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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Cultura
LE
7 MERAVIGLIE DEL MONDO
Nuove o antiche, ma
sempre meraviglie
Almalinda
Giacummo
In
quell’ottica che si chiama modernità, anche le meraviglie del mondo devono
essere modernizzate e quale miglior sistema di Internet per aggiornare il
celebre elenco che ormai denuncia i suoi duemila e più anni? Parte quindi una
nuova votazione, veramente globale questa volta. Prima di tutto la scelta dei
monumenti fra cui votare, operata pare dall’UNESCO, poi via alla pubblicità
su vasta scala ed alle proroghe per i tempi: infatti, la votazione doveva essere
completata entro settembre 2000, ma una maggiore democraticità ha consigliato
di aspettare la fine del 2000, il 31 dicembre.
L’elenco
proposto attualmente dal sito ufficiale è il seguente: la Grande Muraglia
Cinese, il
Taj Mahal, il Potala Palace a Lhasa, l’antica città di Sana`a, la chiesa di
Hagia Sophia, il Cremlino e la Piazza Rossa, il Colosseo, la Torre di Pisa, il
Palazzo dei Dogi a Venezia, la Cattedrale di Aquisgrana e la Torre Eiffel, il
Palazzo ed i giardini di Versailles, l’Alhambra, la Statua della Libertà, le
piramidi di Chitchen itza, le statue dell’isola di Pasqua. Per richiesta
pubblica sono inseriti nell’elenco anche il teatro dell’Opera di Sydney, la
chiesa della Familia sagrada, l’Empire State Building, il Golden Gate, la città
di Machu Picchu e Angkor wat. Nel caso in cui l’elenco non dovesse soddisfare
del tutto, è possibile scegliere altri monumenti collegandosi con il sito
ufficiale dell’Unesco e scegliere fra i 630 monumenti protetti: poi, inoltrare
la richiesta sul sito della votazione, www.new7wonders.com.
Attualmente (25 ottobre 2000) le prime tre classificate sono il Taj Mahal
(10,5%), la Grande Muraglia (9,6%) e Chitchen Itza (8,4%).
La necessità di redigere un nuovo elenco è nata dal fatto che, al giorno
d'oggi, delle 7 meraviglie originali siano rimaste solo la piramide di Cheope a
Giza: erano infatti elencati anche il Mausoleo di Alicarnasso, il Colosso di
Rodi, i Giardini pensili di Babilonia, il Tempio di Artemide ad Efeso, la statua
crisoelefantina di Zeus a Olimpia, il Faro di
Alessandria. Ma quando venne redatto questo antico elenco? Sicuramente in un
periodo successivo il 304-292 a.C., periodo della costruzione, e precedente il
224-227 a.C., momento storico nel quale fu distrutto il celebre Colosso di Rodi.
Il luogo di nascita è di più difficile individuazione: si è pensato si
trattasse di Alessandria d’Egitto, ma la presenza nella lista di numerosi
luoghi dell’Asia Minore e dell’Oriente in generale, farebbe propendere per
qualche città situata ben più ad est. Il motivo dovette comunque essere
l’estrema meraviglia che quelle strutture suscitavano in chiunque le vedesse:
la bellezza, la grandiosità, l’impegno, la genialità.
