Antonia Bonomi
Impossibile stabilire quando sia nata la prostituzione. Dalle
memorie dei popoli vicini a noi, quali i romani, si desume che non ebbero bisogno di
imparare niente dai greci: già sapevano del loro e fin dai tempi arcaici. Livio, che in
altre pagine della sua opera sostiene che sarebbero stati gli eserciti stranieri a portare
la luxuria a Roma, racconta che nell'epoca immediatamente successiva a Porsenna: "In
quell'anno, a Roma, durante i giochi i Sabini, per capriccio, rapirono delle
prostitute
ci fu gran rissa e battaglia". Quanto a Cicerone, 106 a.C., in un
passo del discorso Pro Caelio sentenzia: "Se c'è qualcuno che pensa che ai giovani
debbano essere vietate le relazioni amorose con prostitute, certo questi è un uomo di
austere opinioni, ma è lontano non solo dalle usanze dei contemporanei, ma anche dalle
consuetudini e dalla permissività degli antenati. Quando mai cose del genere non sono
accadute? Quando mai sono state biasimate? Quando sono state proibite?". Quanto a
Catone, l'austero per antonomasia, secondo Orazio (Satire), aveva idee piuttosto larghe in
materia. Vedendo un conoscente uscire da un lupanare, o casa di tolleranza, lodò il
giovanotto perché aveva sfogato la propria "increscevole libidine discendendo
laggiù, senza godersi la moglie altrui." Le prostitute si dividevano in molte
categorie. C'erano le "etere" o emancipate, le attrici o danzatrici che avevano
contatti con personaggi pubblici, storici e filosofi (Cicerone pranzava con una certa
Citeride), che non erano considerate prostitute vere e proprie poiché non concedevano il
proprio corpo per denaro (magari per qualche regalino!), un gradino più in basso si
trovavano le arpiste e le musicanti. Poi c'erano le prostitute considerate tali e che
erano registrate,
schedate
nella lista degli edili. Particolare interessante e dimostrativo del maschilismo della
società romana: le donne che guadagnavano denaro con il proprio corpo erano per sempre
escluse da qualsiasi onore, come il matrimonio con un uomo nato libero, mentre un lenone
poteva diventare cittadino romano. Le prostitute, sopra l'abito dovevano indossare la
toga, cioè il vestito maschile, come dice Orazione nelle Satire, per essere riconosciute.
Le prostitute propriamente dette, erano schiave che non potevano sottrarsi al loro
destino. Oltre che nei postriboli dichiarati, se ne trovavano negli alberghi, nei forni o
nelle rosticcerie: i proprietari tenevano queste ragazze per far divertire gli avventori.
Ma, esistevano anche prostitute libere di esercitare il proprio mestiere come le
ambulatrices o passeggiatrici (come si vede non c'è niente di nuovo sotto il cielo
neppure nei termini), le noctilucae o falene notturne mentre noi diciamo lucciole, le
bustuariae che si aggiravano nei pressi dei cimiteri e, al caso, si producevano anche come
prefiche o piagnone durante i funerali. Infine c'erano le diobolariae, le infime, quelle
da due soldi. Ma, chi frequentava le prostitute? I giovani innanzi tutto. Non bisogna
dimenticare che secondo Dione Cassio, già all'inizio dell'età imperiale la popolazione
femminile era di circa il 17% inferiore a quella maschile e che molti uomini, anche
volendo, non avrebbero saputo con chi sposarsi e dovevano, dunque, frequentare le
prostitute. Com'erano i lupanari? Pompei ne ha restituiti due: piccole stanze semibuie sul
cui ingresso era dipinta la "specialità" erotica della donna che l'occupava.
