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Anno
8
Numero
23

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

 

Cultura

LA PINACOTECA  DEL CASTELLO riapre a Milano il 19 aprile 

MILANO, LUNEDÌ 18 APRILE RIAPRE LA PINACOTECA DEL CASTELLO
Nelle sale ristrutturate, un nuovo percorso espositivo per 230 opere selezionate tra cui i capolavori di Mantegna, Antonello da Messina,
Foppa, Cesare da Sesto, Procaccini, Cerano, fino a Bellotto e Canaletto
 

Dopo 4 anni, ritorna nei suoi spazi, con un nuovo allestimento, la Pinacoteca del Castello Sforzesco che, insieme a quella di Brera, è la più vasta e importante di Milano. Essa può essere davvero definita la Pinacoteca dei milanesi, poiché accoglie alcune antiche e nobili collezioni della città, come quella dei Trivulzio, acquistata con sottoscrizione cittadina nel Maestro di Trognano, Adorazione dei pastori, dopo il 1481, legno intagliato1935, fino a quelle donate per due secoli da cittadini illustri, da patrioti, da studiosi e amatori, da collezionisti, o acquistate dal Comune di Milano.
Dal suo ingresso nel restaurato Castello Sforzesco nell’anno 1900, riunita al Museo Archeologico civico con il nome di Civico Museo Artistico e Archeologico, la Pinacoteca civica è stata arricchita da un continuo flusso di donazioni provenienti da antiche e nobili famiglie milanesi e di acquisti straordinari dell’amministrazione comunale che arrivano fino ai Canaletto e al Bellotto tra il 1995 e il 1998. Dal 1867 a oggi  93 donatori hanno arricchito le collezioni della Pinacoteca che oggi possiede 1508 dipinti, tra i quali capolavori di Mantegna, Antonello da Messina, Foppa, Cesare da Sesto, Procaccini, Cerano, fino a Bellotto e Canaletto.
Da anni la Pinacoteca attendeva un nuovo allestimento. Più che mai dopo la pubblicazione del catalogo completo dei dipinti (a cura di Maria Teresa Fiorio, nell’edizione Electa-Banca Intesa), si era resa necessaria una nuova distribuzione delle opere che ne riconoscesse ed esaltasse le eccellenze e le novità attributive introdotte dal catalogo stesso e dagli ultimi studi, rinnovati ancora in occasione di questo allestimento. Quando, nel 2000, ebbero inizio i lavori di ristrutturazione, adeguamento tecnologico e restauro del Castello, la Pinacoteca fu smantellata e restò visibile solo in parte nelle Sale Viscontee.
Per questo nuovo allestimento la Direzione Centrale Cultura e la Direzione Raccolte d’Arte del Comune di Milano hanno chiamato a consulto uno storico dell’arte di fama internazionale: Mauro Natale. Amico e allievo di Federico Zeri, docente all’Università di Ginevra, autore di cataloghi di importanti pinacoteche (Poldi Pezzoli, Borromeo, Thyssen Bornemisza). Per la prima volta Mauro Natale si è cimentato nell’allestimento di un Museo e con il direttore dei Musei d’Arte, Ermanno A. Arslan, con il conservatore, Laura Basso, con il museografo, Valter Palmieri, ha scelto 230 opere e creato il nuovo percorso, fatto di sequenze, di accostamenti, di confronti che esaltano i capolavori, le scuole, gli autori e lo spirito dell’intera collezione. Una delle più innovative connotazioni di questa nuova disposizione espositiva è la presenza di opere scolpite: medaglie, bassorilievi lignei, sculture in terracotta e marmo accostati e confrontati ai dipinti coevi. 

L’ALLESTIMENTO
Curato da Mauro Natale, che si avvale di un nuovo allestimento studiato da Valter Palmieri, il nuovo percorso espositivo ripercorre le tappe principali della pittura lombarda, con testimonianze di altri ambiti culturali – in particolare la scuola veneta –attraverso unVincenzo Foppa, Sant’Agostino itinerario cronologico che dalla metà del XV secolo arriva alle soglie del Neoclassicismo.

