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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Cultura
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BRESCIA
E LE DOMUS DELL’ORTAGLIA DI SANTA GIULIA
Aperti al pubblico gli scavi di due case di epoca romana comprese nel polo
espositivo del Museo della Città
Almalinda
Giacummo
Le domus dell’Ortaglia e
l’Afrodite-Vittoria simbolo della città sono sicuramente due buoni motivi per
andare a Brescia: le prime compongono una parte del complesso
archeologico-museale-storico-artistico di Santa Giulia, il monastero femminile
di origine longobarda
fondato dall’ultimo re, Desiderio, e dalla moglie Ansa nel 753 d.C. La seconda
viene esposta per la prima volta “senza le ali” che la contraddistinguono da
sempre come simbolo bronzeo della città, a confronto con un’altra splendida
donna quale l’Afrodite di Capua, marmorea fanciulla. Insieme fino al 29 giugno
2003: poi l’Afrodite riprenderà le ali e tornerà ad essere una Vittoria. Ma
andiamo con ordine: le due domus, di Dioniso e delle Fontane, si trovano in
quello che anticamente era l’orto delle monache di Santa Giulia e sono state
oggetto di ricerche e di interventi di restauro fra il 1967 ed il 1971, anche se
con criteri sostanzialmente diversi da quelli attuali. Poi tra il 2001 ed il
2002 si è provveduto ad un
monitoraggio preventivo, con documentazione completa sia dello stato di degrado
sia delle strutture rinvenute sia della “tenuta” dei vecchi restauri delle
strutture già messe in evidenza, quindi a scavare altre zone, per
un’estensione totale di circa 1000 mq. Il risultato è oggi un’esposizione
integrata fra i materiali conservati nelle vetrine e negli spazi del museo e una
parte del quartiere abitativo che si estendeva fra la zona pubblica della città
di Brixia, costituita dall’area del foro e dal teatro, e la cinta muraria
edificata in età augustea, il tutto ai piedi del colle Cidneo. Le domus
musealizzate presentano aspetti peculiari non solo per la
loro bellezza intrinseca ma perché, pur trattandosi di una Colonia Civica Augusta teoricamente periferica rispetto alla
Capitale, rispecchiano il ruolo di prim’ordine che la città ebbe sia
nell’ambito delle vie di comunicazione e di commercio sia nello scacchiere
politico per le lotte “imperiali”: le loro decorazioni sono sontuose e si
rifanno a modelli Urbani, le maestranze che li realizzarono dovevano provenire
da Roma stessa o dal meridione, luoghi da cui comunque derivano
“l’ispirazione ed il modello”. Il percorso espositivo conduce dalle sale
del museo direttamente ad un padiglione dotato di passerella al di sotto del
quale si trovano i resti: la prima
domus è quella chiamata del Dioniso per il quadro centrale di un mosaico, dove
il dio è raffigurato disteso con un rython
nella mano destra da cui abbevera una pantera accovacciata ai suoi piedi.
L’ingresso avveniva da uno dei cardini (antica strada romana orientata in
senso Nord-sud) in salita verso il colle retrostante attraverso un passaggio
lastricato, fino ad un cortile aperto: lungo la parete nord era una nicchia con
colonnine e davanti una vasca rettangolare atta ad ospitare l’acqua di una
fontana paesaggisticamente aperta verso un affresco con scena “nilotica”,
fra cui tre pigmei ed un ippopotamo. Nel triclinio,
ove si trova Dioniso, si tenevano i banchetti ed il resto della decorazione
pavimentale, con vasi a due anse da cui escono tralci di vite con grappoli
d’uva, rievoca costantemente l’uso del simposio, così come i pesci, le
maschere teatrali e gli uccelli rappresentati negli affreschi delle pareti.
Nelle immediate vicinanze si trovava una cucina, con il bancone sul quale
venivano appoggiate le braci e al di sopra le pentole con i cibi da cuocere.
Anche la domus delle Fontane aveva il suo ingresso principale su un cardine, poi
attraverso un passaggio coperto si accedeva alla corte lastricata, attorno alla
quale si aprivano numerose sale di rappresentanza, fra cui una sala che doveva
contenere una fontana poi asportata. Le pareti della corte erano decorate con
una pittura a finto marmo con venature trasversali nere, verdi e bianche, simili
ad altre rinvenute a Pompei ed Oplontis. Un cubiculum
presenta la decorazione più antica di tutta la casa: si tratta di un pavimento
mosaicato con elementi geometrici realizzati con tessere bianche e nere,
databile al I sec. d.C.; un altro mosaico doveva rappresentare le quattro
stagioni, di cui oggi resta purtroppo la sola frammentaria estate, riconoscibile
per le spighe che le spuntano dai capelli. Verso le mura si trovavano spazi con
aperture verso il verde, adatti ad ospitare gradevolmente durante l’estate,
mentre un triclinio aperto verso la corte interna presentava al centro del
pavimento realizzato con un battuto di malta bianca un emblema di piastrelle
bianche e nere disposte a formare girandole:
questo quadretto centrale venne più volte restaurato già in epoca antica e non
sempre nel rispetto né del disegno né della cromia originali. L’ambiente più
ricco è anche uno dei più tardi (III sec.): il pavimento della sala delle
Colonne è diviso in tre parti, di cui quella centrale presenta «stelle di
losanghe determinanti quadrati con foglie d’acanto disposte a girali, grandi
fiori, girandole, scacchiere, pelte, rombi e diamanti, brocche. Il
tutto delimitato da una treccia a due capi e da cornici con onde
correnti; verso sud è un meandro a doppia T con losanghe colorate con al
centro, in un cerchio iscritto in un quadrato, un nodo di Salomone. L’ultima
parte presentava degli esagoni con rosette a sei petali».
