prima paginaPrima pagina
editorialeEditoriale
attualita'Attualità
culturaCultura
costumeCostume
spettacoloSpettacolo
personaggiPersonaggi
turismoTurismo
medicinaSalute
sportSport
agendaAgenda
oroscopoOroscopo
curiosita'Curiosità
consulenteConsulente
giardinaggioGiardinaggio
cucina
Cucina
dentino avvelenatoDentino avvelenato

linkI nostri link
e-mailE-mail


Anno
8
Numero
23

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

 

Cultura

 

IL CONCETTO DI CIVILTÀ UNIVERSALE secondo la cultura occidentale 

Andrea Rocca 

Il concetto di “civiltà universale” fa genuinamente parte della cosiddetta cultura occidentale; le origini vanno ricercate nel XIX secolo nell’ambito del dovere morale del senso di responsabilità dell’uomo bianco, concretizzantesi nella ricerca pervicace del dominio politico ed economico a livello intercontinentale.
Sul finire del XX secolo l’universalismo, come altrimenti viene chiamato, cementa ulteriormente la necessità di un dominio culturale del mondo occidentale rispetto alle altre civiltà; conseguentemente la manifesta inferiorità di quest’ultime si traduce nella chiara imitazione dei modelli di vita vincenti. Se per gli occidentali la diffusione a livello mondiale dei mezzi di comunicazione è un utile mezzo di integrazione globale (vedi Internet), per gli altri tali “intrusioni” altro non sono che un segno nefasto di pernicioso imperialismo: una minaccia da debellare.
Il concetto di civiltà occidentale trova scarso seguito presso altre civiltà, riottose nel porsi in secondo piano. Secondo il saggista statunitense Samuel P. Huntington la presenza sempre più marcata di tale visione deve basare la propria ragione di essere su tre presupposti, da esaminare opportunamente.
In primis il principio secondo cui il venir meno dell’ideologia comunista abbia portato alla naturale vittoria del liberalismo occidentale, sancendone la “scontata” diffusione nel mondo intero. A detta di Huntington, l’errore di fondo presente in un tale modo di vedere deve essere ricercato nella falsa convinzione che, a tutt’oggi, il modello democratico liberale sia l’unica alternativa al comunismo sovietico. L’esistenza del nazionalismo, del corporativismo, del comunismo cinese, ad esempio, costituiscono in sé e per sé dei modelli politici da non sottovalutare.
Oltre alle categorie politiche vere e proprie coloro che detengono il potere dovrebbero fare i conti con i sistemi statali che si affidano ai principi assoluti di stampo religioso. Le grandi religioni nel villaggio globale contemporaneo è l’unica forza in grado di smuovere le masse, motivandole. Se la netta separazione creata dalla presenza dei due blocchi scaturiti dalla Guerra Fredda è venuta meno, ciò non vuole significare il venire meno dell’unità in termini di etnia e religione all’interno di altre civiltà.
Il secondo presupposto si basa sulla convinzione che l’apertura dei commerci unita alla diffusione dell’interazione mass-mediologica, nell’ottica di una progressiva interazione tra i popoli, riduca la possibilità di conflitti tra le nazioni. Tale tesi non è poi così comprovata. Il boom internazionale dello sviluppo commerciale è coinciso con gli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo, tuttavia proprio nel momento di maggiore frizione tra il blocco sovietico e quello occidentale. Negli anni antecedenti la Grande Guerra gli scambi commerciali internazionali ebbero uno sviluppo mai raggiunto prima; l’idea che la liberalizzazione del commercio promuova la pace non è storicamente del tutto accettabile.
Secondo uno studio condotto da Dale C. Copeland risalente al 1996, l’interdipendenza economica può portare a conflitti qualora le nazioni non ritengano possibile la prosecuzione di un soddisfacente livello interdipendente, in un prevedibile futuro.
Sostanzialmente una globalizzazione sempre più grande concretamente porterebbe addirittura ad una esasperazione delle differenze tra i popoli, favorendo la crescita di una esacerbata  autocoscienza propria sul piano culturale, etnico e religioso.
Il terzo presupposto considera l’esistenza di una civiltà universale come il naturale conseguimento del processo di modernizzazione avviatosi nel XVIII secolo con la rivoluzione industriale. Proprio l’occidente ha visto nascere una società moderna portatrice di innovativi valori scientifici, sociali, religiosi e politici, esportati in tutto il mondo.
Le società moderne hanno molti punti in comune tra loro e solamente nazioni come l’India ed il Giappone possono paragonarsi a loro dal punto di vista della longevità politica e sociale; l’evoluzione graduale e la naturale presenza di taluni fattori contribuiscono a spiegare la preminenza occidentale rispetto alle altre culture. L’omogeneità linguistica, il comune retaggio culturale classico, l’eredità del cattolicesimo e del protestantesimo, lo stato di diritto, la pluralità sociale unita ad un altrettanto sentito individualismo; tali elementi, messi insieme, hanno contribuito a far sì che l’occidente assumesse il controllo del processo di modernizzazione, permettendo alla cultura occidentale di ribattezzarsi ragionevolmente come “cultura universale”.