Vengono così restituiti al pubblico in una loro collocazione ottimale capolavori quali il San Benedetto di Antonello da Messina, il Polittico di Torchiara di Benedetto Bembo, la Madonna col Bambino del Foppa, la Madonna in gloria tra santi di Andrea Mantegna, il Martirio di San Sebastiano di Antonio Campi, Ritratto di Jacopo Soranzo di Tintoretto, San Michele Arcangelo del Cerano, Palazzo dei giureconsulti di Bernardo Bellotto, e il Molo verso la Riva degli Schiavoni e il Molo verso la Zecca del Canaletto.
In questo modo, le tele, le tavole, i quadri da stanza, le grandi pale d'altare, gli affreschi e le miniature, selezionati sulla base dell'autografia e della qualità, testimoniano i passaggi salienti della storia dell’arte in Lombardia. L'esposizione permanente della Pinacoteca suggerisce un ulteriore livello di approfondimento, superando l’aspetto canonico della pittura. Infatti ai dipinti si affianca una rassegna di manufatti plasmati, scolpiti o intagliati, proposti con l’intento di far apprezzare al pubblico l’unitarietà del linguaggio dell’arte e l’articolazione delle sue espressioni.
La Pinacoteca è posta nella corte ducale del Castello Sforzesco sulla quale si affacciano gli edifici che furono la residenza dei duchi di Milano e dei loro familiari nel corso del Quattrocento, cui si accede attraverso uno scalone monumentale concluso da un’elegante loggia, che conduce al primo piano dove si trova  la Pinacoteca, allestita in una sequenza ininterrotta di ambienti, dalla sala XX alla sala XXVI. 

