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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Cultura
LA
RELIGIONE E PRIME NECROPOLI DEGLI ETRUSCHI: una meraviglia sempre nuova
Almalinda
Giacummo
Uno
degli aspetti che si sono tramandati della religione etrusca è l’arte
divinatoria, giunta praticamente integra ai romani e da questi continuata per
secoli. La cosiddetta Disciplina Etrusca voleva mettere a servizio dell’uomo
strumenti per comprendere la volontà delle divinità. Un sistema era l’extispicina,
cioè la consultazione delle viscere animali da parte degli aruspici: tutto ciò
era apprezzato o deriso dai romani a seconda dell’esigenza del momento;
secondo Catone erano così ridicoli che dovevano avere una grande forza di
volontà per non ridersi in faccia quando si incontravano. Dovevano comunque
esistere vari livelli “di specializzazione”: alcuni dovevano essere aruspici
di villaggio, che portavano le loro arti in giro per le campagne, altri di città,
ufficiali.
E questi ultimi facevano parte di famiglie etrusche aristocratiche, come
testimonia Cicerone quando consiglia di insegnare ai principi l’etrusca
dottrina: una pratica antica che poteva avere valore di stabilità sociale e che
veniva tenuta in debita considerazione al momento opportuno anche di fronte agli
auguri, divinatori ufficiali dello stato romano. E questo li metteva in una
posizione di potere, perché potevano cambiare il responso a seconda della loro
personale idea, a patto però che il potere centrale fosse interamente
d’accordo.
Gli aruspici etruschi erano tenuti in così alta considerazione per via
dell’antichità della loro disciplina, ma già durante l’epoca romana era
una continua lotta per mantenere inalterato e possibilmente aumentare la potenza
e la saggezza nella storia di queste tradizioni: tanto che personaggi come
Nigidio Figulo scrissero opere all’etrusca sull’interpretazione dei tuoni,
ma adattando il tutto alle esigenze romane. Esattamente, cos’era la disciplina
etrusca? Era un insieme di leggi, nozioni e precetti che, ordinati esattamente,
potevano spiegare la realtà in quanto sistema precisamente strutturato da leggi
e norme dipendenti da dogmi rivelati dalle divinità.
A dare i fondamenti di questa dottrina sarebbe stato Tagete, un fanciullo con
l’aspetto e la saggezza di un adulto che viveva a Tarquinia: forse figlio di
Genio e nipote di Giove, da altri viene assimilato ad Hermes Ctonio,
sotterraneo. Ma a chi raccontò le regole dell’aruspicina? Secondo Cicerone a
tutta l’Etruria, secondo Censorino, per citarne alcuni, ai Lucumoni; solo
Giovanni Lido ricorda come interlocutore di Tagete un tal Tarconte, un aruspice
che avrebbe ricevuto i primi dettami da quel Tirreno lidio già menzionato.
Probabilmente non fu così, ma è il ricordo di un momento in cui Tarquinia
aveva un potere immenso, fra la fine del V e la metà del IV secolo a.C. La
disciplina della letture dei fulmini fu invece spiegata dalla Ninfa Vegoia, così
come l’inamovibilità dei cippi confinali ed il possesso della terra. Per i
fulmini veniva osservate la provenienza, la direzione e la traiettoria di
ritorno per identificare il dio autore del segno, poi venivano nominati a
seconda del punto di impatto, del luogo toccato, degli effetti e
dell’efficacia ottenuta.
La saetta, per Vegoia, doveva
essere una Lasa, un soggetto femminile più o meno dotato di ali e vestito con
un corto chitone che veniva spesso raffigurato nelle tombe ellenistiche: tra
l’altro il nome di Vegoia compare anche sul fegato di Piacenza. Di cosa si
tratta? E’ un modellino in bronzo di un fegato ovino sul bordo del quale sono
incise caselline con iscritti all’interno dei teonimi, divinità che dovevano
probabilmente presiedere alle singole parti dell’organo animale. Ma più
importanti di tutto erano le escrescenze anatomiche, quali il lobus
piramidalis, che se assente era il peggior presagio possibile, e la
vescichetta biliare, dedicata a Nettuno e specifica per previsioni “navali”.
Un’altra tecnica divinatoria era quella basata sulle sortes di Apollo: si trattava di fettucce o dischetti di metallo che
venivano estratti da mazzi specifici e che portavano iscritti responsi oracolari.
Queste dottrine misero in crisi quelle classiche romane, come l’osservazione
del volo degli uccelli.
