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Anno 9
Numero 46
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Costume
ROSA VENERINI una santa vita operosa
Antonia Bonomi
Rosa Venerini nasce a Viterbo
il 9 febbraio 1656, terza figlia di Gottifredo, medico di origine marchigiana, e
di Marzia Zampichetti appartenente ad una ricca famiglia di calzolai del luogo.
Rosa accompagna spesso la mamma a trovare la zia materna Cecilia, monaca nel
convento delle domenicane di Santa Caterina. Adolescente, all’insaputa di
tutti fa voto al Signore di farsi monaca e lo rinnova ogni anno. Crescendo,
incomincia a nutrire dubbi sulla propria vocazione. Ha sedici anni quando attrae
l’attenzione di un giovanotto e non è insensibile
alla sua corte, anche se questo le provoca sensi di colpa per via del suo voto.
In questi momenti, si rivolge al Signore chiedendogli una “qualche grazie
speciale” perché da sola non è capace di staccarsi dalla terra. Una notte
sogna che il ragazzo è morto, lo è davvero, lo considera un segno dall’alto
e decide di parlare ai genitori della sua vocazione. Il padre, felice e
contemporaneamente addolorato, le chiede di entrare “in prova” per un anno
nel monastero della zia Cecilia. Due mesi dopo il padre muore.
Rosa non rimane a lungo nel convento, in primo luogo perché sente che la vita
contemplativa non fa per lei e poi perché la sorella maggiore sta per sposarsi,
la madre si è ammalata e ha bisogno di lei per crescere i due figli maschi
rimasti.
Rosa torna a casa, si duole perché le incombenze famigliari la distolgono
dall’esercizio della meditazione. Un giorno si reca al santuario della Madonna
della Quercia, molto venerata nel viterbese, e chiede di confessarsi. Lo fa con
padre Sante Celli che ascolta i suoi problemi e, non potendo seguirla
personalmente, le raccomanda padre Bonaventura Bandinelli che inizia a seguirla.
Nel 1680 muore il fratello maggiore, seguito dalla madre che, già indebolita
dalla morte del marito, non ha retto al dolore. Rosa resta con il fratello
superstite, aspettando che si sposi per poter tornare in convento. Ma le sue
giornate sono vuote e il nuovo direttore spirituale, Domenico Balestra, le
consiglia di occupare il tempo invitando le giovinette e le donne del vicinato a
recitare il Rosario con lei. Una stanza del pianterreno, con il consenso del
fratello, viene così trasformata in oratorio. Accorgendosi dell’ignoranza in
materia religiosa delle sue ospiti, Rosa chiede al direttore spirituale di
aggiungere alle preghiere anche nozioni di istruzione religiosa.
L’iniziativa riscuote il consenso dei religiosi viterbesi. È Ignazio
Martinelli, altro gesuita che ha preso il posto di padre Balestra, ad
incoraggiare Rosa a trasformare il suo oratorio in una scuola per bambine e
adolescenti. Rosa, infatti, si è accorta che mescolare donne e ragazze non le
consente di seguire un vero programma perché queste ultime non sono costanti
nella frequenza, mentre occupandosi solo delle giovani potrebbe impartire anche
un’istruzione civile e insegnar loro i vari lavori femminili. Il 20 dicembre
del 1684 il fratello si sposa e Rosa, con due amiche e l’appoggio della
benefattrice Artemisia Manzanti dei Brugiotti che consente di affittare una
casa, apre finalmente la sua prima, vera scuola.
Quelle donne che vivono da religiose senza essere chiuse in un monastero
suscitano scandalo in alcuni benpensanti, ma Rosa e le sue tre Maestre Pie
tirano diritte per la loro strada, le alunne che ricevono gratuitamente
l’istruzione e l’educazione religiosa continuano ad aumentare. Non solo, i
parroci viterbesi non accettano che la dottrina cristiana sia insegnata dalle
Maestre e che la domenica vadano dai gesuiti per il catechismo. Il vescovo
Urbano Sacchetti prende le difese della Scuola Pia e stabilisce che il
catechismo parrocchiale si tengano in orari che non impediscano alle ragazze di
ricevere altrove un supplemento.
Nel 1692 Marco Antonio Barbarigo, vescovo di Montefiascone-Corneto, chiede a
Rosa di trasferirsi nella sua diocesi per aprire le sue scuole, convinto
com’era che per rieducare il suo gregge dai costumi rilassati bisognasse
formare buone madri di famiglia.
Rosa accetta e a Montefiascone, con la collaborazione di Lucia Filippini, nasce
la prima scuola.
Mentre è a Montefiascone, nascono complicazioni nelle sue scuole viterbesi.
Angela Leonetti, la maestra alla quale Rosa ha affidato la gestione delle
medesime, per ambizione personale prende iniziative che rischiano di vanificare
anni di lavoro. Rosa torna, compone la vertenza e apre nuove scuole là dove i
vescovi chiamano le “Gesuitesse”, come sono soprannominate le maestre per il
legame che le unisce all’ordine dei Gesuiti.
Rosa si sposta a Roma su richiesta di Lucia Filippini, ha contrasti con le
allieve che non sono abituate ai suoi metodi, torna a Viterbo, di nuovo è
chiamata a Roma, per cinque anni è un andirivieni per trovare fondi, comporre
vertenze, parare attacchi malevoli.
È appoggiata dall’abate Giacomo Degli Atti, membro della Curia romana, che
apre una scuola a proprie spese. È un successo, lo stesso papa Clemente XI il
24 ottobre 1716 vuole assistere ad una sua lezione. Al termine la chiama, le
pone le mani sul capo ringraziandola perché con la sua opera aiuta la Chiesa a
santificare Roma.
Rosa si stabilisce nella capitale, apre altre case, e inizia a rivedere e
ampliare il libretto delle norme relative alle sue scuole, cercando di eliminare
tutto ciò che nel passato aveva creato contrasti. Non bisogna dimenticare che
le Maestre Pie non erano religiose in senso stretto, ma religiose senza voti
pubblici e soltanto nel 1941 diventeranno una vera congregazione religiosa.
Rosa stabilisce che le Maestre debbano essere nubili poiché le vedove, abituate
al governo della propria casa, non avrebbero accettato facilmente le regole
dell’Istituto. Sconsigliava di accettare terziarie perché, dovendo queste
soddisfare varie devozioni, non avrebbero posto nel lavoro educativo la giusta
attenzione. Inoltre, le maestre non dovevano essere meno di tre: se due
litigavano, la terza avrebbe fatto da paciera, se una si fosse ammalata poteva
essere assistita senza chiamare estranei.
Purtroppo, Rosa non riesce a portare a termine il suo progetto di regole.
Ammalata di tubercolosi, gli ultimi quattro anni di vita sono una lenta agonia,
si spegne il 7 maggio del 1728.
Beatificata nel 1952 da Pio XII, è canonizzata nel 2006 da papa Ratzinger.
Com’era Rosa Venerini Dietro Lo Specchio
Dell’Astrologia?
Una donna pratica e razionale, avanti sui tempi, una tempra solida di
combattente senza traccia di fanatismo. Piedi ben piantati a terra e veri ideali
di solidarietà, quando aveva preso una decisione andava avanti come un treno.
Non si sentiva legata a modelli, schemi tradizionali, in un certo senso la si può
considerare una ribelle che non amava sprecare risorse: niente sterili
battaglie, ma atti concreti.
Può essere considerata a tutti gli effetti una pioniera.
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