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Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Costume
S. ANTONIO abate una festa che affonda le radici
nel tempo
Almalinda Giacummo
Il periodo che dal solstizio
d'inverno porta all'equinozio di primavera, dall'antichità ai nostri giorni è
all'insegna di feste di tipo opposto. Ai nostri giorni abbiamo il
Carnevale e la Mezzaquaresima, di tipo allegrotto, la Candelora, la Quaresima e
le Ceneri per ricordarci che non siamo fatti di sola carne.
Feste e penitenze sono un retaggio dell'antica cultura religiosa, sia romana sia
celtica, quest'ultima diffusa in particolare nella pianura padana. Un esempio è
la festa di s. Antonio abate, che cade il 17 gennaio. Nell'antica Roma la fine
di gennaio era contrassegnata da ricorrenze e cerimonie atte a purificare gli
uomini e gli animali, i campi, per propiziarsi gli dei affinché permettessero
il regolare rinnovamento delle stagioni.
Alle fine di gennaio si tenevano le Ferie sementine, durante le quali si
procedeva alla lustrazione, cerimonia di espiazione e purificazione, dei campi e
degli abitati rurali offrendo alle dee Terra e Cerere, la
prima colei che accoglie i semi in seno e la seconda colei che li fa germinare,
un intruglio di latte e mosto cotto, il farro che costituiva un dono usuale e
sacrificando una scrofa gravida. Le giovenche che durante la bella stagione
avrebbero dovuto lavorare, ora erano a riposo e inghirlandate con corone di
fiori. Come ci racconta Ovidio nei Fasti, l'aratore doveva sospendere il suo
lavoro, poiché la terra quando è fredda soffre per il solco, le giovenche
riposare perché verrà poi il tempo del lavoro, le due dee siano placate con il
sangue della scrofa, si pongano ogni anno i doni per loro sui rustici altari.
All'inizio della evangelizzazione, all'interno della nuova fede si sono
innestate le usanze della religione precedente, vuoi per far proseliti o vuoi
per non perdere completamente la propria identità, resta il fatto che i riti
pagani della benedizione dei campi sono trasmigrati nel cristianesimo ed ecco
gli animali domestici benedetti sui sagrati delle chiese dedicate al santo.
Perché la scelta di s. Antonio abate? Nella vita del santo non c'è niente che
possa accomunarlo ai campi e alla vita rurale, tutt'altro. Antonio abate è il
patriarca del monachesimo ed è una figura realmente esistita. Nato a Coma
nell'Alto Egitto, tra il 251 e il 356 d.C., da ricchi genitori cristiani,
rimasto orfano all'età di vent'anni, divise l'eredità con la sorella e diede
ai poveri la su parte. Si ritirò in una tomba scavata sul fianco di una
montagna vicino al luogo natale e visse da eremita. Attorno al 305 fondò una
comunità nel Fayum e poco dopo
un'altra nel Pispir. Fu lui a dare inizio alla vita monastica, pur non dotandola
di regole precise. Divenuto famoso in tutto l'Egitto, la gente correva da ogni
dove per chiedergli consiglio. Di lui abbiamo una lettera autentica indirizzata
all'abate Teodoro e ai suoi monaci. Fu amico di sant'Atanasio, che appoggiò
contro l'eresia ariana, tenendo a novant'anni un infervorato sermone nella città
di Alessandria. Antonio morì più che centenario nel suo eremo sul monte
Colztum, vicino al Mar Rosso. Fu sant'Atanasio a scrivere la sua biografia
attorno al 357, mentre secondo altri questa Vita è stata scritta
tredici-quindici anni dopo. Sant'Agostino, nelle Confessioni, ricorda come la
figura di Antonio fosse ancora viva nella memoria trent'anni dopo la sua morte e
come suscitasse ancora vocazioni. Poiché sembra che il santo sia morto
veramente il 17 gennaio e, si sa, la data che si sceglie per ricordarli è il
giorno della morte che equivale alla nascita al cielo, sant'Antonio, anacoreta e
direttore d'anime si è trovato nelle vicinanze delle antiche feste pagane e,
senza nesso reale, eccolo santo rurale. A lui, è associato il bastone a T, tau,
e un maiale. Cosa c'entra il maiale, che per i cristiani era simbolo del male?
Secondo gli studiosi, all'inizio si trattava di un cinghiale, attributo del dio
celtico Lug, venerato in Gallia ma che compare anche nelle saghe irlandesi,
ritratto come un giovane che tiene tra le braccia questo animale. Lug era il dio
del gioco e della divinazione, era colui che risorgeva con la primavera, figlio
della Grande Madre celtica cui erano consacrati i cinghiali e i maiali come alla
romana Cerere. I celti lo tenevano in gran conto, tanto è vero che portavano
l'emblema di un cinghiale sugli stendardi e il simbolo sugli elmi. Non solo, sui
corti capelli stendevano una poltiglia di gesso perché, irrigidendosi,
rassomigliassero alla cotenna dell'animale. I sacerdoti celtici, i druidi, erano
chiamati Grandi Cinghiali Bianchi, nelle leggende si racconta della caccia al
cinghiale immortale per togliergli un pettine e una forbice che si trovavano fra
le sue orecchie. Poiché le reliquie del santo erano giunte in Francia, i primi
cristiani celti trasferirono nel santo gli attributi del dio pagano e nelle
leggende di sant'Antonio abate ecco che s'inserisce il cinghiale, diventato poi
maiale per estirpare il ricordo precristiano, e nascono due leggende per
cristianizzare gli emblemi, la prima racconta che il cinghiale-maiale fosse il
diavolo sconfitto da Antonio resistendo alle tentazioni, la seconda dice che un
giorno il santo guarì un maialino e da quel momento questi lo seguì fedele
come un cane. E il maiale diventò un privilegio dei Fratelli Ospedalieri di
sant'Antonio, fondati nel 1600, che potevano allevarlo per nutrire gli ammalati
che accorrevano alla chiesa di Saint-Antoine-de-Viennoi a alla
Motte-Saint-Didier, dopo che si era sparsa la voce che
attribuiva al santo la facoltà di guarire l'herpes zoster, grazie al suo
dominio sul fuoco, poiché si racconta che sant'Antonio abbia rubato, con
l'aiuto del suo maialino, il fuoco all'inferno.
Una vivace testimonianza di un festeggiamento romano di sant'Antonio ce l'ha
lasciato Goethe, che nel suo diario parla del 17 gennaio del 1787, giorno sereno
e tiepido dopo una notte in cui aveva gelato, nel quale poté assistere alla
benedizione degli animali domestici, con cavalli e muli infiocchettati e
benedetti con copiose aspersioni d'acqua.
In molte località italiane, al mattino si benedicono gli animali e si preparano
cataste di legna che al tramonto si accendono, sempre in ricordo del famoso
fuoco trafugato dal santo al demonio. E la gente cerca di portarsi a casa un po'
di cenere o qualche resto di tizzone per preservare stalle e animali da
eventuali sciagure.
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