Il Mausoleo di Alicarnasso era la tomba di Mausolo, signore della Caria e
governatore del re di Persia: Mausolo aveva deciso di trasferire ad Alicarnasso
la capitale della Caria e aveva quindi ristrutturato l’intera città, dandole
una forma regolare. Il tempio di Ares si trovava sulle colline mentre il porto
era sul mare: a metà strada aveva il luogo scelto per la sua tomba. Si trattava
probabilmente di una costruzione particolare e di robuste fattezze, tanto che
solo i cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni riuscirono a spogliarlo quasi
completamente nel XV secolo per rinforzare la fortezza di S. Pietro: ma non servì
a molto, la fortezza capitolò ai turchi nel 1523. Scavato nella metà
dell’800 dagli inglesi, l’edificio doveva avere una struttura tripartita con
una base a forma di dado, una loggia di 36 colonne ed una sommità a piramide di
24 gradini, per un’altezza totale di più di 40 m. Doveva comunque essere la
decorazione scultorea la parte più affascinante della struttura: secondo la
leggenda era opera di Scopa, Leocare, Timoteo e Briasside, alcuni degli scultori
più famosi dell’antichità. C’erano lastre marmoree che rappresentavano
corse di cavalli, lotte fra Greci, Amazzoni, Centauri e Lapiti, frammenti delle
quali si trovano oggi a Londra, sculture a tutto tondo, come
la quadriga sulla cima del monumento e le statue di Mausolo e di sua moglie
Artemisia, di dimensioni notevolmente superiori alla realtà, anch’esse oggi a
Londra. Un mistero resta comunque il luogo esatto della tomba del re, cioè se
in cima al suo monumento o sotto la stessa struttura. Del Colosso abbiamo
parlato per la datazione della lista: l’occasione per la sua erezione fu la
vittoria diplomatica ottenuta grazie all’intermediazione di Atene con Demetrio
Poliorcete, uno dei successori di Alessandro Magno. La città aveva sfangato il
pericolo di una nuova sottomissione e ringraziò la divinità protettrice, il
dio del Sole, Elio, erigendogli una statua di bronzo. Secondo la tradizione
doveva avere un’altezza pari a 32-36 m ed era opera di Carete di Lindo. I
lavori durarono 12 anni e l’immagine che gli viene attribuita è quella di un
essere umano con le gambe aperte a cavallo dell’ingresso del porto principale
dell’isola, nella mano destra una fiaccola e quindi una funzione di faro. Ma
la ricostruzione è piuttosto di difficile realizzazione, perché la statua
avrebbe pesato troppo sulla parte terminale dei moli del porto, oltre a
presentare problemi di dimensione: infatti, la parte superiore del corpo doveva
essere molto più grande rispetto a quella inferiore per poter sembrare delle
giuste dimensioni a chi guardava dal basso. Poi un terremoto distrusse il
Colosso e l’oracolo di Delfi disse agli abitanti di Rodi che ciò che era pur
stato meraviglioso, non doveva essere ricostruito. I Giardini pensili facevano
invece parte di tutto un sistema di meraviglie comprese a Babilonia, a partire
dalle mura: comunque si pensa che si trovassero nel Palazzo Nord, la dimora
privata del re. Si trattava di una serie di gradoni ascendenti, simili ad un
teatro, resi impermeabili con del bitume. Uno spesso strato di terra faceva sì
che si potessero coltivare alberi ad alto fusto, fino a 15 m secondo Curzio
Rufo, mentre una “macchina a spirale” faceva salire l’acqua dall’Eufrate
(Diodoro). Il Tempio di Artemide ad Efeso fu edificato nella sua forma
meravigliosa nel VI secolo a.C., quando gli Efesini non vollero far sfigurare la
loro dea rispetto all’Era di Samo: la pianta di decuplicò quattro volte, cioè
era 40 volte più grande rispetto alla precedente, secondo Plinio aveva 127
colonne che racchiudevano la cella cultuale, ma forse sbagliava. Altissime le
colonne su un basamento di 13 gradini, splendidi i fregi, funambolici gli
sgocciolatoi a sirene, sfingi e gorgoni: i lavori furono talmente lunghi che gli
archeologi hanno individuato almeno due generazioni di artisti operanti sulle
sculture. Visse a lungo il tempio, fin quando, la stessa notte in cui nacque
Alessandro Magno, il 21 luglio 356 a.C., Erostrato lo diede alle fiamme per
restare nella storia. E ci riuscì. Ma ancor più famosa era la sua statua di
culto, l’Artemide dalle molte mammelle, una statua con molti seni, appunto: ma
che seni non dovevano essere. Perché nell’antichità i seni penduli erano
riservati solo alle caricature, e quindi non ad una divinità, e perché nella
copia conservata al Museo Archeologico di Napoli le parti di carne sono
rappresentate in bronzo: il volto, le mani ed i piedi, ma non questi “seni”.
Allora, cos’erano? I seni che venivano tagliati alle Amazzoni per farle tirare
meglio con l’arco e poi dedicati alla divinità? Sono melanzane, uova di
struzzo, datteri o uva, come si è pensato? Oppure sono scroti di toro? Ma un
culto del toro ad Efeso non si parla.