IL PERCORSO ESPOSITIVO
L’inizio del percorso si concentra sulla cultura tardo gotica che permea, in tutte le sue espressioni, l'arte lombarda, fin oltre la metà del Quattrocento, sostenuta e promossa dalla corte dei Visconti e degli Sforza. In questa prima sala, la XX, si incontra il superbo Polittico di Torchiara, firmato dal cremonese Benedetto Bembo e datato 1462, commissionato da un fedele servitore degli Sforza, Pier Maria de Rossi. Fatto alquanto raro, l'opera conserva, pressoché integra, la ricca cornice intagliata, esplicito omaggio al gusto del gotico fiorito. Su uno sfondo punzonato d'oro, si stagliano le sagome nervose e dense di umore dei santi che affiancano una Madonna con Bambino. Gli influssi ferraresi e della scuola padovana, capeggiata dallo Squarcione, si riflettono nell'opera e rammentanoAntonello da Messina, San Benedetto, 1470 circa, olio su tavola, 105 x 43,5 cm le aperture dell’arte lombarda verso i centri artistici confinanti.
Nell’ampia sala XXI si dispiega la pittura lombarda dalla metà del Quattrocento fino ai primi decenni del Cinquecento, che ha come protagonista assoluto Vincenzo Foppa, caposcuola e interprete di un linguaggio figurativo che alimentò a lungo l'arte lombarda, anche dopo l’arrivo di Leonardo a Milano nel 1482. Il lungo percorso dell’artista ha nella pinacoteca due estremi affascinanti: la giovanile Madonna con il Bambino (1450-1470 ca.), e il monumentale Martirio di San Sebastiano (1490-1500), palese omaggio al classicismo importato da Donato Bramante, cui si affiancano altri capolavori come la Madonna del libro, San Francesco riceve le stigmate, o le due figure di San Teodoro e di Sant’Agostino. La sala custodisce, tra le altre, opere di Ambrogio da Fossano detto il Bergognone, Marco d’Oggiono, Bartolomeo Suardi detto il Bramantino, Agostino Busti detto il Bambaja. La complessa personalità di Bernardino Luini, esemplificata dall’immagine della Madonna con il Bambino e dall’imponente scena mitologica con Ercole e Atlante, conclude questo primo capitolo sulla pittura lombarda.
Nel piccolo vano della sala XXII sono state accostate una Madonna con Bambino – di cui è noto il nome del committente vergato sull’epigrafe – e la Trinità di Gerolamo da Santacroce: in entrambe, una finta cornice è dipinta su una tela sottilissima e inquadra il soggetto, arricchendo l’illusione ottica dell’immagine. Di fronte, è esposta una superba tavola raffigurante Cristo benedicente volutamente spoglia della cornice. La stupefacente qualità della stesura pittorica a olio raggiunge punti di virtuosismo nella traduzione in punta di pennello della massa dei capelli e di altri dettagli, mentre l’ombra della mano benedicente, che si adagia sulla tunica rosata, indica l’alta padronanza nella resa prospettica dello spazio, esercitata dall’anonimo artista di matrice veneta.
La sala XXIII espone alcuni capolavori assoluti conservati dalla pinacoteca, opere uniche prodotte da artisti che hanno impresso tappe fondamentali nello sviluppo della storia dell’arte italiana del XV secolo. Da Antonello da Messina, presente con la tavola San Benedetto (1470 ca.) miracolosamente integra, a Giovanni Bellini, qui con un’acerba Madonna con il Bambino (1460-1465 ca.), e di Andrea Mantegna con la pala Madonna in gloria tra Santi e angeli (1497), opera della sua maturità, caratterizzata da uno straordinario pregio pittorico.
Altri autori di matrice veneta concorrono a completare la sala: l’inquieto linguaggio di Carlo Crivelli trapela nelle tavolette con San Giovanni Battista e San Bartolomeo (1472), una giovanile Madonna con Bambino (1480-1490 ca.) di Bartolomeo Montagna che rivela quanto la lezione di Antonello da Messina e di Giovanni Bellini sia stata assorbita dal pittore veneto, infine una Sacra Conversazione immersa in un platonico paesaggio, rara prova di Andrea Solario. Accanto a queste opere, si incontra la Madonna dell’Umiltà (1430-1432 ca.) di Filippo Lippi che rappresenta una delle icone più straordinarie del primo quattrocento fiorentino. L’opera è conosciuta anche come Madonna Trivulzio: da quella collezione nel 1935 entrò a far parte del museo insieme ai dipinti di Mantegna e di Giovanni Bellini grazie a una sottoscrizione pubblica sollecitata dal Comune di Milano.
Sempre dalla collezione Trivulzio, nella sala XXIV, proviene il Ritratto di Lorenzo Lenzi (1528) realizzato dal giovane Agnolo Allori detto il Bronzino con una spontaneità che maschera la complessa rete di rimandi affettivi e intellettuali celati dal dipinto. Al Correggio, si deve, poi, la delicatissima immagine della Madonna con il Bambino (1514-1523 ca.) sintesi di morbidezze raffaellesche e di sfumato leonardesco.
Straordinaria importanza ebbe la città di Cremona nella rielaborazione del filone manieristico affiancato dalla corrente del luminismo naturalistico di ascendenza fiamminga. Portatori di queste istanze furono i Campi rappresentati da Antonio che firma e data 1575 il Martirio di San Sebastiano, da Bernardino - Cristo crocefisso (1584-1591 ca.), Sant’Ugo di Lincoln e il Beato Guglielmo da Fenoglio; Sant’Ugo di Grenoble e San Bruno (1576) - ma anche da Europa e Lucia Anguissola che si formarono alla loro scuola.
La sequenza proposta nella sala XXV rammenta i reciproci influssi e i legami, culturali e politici, che intesse la pittura prodotta nelle province di Bergamo e Brescia e la scuola veneta.