Sotto Caligola ci fu un primo tentativo di disciplinare le
"case": prostitute e tenutari sono tassati. La cosa si ripete nel 1432, quando
Alfonso d'Aragona, re delle Due Sicilie, concede ad un suo confidente e sicario la
"patente di roffiano". Era autorizzato, in uno stabile civile, a tenere donne
consuete al meretricio, perché potessero concedersi all'ospite con pace e decoro. Il
roffiano era autorizzato a tenere metà del prezzo pattuito, l'altra spettava alla donna
con sua buona pace. Nel resto d'Italia, nessuno si preoccupava di controllare i bordelli:
tutti sapevano che c'erano, ma fingevano di non sapere. In Francia, invece, ai tempi di
Napoleone III le case funzionavano sotto il controllo di rigide legge statali. Quando
l'imperatore francese decise di appoggiare i piemontesi contro gli austriaci, si
preoccupò che la sua truppa avesse bordelli a disposizione ed ecco che Camillo Benso
conte di Cavour nel 1859 emise un decreto che autorizzava l'apertura di "case"
in Lombardia, direttamente controllate dallo stato. Ancor prima dell'unificazione
d'Italia, Camillo Benso trasformò il decreto in legge. Il 15 febbraio 1860 emana il
"Regolamento del servizio di sorveglianza sulla prostituzione", che segna la
nascita delle "case di tolleranza" così come sono state fino alla loro
chiusura. Case di tolleranza, perché tollerate dallo Stato! L'intento, era quello di
controllare igienicamente la prostituzione. Le case erano divise in tre categorie: prima,
seconda e terza, la legge fissava le tariffe che andavano dalle 5 lire per le case di
lusso alle 2 lire per le case popolari. Per aprire un bordello era necessaria una licenza,
i tenutari dovevano pagare le tasse. La legge passò con qualche fatica, ma le obiezioni
maggiori non si ebbero per lo "stato tenutario", quanto perché i conservatori
temevano che le case potessero trasformarsi in luoghi troppo attraenti per i clienti, i
quali vi avrebbero passato troppo tempo a scapito della famiglia. L'onorevole Vigoni si
batteva per l'austerità assoluta, Felice Cavallotti perorava per il bicchier di vino, una
chitarra e un canto, alla fine l'ebbe vinta l'ala del Vigoni e il testo definitivo della
legge Crispi approvata il 29 marzo 1888 vietava di vendere cibo, bevande di qualsiasi
genere, feste, balli e canti all'interno dei locali adibiti a bordello. Vietava, inoltre,
l'apertura delle medesime in prossimità di luoghi di culto, asili e scuole e,
soprattutto, le persiane della casa dovevano restare sempre chiuse. Ecco il perché del
nome "case chiuse".
Erano fissati per legge anche i controlli medici da effettuare
sulle "pensionanti", come erano state ribattezzate le prostitute, per evitare la
piaga delle malattie veneree.
Nel 1891 il ministro degli Interni Giovanni Nicotera decide di
cambiare la tariffa. Poiché anche le 2 lire dell'epoca di Cavour erano troppo alte (un
operaio quando lavorava guadagnava 3 lire al giorno) e molti ricorrevano alla
prostituzione libera, perciò niente controllo sulle malattie veneree, ecco scendere il
prezzo a 1 lira, 50 centesimi per i militari e 70 centesimi per i sottufficiali.
Naturalmente, fu alzato il prezzo per i bordelli di lusso.
Tutto bene fino al 1900, quando per il solo fatto che Bresci,
l'anarchico che aveva assassinato re Umberto I, avesse passato un paio di giorni chiuso in
un bordello pare a meditare l'attentato, ecco levarsi voci di "vizio e crimine vanno
a braccetto", il presidente del Consiglio Saracco minaccia la chiusura, poi tutto
rientra.
Nel 1919 riparte una crociata per la chiusura condotta da
Filippo Turati secondo il quale i bordelli servivano alla classe dirigente come strumento
di dominio e di difesa, poiché i lavoratori vi si avvilivano corrompendo le loro figlie
più sventurate. Ma il fascismo era alle porte e le case di tolleranza furono ampiamente
tollerate. Il seguito, alla prossima puntata.
(2-continua)