Anche la statua di Zeus aveva dimensioni impressionanti: all’indomani della
battaglia di Platea, i Greci decisero di dedicare un nuovo tempio ad Olimpia al
Padre degli Dei. E per un grande tempio cui voleva una grande statua, che fu
commissionata a Fidia, uno scultore non nuovo ad opere crisoelefantine, cioè
d’oro ed avorio. Perché così era la statua di Zeus, alta 12 metri, seduta ma
sempre così alta da toccare la parte bassa delle capriate del tetto: la chioma,
gli abiti ed i sandali erano ricoperti da una sfoglia d’oro, il capo aveva una
corona di alloro, le braccia, il volto, il busto, le mani ed i piedi erano
rivestite d’avorio, mentre gli occhi erano pietre colorate. Nella mano destra
era la figura di una Nike, o Vittoria alata, nella sinistra uno scettro con in
cima un’aquila. Dentro un’anima in gesso, ferro, legno e creta.
E’ proprio il Faro di Alessandria a dare il nome a tutti i fari
moderni, mentre lui prese il nome dall’isola in prossimità della quale doveva
trovarsi, al largo della città di Alessandria d’Egitto. In effetti, il faro
era su uno scoglio vicino all’isola, a sua volta collegata alla terraferma da
una diga che delimitava conseguentemente due bacini d’acqua, il porto Grande e
l’Eunostos (“del buon ritorno”). Il faro presentava una base rettangolare,
in cima alla quale era la prima terrazza decorata da statue di tritoni; da qui
partiva il secondo troncone, anch’esso rettangolare, mentre in cima era la
lanterna, una struttura colonnata con un tetto a cono sormontato da una statua
di Zeus, o di Poseidone. In pratica, il faro era alto 120-140 m e possedeva una
serie di specchi che consentivano di moltiplicare la potenza dei fasci di luce
e, per alcuni, vedere eventuali navi nemiche fin da molto lontano, mentre la
parte interna presentava scale e rampe per l’approvvigionamento di legna o,
secondo altri, di petrolio per l’illuminazione. Dovette praticamente
scomparire nel XIV secolo. La
piramide di Cheope è ancora al suo posto: tutt’oggi scienziati e no si
lambiccano il cervello per trovare spunti sempre più fantascientifici e
“marziani” per la sua erezione, mentre l’archeologia si affanna per tenere
tutto “per terra”. Costruita per ospitare il faraone Cheope (2551-2520 a.C.)
è alta 146 m circa e presenta il solito ingresso rivolto a nord: da qui partiva
un corridoio che conduceva fino a tre camere poste una sull’altra e di incerta
funzione, forse tre diverse camere sepolcrali, pertinenti a tre fasi
costruttive. Dal bivio per la seconda camera, o della Regina, partiva la Grande
Galleria, lunga 47 m e alta 8,50 m, con un sistema di copertura di volta a
mensola, degradante verso l’interno: si arriva quindi alla camera sepolcrale
più alta, o Camera del Re, con un vestibolo di granito rosso, mentre la sala
vera e propria è composta da cinque enormi blocchi di granito rosa di Assuan.
La sala è coperta da nove blocchi disposti di piatto: gli interstizi fra le
varie pietre sono talmente minimi e realizzati con precisione che non passa
neanche un capello. All’interno si trova un sarcofago scavato in un singolo
blocco di granito nero, talmente grande da non passare attraverso le porte.
Dovette essere deposto all’interno della struttura prima che questa venisse
completata e lo stesso sarcofago si presenta non del tutto realizzato. Come
messo lì di fretta. Cheope venne realmente sepolto dentro la sua piramide?
Sopra questa sala ve ne sono altre, con la funzione apparente di scaricare
l’enorme peso soprastante sulle parti laterali della struttura ed evitare
quindi il tracollo. Le dimensioni stratosferiche della struttura l’hanno sì
preservata nella memoria di tutte le generazioni, ma non hanno salvato il
defunto dalle depredazioni materiali dei mortali: la tomba, infatti, fu violata
già in epoca antica.
Tornando alle sette meraviglie che si vogliono scegliere: saranno in grado i
nuovi monumenti di reggere il confronto con la magnificenza e la fama di quelli
più antichi? Vedremo.
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