Per la storia non sono noti edifici legati al culto fino all’VIII secolo a.C.,
ma si ipotizza che questo dovette essere effettuato all’interno della capanna
del capo: in questo periodo sono anche note sepolture inserite in un cerchio di
pietre segnalante vincoli di parentela ma che lascia intuire una forma di culto
degli antenati, poi esplicitato e monumentalizzato nella rappresentazione fisica
degli stessi antenati assisi in trono, a volte in camere specificatamente
costruite, come nel caso della tomba delle Cinque sedie a Cerveteri. Nel
villanoviano antico c’era l’uso di umanizzare il biconico (vaso) che
conteneva le ceneri dei defunti coprendolo, tappandolo, con una ciotola nel caso
delle donne e con un elmo per gli uomini, nel tentativo forse di reintegrare la
presenza fisica del defunto cremato. Tradizione che sfocerà nei famosi canopi
chiusini, umanizzati a tal punto da rappresentare nel coperchio la testa di un
essere umano e nel vaso il corpo, comprensivo di braccia e di attributi
preziosi. Oppure su un coperchio semplice compaiono figurine umane complete,
nell’atto magari di eseguire lavori quotidiani o strane danze. Rituali di tipo
vitalistico erano quindi presenti e sono anche ricordati dalle numerose immagini
di animali quale, ad esempio, il toro: il riferimento è alla sua energia, alla
vivificazione ed alla forza generatrice. E poi l’essere umano nella sua nudità
più totale, con i caratteri sessuali ancora più accentuati rispetto alla realtà,
come a ricordare l’importanza dell’attività sessuale per la rigenerazione e
la proliferazione della società arcaica, estremamente connotata in senso
agricolo e guerriero. Il viaggio nell’aldilà non deve essere fatto
necessariamente a piedi, è un viaggio lungo ed utili possono risultare numerosi
mezzi di trasporto quali carri e animali simili ai cavalli, pur potendo anche
rappresentare lo status sociale del defunto stesso: ma spesso il viaggio viene
visto come una traversata per mare, come dimostrano i numerosi modellini di
barche rinvenuti nelle sepolture più antiche. Più normale per quel che
concerne il viaggio, la rappresentazione di un calzare.
Dalla fine dell’età villanoviana viene molto riprodotta la caccia, usata per
simboleggiare ulteriormente il valore del defunto: si parte da cacce a
personaggi fantastici, interpretabili come personificazioni della morte e del
nemico, fino a fiere più normali ed usuali. Ed alla natura erano legate
sicuramente le divinità più antiche, Tinia e Mars, o dee quali Turan e Uni
erano epitetati con “padre” e “madre”, alcune figure appaiono
ambivalenti (Achvizr, Alpan...), forse per una tale antichità che non aveva
permesso una chiara antropomorfizzazione. Questa si manifestò in conseguenza
dell’introduzione del mito greco: i primi segnali si vedono dalla seconda metà
del VII nell’opera dei ceramografi. Quasi fedelmente sono ripresi gli eroi,
come quell’Aiace di omerica memoria, o Achille, mentre le divinità hanno vita
più difficile: gli Etruschi ne hanno di loro e se qualcuna la accettano più
facilmente, Apollo, Eracle ed Artemide,
la associano a divinità già esistenti (Apollo-Suri), mentre le altre
necessitano di tempo. In effetti, il pantheon etrusco è già ricco: Tinia,
Laran, Turan, Maris o Turms sono proprio etruschi, mentre quelli con nome
terminante in –ns hanno origini italiche, Nethuns, Fufluns, Culsans, Selvans.
Le divinità straniere, greche, vengono riconosciute nel momento in cui si passa
dalle capanne isolate ai villaggi, ma assorbite solo in un secondo momento, con
le prime strutture santuariali propriamente dette (circa seconda metà VII
secolo). Nel VI secolo l’ellenizzazione è completa.
Dove avvenivano i riti in onore delle divinità? Le prime forme di religiosità
dovevano celebrarsi in luoghi naturali come cascate, grotte particolari, vicino
a sorgenti, acque termali, queste ultime due spesso con carattere terapeutico,
boschi sacri: la terra era il punto di congiunzione ideale di tutte le divinità,
celesti, terrestri e sotterranee. All’inizio il rito doveva avvenire su
altari: con offerte al di sopra dell’altare stesso se in onore di divinità
celesti, all’interno di un foro dello stesso altare se per divinità ctonie.
L’autorità statale si appropria delle forme del culto fra VII e VI secolo,
mentre la collettivizzazione è forse del VI secolo, con l’individuazione di
divinità protettrici dell’intera comunità cittadina: agli altari si
affiancano edifici di maggiori dimensioni, simili alla casa aristocratica, con
un vestibolo colonnato che precede tre ambienti affiancati chiusi da due spazi
aperti. Nella sala principale è il simulacro del dio, ma il culto avviene
all’esterno: se la città già esiste si ritaglia uno spazio in cui celebrare,
se la città è di nuova fondazione si sceglie il luogo apposito, marginale
rispetto all’abitato stesso (Marzabotto, Pyrgi, Gravisca). Quest’ultimo
aspetto era riferito specialmente a divinità guerriere o femminili, mentre il
nume tutelare della città poteva essere all’interno. Architettonicamente,
possiamo ricostruire i templi etruschi leggendo Vitruvio: il rapporto tra spazi
ed elementi era numerico, larghezza e lunghezza (5:6), tre celle (3:4:3),
colonne in rapporto 1:3 rispetto alla larghezza del tempio stesso. Il tetto era
a due spioventi e coperto da tegole ed embrici di terracotta, le cui estremità
erano decorate con elementi figurati (felini, gorgoni, menadi e satiri) e
dipinti: spesso anche il trave centrale (columen) era decorato con statue (si
veda ad esempio il palazzo di Murlo o il tempio di Veio con le famose statue
opera di Vulca). La specificità della decorazione sarà assoluta nel V secolo
(templi di Pyrgi), con una pluralità di elementi presenti, come a dimostrare
l’effettiva unità dello stato raggiunta con il consenso dei gruppi
aristocratici. Ed alla religiosità sono legati strettamente gli ex-voto, statue
in terracotta ed in bronzo, sia per rappresentare l’offerente, l’offerta in
animali o in frutti, sia per ricordare la divinità, sia per portare l’accento
su una parte anatomica sofferente, o bambini in fasce.
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