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Anno
8
Numero
23

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

Cultura

 

L’AFGANISTAN DEI COLOSSI DI BAMIYAN

Almalinda Giacummo

una donna afganaE’ ufficiale, le statue di Bamiyan, in Afganistan, non ci sono più. Un altro pezzo della storia millenaria del mondo è andato perduto, in questo caso per l’ennesimo estremismo portato ancor più all’eccesso, cieco e convinto, polemico e sterile. Da settimane alte cariche mondiali, non ultimo Kofi Annan, avevano lanciato appelli affinché i Taliban non perdurassero nei loro tentativi di far crollare questi esempi mirabili dell’arte del Gandhāra, ma è stato tutto inutile. Alla fine le statue sono state distrutte e ci siamo sentiti anche fare la morale: gli occidentali hanno pensato a dare soldi più per due statue “infedeli” che per i bambini dell’Afganistan che muoiono di fame e di stenti. Perché i Taliban sono fondamentalisti islamici, mentre le due statue rappresentavano Buddha. Ma andiamo con ordine. I Talibani salgono alla ribalta della cronaca nel 1996, quando si parla di loro a proposito della conquista delle città afgane prede della guerra civile: “talib”, in lingua pashtu, significa studente, ma qui di studentesco non c’è nulla. I Talibani sono per lo più analfabeti: vanno a scuola dall’età di cinque anni, ma sentono ripetere per i quindici successivi versetti del Corano in arabo, con spiegazione in pashtu; quest’ultima, poi, è una lingua di origine persiana. Alla fine, né l’arabo né il pashtu vengono insegnati nella grammatica e nella sintassi, quindi gli scolari della madrassa non sanno né leggere né scrivere né l’una né l’altra lingua. L’insegnamento è puramente mnemonico: i versetti vengono letti ininterrottamente per anni dai mullah, gli insegnanti, che regolano la vita del fedele secondo gli insegnamenti della sharia, la legge islamica. Si tratta di un islamismo «atavico, primitivo, rapportabile solo all’insegnamento di Maometto nella società araba di VII-VIII secolo» (Ahmed Rashid, Aman Ullah saggista politico pachistano). In Afganistan non ci sono televisori, non si ascolta musica, non esistono feste di alcun genere: l’unica radio, Radio Sharia, trasmette continuamente versetti del Corano e prediche dei mullah. Le donne sono considerate meno di esseri inferiori: sono tentatrici e per questo devono portare il burqa, un velo che ne copre totalmente il capo, con una reticella all’altezza degli occhi per poter vedere; non possono andare in ospedale e non possono usare i tacchi per ché il loro rumore potrebbe causare pensieri impuri negli uomini. In alcuni villaggi dell’interno vivono così segregate che è impossibile sapere quante siano e a quanto effettivamente ammonti la popolazione del paese. Per questi fedeli, la jihad, la guerra santa contro gli infedeli, è e resta tale, una guerra contro gli occidentali, mentre nel resto del mondo musulmano è diventata la battaglia con se stessi per essere dei buoni musulmani. I Talibani sono, nella loro ottica, gli unici veri musulmani e non intendono parlare della loro dottrina con nessuno, vuoi perché infedeli vuoi perché gli altri musulmani non seguono i dettami del Profeta. Capo di questo popolo è la «guida dei credenti» Mullah Mohamed Omar: da buon musulmano non si è mai fatto fotografare né riprendere, non si sa la sua età né quale sia il suo aspetto, oltre al fatto che forse è cieco da un occhio. Governa ascoltando in silenzio i suoi ministri, salvo poi essere il solo che decida dopo l’ispirazione di Allah: custodisce anche tutti i soldi del paese, dollari provenienti dalla vendita di oppio, custoditi in casa sua, sotto la tomba di babur nel suo mausoleo di Kabul il suo letto. Fin qui la situazione politica attuale. Ma bisogna comunque ricordare Osama bin Laden, l’uomo considerato dal mondo occidentale come il capo dei terroristi islamici, colpevole di numerose delle stragi degli ultimo anni che lui, durante una delle poche interviste rilasciate, non ha negato affatto ma, anzi, ha praticamente confermato secondo il modo di parlare occidentale: se questo è terrorismo, allora sono colpevole. Figlio di un miliardario saudita, oggi vive nomade nel deserto afgano per evitare di essere catturato ed individuato dai satelliti: in teoria, secondo Omar, non può essere estradato a causa della legge coranica sull’ospitalità, in pratica perché è uno degli uomini più ricchi del paese se non addirittura del mondo.
