una pipa. Con un bel
sorriso gli feci notare che erano anni che ci conoscevamo, che con una frequenza
quotidiana mi recavo al Quirinale e quando non c’era mio marito ad
accompagnarmi il taxi me lo pagavo io! Non ha avuto niente da eccepire: se lui
era tirchio, io avevo una nonna ligure!
Quando il Presidente “andava fuori dai gangheri” e s’intestardiva, c’era
un politico tuttora sulla breccia e famoso per un lodo, che mi chiamava senza
ora fissa, giorno o notte non importa, per raccomandarmi di rabbonirlo e io,
buona buona, aiutavo il Presidente a dire quello che voleva, ma usando altri
termini. Insomma, gli facevo da dizionario dei sinonimi e abbiamo salvato
qualche discorso di fine anno!
Un’estate, prima di andare in vacanza, mi telefonò per chiedermi conto del
periodo, risposi che era tranquillo in linea di massima, tutt’al più qualche
leggero contrattempo. Bene, ci fu un tentativo di far cadere il governo! Mi
telefonò fuori di sé e gli dissi che avevo già davanti tutti i quadri dei
politici per capire a chi giovasse, glielo indicai, tornò a Roma e la cosa
rientrò subito. Insomma, c’era stato un contrattempo.
Chi non amava il Presidente Pertini? Era una bella linguaccia e tra chi non
godeva delle sue simpatie c’erano Craxi e la Carrà. A proposito di
quest’ultima, involontariamente è stata causa di guai per me. Nel 1984 aveva
ottenuto un contratto fantastico con la Rai, sei miliardi in tre anni, e a
Pertini non andava proprio giù. Un giorno, eravamo verso la fine dell’84
inizio ’85, parlando di questo “sconcio” secondo lui, mi guardò e mi
chiese come fossi messa personalmente con la Rai. Io non gli avevo mai parlato
dei fatti miei né gli avevo chiesto favori, gli dissi come stavano le cose e
s’arrabbiò come un picchio. “Ci penso io” tuonò, mise nero su bianco
inviandomi un biglietto nel quale mi faceva presente che avrebbe chiesto
spiegazioni, non so cosa fece né lo voglio sapere, so solo che ormai era nel
semestre bianco e contava quanto il due di coppe, tutto andò come prima ma…
come Cossiga divenne Presidente ecco che in Rai mi fu offerta l’assunzione a
patto che prendessi la tessera del Partito Socialista. Risposi di no perché mi
avevano presa senza tessera e così volevo restare, inoltre Craxi non godeva
delle mie simpatie umane oltre che politiche, mi risposero che allora non mi
avrebbero assunta, il resto è storia.
Tra i “guai” procuratimi dalla simpatia non sollecitata da parte di un
personaggio importante, c’è anche i l fatto che per anni ho avuto il telefono
sotto controllo. Me lo disse il Presidente quando una volta, per una questione
sua famigliare, mi telefonò “da fuori, perché al Quirinale ho il telefono
sotto controllo…”, si fece una risata omerica aggiungendo ”… che
stupido, anche il tuo telefono è controllato!”.
Chi sa di questo legame, e tra i giornalisti sono molti, mi rimprovera di non
aver saputo “sfruttare la situazione”, personalmente non ho rimpianti e mi
attribuisco un piccolo merito: è anche grazie alle mie previsioni e mediazioni
che il Presidente Pertini è ricordato come il più amato dagli italiani.
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