L’itinerario inizia con il paragone tra il misterioso Ritratto di poeta (1467 ca.), assegnato a Giovanni Bellini, e l’inquietante Ritratto di giovinetto (1524-1527 ca.), tardo capolavoro di Lorenzo Lotto, massimo interprete della ritrattistica agli inizi del XVI secolo. Le opere di Giovanni Cariani, di Bernardo Licinio e di Antonio da Pordenone entrano in vicendevole rapporto e consonanza con i testi di Agostino Galeazzi, di Girolamo da Romano e di Alessandro Bonvicino. Il punto di massimo confronto è costituito dai dipinti del bergamasco Giovan Battista Moroni, soprattutto il Ritratto di Giorgio Passo (1555-1560 ca.) e la lezione di Tiziano offerta dal Ritratto di Monseigneur d’Aramont (1541-1542 ca.), una delle molteplici prove dell’indiscusso caposcuola veneto nel campo della ritrattistica. Le qualità di introspezione psicologica e l'eccellenza della tecnica pittorica connotano il Ritratto di Japoco Soranzo (1550-1551 ca.) e la Testa virile (1545) opere della piena maturità di Jacopo Robusti detto il Tintoretto. La rassegna prosegue con brani di carattere religioso provenienti da chiese bresciane e venete e si conclude con il Ritratto d’uomo (1600-1610 ca.) assegnato a Leandro Bassano.
Nella vasta diocesi lombarda, governata dagli arcivescovi Carlo e Federico Borromeo, chiese, centri conventuali, "sacri monti" sono investiti da una profonda riforma liturgica legata ai dettami sanciti dal Concilio di Trento. Alla pittura è demandato il compito di stimolare la religiosità dei fedeli e di eccitare la loro pietà dispiegando un repertorio di immagini efficaci quanto improntate all'ortodossia più rigorosa. Al servizio del dogma cattolico, prestano la loro attività un gruppo di artisti, tra cui emergono le personalità di Giovan Battista Crespi, Pier Francesco Mazzucchelli, la prolifica famiglia dei Procaccini, specialmente Giulio Cesare, oltre a una serie di comprimari. Di questi artisti, alcuni falciati dalla peste del 1629-1630, la pinacoteca presenta, nella sala XXVI, prove di destinazione privata e il gruppo superstite di un complesso lavoro richiesto da una commissione laica. Dalla Cappella del Tribunale di Provvisione, nel Palazzo dei Giureconsulti, giunge una sequenza di pale d'altare e pannelli legati da un programma iconografico teso a glorificare la chiesa ambrosiana e, con essa, il valore storico della metropoli lombarda.
Cessata la peste nel 1630, in Lombardia si assiste a un moltiplicarsi di cantieri soprattutto religiosi dove operano botteghe di artisti permeati dalla precedente cultura figurativa. In pittura, una svolta moderatamente barocca è sostenuta da Francesco Cairo, già precoce interprete negli anni giovanili di struggenti brani religiosi come il San Francesco in estasi. A un linguaggio di sincera devozione si accordano i quadri di Carlo Francesco Nuvolone, il maggiore di un’importante bottega di artisti. Nelle opere di Stefano Danedi prendono sostanza visiva quei "quadri da stanza", in origine elencati negli inventari di importanti "gallerie" lombarde; a questi si affiancano eccellenti prove nel campo della ritrattistica a opera di anonimi maestri. Nel caso del Ritratto di Ortensia Mazzarino, si tratta invece di una replica autografa di Jacob Ferdinand Voet, uno dei tanti "pitori foresti" convocati dalla nobiltà lombarda a decorare i nuovi sontuosi palazzi della città e del contado. Ad autori e personalità locali rinviano le medaglie, segnalando in particolare la produzione di Cesare Fiori, talento versatile in architettura e in pittura, come nell’incisione e nel conio. Un ristretto ma significativo gruppo di tromp-oeil e still life completa la rassegna di testi profani, databili fino allo scadere del XVII secolo.
La pittura lombarda della prima metà del Settecento vanta due caposcuola nel genere del ritratto: Vittore Ghislandi detto Fra' Galgario e Giacomo Ceruti. Del primo, sempre nella sala XXVI, si propone una sfilata di "teste di carattere", sintesi di introspezione psicologica e di modelli fisionomici. Il soprannome Pitocchetto, con cui è noto il Ceruti, deriva dalle originarie raffigurazioni di "pitocchi", assurti a protagonisti al pari dei volti di personaggi altolocati. Ne è massima espressione poetica la Filatrice e contadino con gerla , dipinta intorno al 1765.
La vivacissima descrizione del Verziere di Alessandro Magnasco introduce una sezione dedicata alle diverse declinazioni della veduta, reinterpretata con spirito preromantico o ritratta con precisione e riconoscibilità, attraverso l'ausilio della 'camera ottica'.
La Pinacoteca espone inoltre le opere dei due massimi caposcuola veneti della veduta, di recente acquisite dal Comune di Milano. Totalmente autografo di Antonio Canal, detto Canaletto, è il pendant Molo verso la Riva degli Schiavoni e il Molo verso la Zecca. Senz'altro milanese, e di cultura preilluminista, è il committente del Palazzo dei Giureconsulti e il Broletto di Bernardo Bellotto, una veduta databile al 1744 che tramanda in una forma originale uno dei luoghi tuttora nevralgici del capoluogo lombardo
 

In occasione della riapertura sarà pubblicata la Guida della Pinacoteca del Castello Sforzesco a Milano (edizioni Skira) a cura di Mauro Natale e Laura Basso. 

PINACOTECA DEL CASTELLO SFORZESCO 

Apertura al Pubblico da martedì 19 aprile 2005
Orari: 9.00 – 17.30. Lunedì chiuso
Ingresso: Euro 3 intero; Euro 1,50 ridotto.
Informazioni al pubblico: tel. 02 88463700
 

Uffici Stampa
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