L’Afganistan è anche stato terra di passaggi, di grandi commerci: la via della Seta passava anche di qua e personaggi come Alessandro Magno e Marco Polo dissero meraviglie di queste terre. Alessandro vi penetrò nel IV secolo a.C. e con lui mercanti, tecnici ed artisti occidentali: poi divenne parte dei regni ellenistici e la Battriana restò a lungo territorio pressoché greco. E Buddha, che nasce nel VI sec. a.C., si diffuse presto in questi territori con la sua religione, ma furono i greci ad effigiarlo in statue e dipinti. Quando a Roma è imperatore Nerone, qui è l’impero Kushana che, governato da Kànishka, combatte contro i cinesi. Poi arrivano i Sasanidi e da nord giungono barbari cugini degli Unni: dal VII secolo arrivano gli arabi che diffondono nuove norme e nuove regole di vita. Mohammed Zaher Quando in Italia nasce Dante, l’Afganistan è un paese ricco di foreste: irrompe dalla Mongolia l’orda di Gengis Khan. Una distruzione radicale investì tutto, anche le opere di irrigazione: Gengis era feroce e la sua gente nomade aveva bisogno di ampi spazi per i cavalli ed al suo ritiro l’Afganistan era un deserto, come oggi. Afgani erano personaggi della dinastia Ghaznì, che si insediarono sui troni della non lontana India; o Babur, fondatore dell’impero moghul dell’India, ancora oggi venerato nella sua tomba presso Kabul; anche Nadir Scià, l’ultimo grande conquistatore asiatico, è afgano. Poi il colonialismo: in India sono i britannici, mentre per i russi l’Aganistan perde i territori a nord del fiume Amu Daria (antico Oxus), con città quali Samarcanda e Bukhara. Gli afgani sembrano preferire l’influenza britannica, pretendendo però un’illimitata autonomia interna e senza riuscire a domare la tribù stanziata al passo Khyber, confine con l’India. Dopo diversi scontri sanguinosi nel corso dell’800, si raggiunse faticosamente un certo equilibrio nel quale l’Afganistan rivestiva un ruolo di stato cuscinetto: comunque, con caratteristiche, seppur embrionali, di Stato. Uno stato particolare, con una catena montuosa che divide in due nord e sud, un territorio abitato da etnie molto diverse fra loro. L’indipendenza totale la raggiunse solo nel 1919 quando Aman Ullah si scontrò un paio di volte con gli inglesi, vincendo gli scontri e costringendoli ad un armistizio e poi ad un trattato di pace nel quale il suo stato veniva riconosciuto, con piena libertà anche nella politica estera. Aman Ullah era anche un capo illuminato: sapeva che era necessario modificare e modernizzare alcuni modi di pensare, non ultima la condizione della donna e fece riforme mirate ad abolire il velo femminile, a cominciare dalla regina e dalle dame della sua corte. Ma i mullah non erano d’accordo. Il suo vero errore fu comunque trafficare con la Russia: si scatenò una rivolta interna fomentata anche dagli inglesi e Ullah fu destituito. Al governo salì un primo personaggio che venne subito impiccato; poi toccò a Nadir Khan, un ex ministro della guerra, infine, dopo un attentato avvenuto nel 1933, divenne re il figlio, Mohammed Zaher: oggi vive in esilio a Roma da quasi trent’anni, dopo che faide intestine favorirono un regime filo-sovietico comandato da un cugino e cognato del deposto sovrano, Mohammed Daūd (1973). Il resto è storia recente: circa dieci anni fa l’esercito russo lascia la regione e scoppia la guerra civile che oggi vede governare i Taliban.
In Afganistan si possono considerare tre etnie principali: i pashtuni, i tagiki e gli hazarà. Questi ultimi discenderebbero dalle orde di Gengis Khan: sono poveri ed accaniti lavoratori. Seguono poi gli uzbechi, i turcomanni, gli ebrei, i nuristani  ed i kuci.