Nelle epoche successive parte della casa fu adibita ad attività artigianali,
mentre nel VII divenne un’area cimiteriale.
In entrambe le case la posizione vicino al colle
e le probabili infiltrazioni d’acqua dovettero rendere necessari lavori
di “riscaldamento ed isolamento” delle strutture, portando quindi alla
realizzazione di ambienti riscaldati tramite vapori caldi fatti passare in
un’intercapedine lungo le pareti ed al di sotto dei pavimenti. Le domus sono
entrambe databili, nel momento di maggiore splendore, al II secolo d.C., anche
se il pavimento in bianco e nero della casa delle Fontane rimanda al I secolo
d.C., forse per un sentimento conservatorista del proprietario, che nei successivi
restauri lo mantenne comunque. I mosaici presentano colori vivaci ed i modelli
sia delle immagini principali sia dei riempitivi sono stati adottati con estrema
facilità, così come anche la moda delle fontane trova qui a Brixia notevole
capillarità, anche in conseguenza del fatto che Augusto e Tiberio realizzarono
l’imponente acquedotto che dalle falde del Cidneo a Nord portava in città
acqua in abbondanza.
Musealisticamente parlando, la visita delle domus è godibile: nelle previsioni
il visitatore potrà accedere anche durante alcune opere di consolidamento e di
studio ancora da effettuare, integrando quindi la visita “normale” con un
po’ di “mestiere dell’archeologo”. Esaustivi i pannelli didattici,
generosamente bilingui, buona l’illuminazione e la scelta del colore di fondo.
E Afrodite? Il 20 luglio 1826 nell’area del Capitolium
fu rinvenuto un ripostiglio di bronzi, fra i quali faceva bella mostra di sé
una Vittoria alata: la sua bellezza e grandiosità ne fecero subito il simbolo
della città. Secondo gli studiosi i bronzi dovettero essere nascosti alla fine
del IV secolo d. C., allorché Teodosio mise fuorilegge la religione pagana e
fece distruggere gli antichi luoghi di culto. Nella forma in cui è stata
ritrovata, la statua rappresenta una Vittoria alata che mostra al pubblico ciò
che ha appena scritto su uno scudo che tiene poggiato sulla gamba sinistra
flessa. Ma da tempo si sa che le ali non sono pertinenti alla statua originale:
il movimento nel senso generale doveva essere lo stesso, ma la donna raffigurata
probabilmente si stava solo specchiando in uno scudo. Da quest’idea, il
confronto con altre rappresentazioni note di Afrodite che usa le armi del
compagno Marte per compiacersi della propria bellezza, così come raccontato da
Apollonio Rodio nel 240 a.C. Secondo le attuali ricostruzioni, questa statua
dovette essere portata a Roma da Lucio Mummio dopo il saccheggio di Corinto
anche se, stilisticamente parlando, il drappeggio ed il movimento sembrano più
da ricollegare con Rodi ed Alessandria d’Egitto ed il trasporto a Roma di
opere da parte di Ottaviano in seguito alla sconfitta di Antonio e Cleopatra.
L’arrivo a Brixia fu forse opera di Cesare o di Augusto, mentre la
trasformazione in Vittoria poté avvenire in seguito alla vittoria di Antonio
Primo, luogotenente di Vespasiano, a Bedriacum
sulle truppe di Vitellio (69 d.C.). Si tratta di un’Afrodite alta, slanciata,
dal collo lungo e dai seni alti, il panneggio morbido, i capelli raccolti in
dolci ciocche sulla testa, trattenuti quasi a stento dalla tenia istoriata in
argento. Si resta senza parole, di fronte alla maestosa bellezza di questa
statua datata oggi al III secolo a.C., ed ancora di più dinnanzi al confronto
con la statua marmorea della Afrodite di Capua, capolavori di bellezza ed
armonia.
Da vedere perché le domus sono di notevole interesse e perché l’Afrodite fra
pochi mesi rimetterà le ali: chi ha detto che Brescia è solo metallurgia, non
aveva capito niente! Tutto il complesso del Museo della città merita più di
una visita, ma ne parleremo più avanti.
Informazioni utili: apertura dal martedì alla domenica, dalle 9.30 alle 17.30
(dal 1 giugno fino alle 18.00); il biglietto d’ingresso è di 8 euro, ma ci
sono notevoli agevolazioni sia per gli studenti, sia per gruppi e convenzionati.
All’interno tutto è ben organizzato, il personale cortese e numeroso.
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