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Anno
8
Numero
23

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

 

Cultura

  

LA TOMBA FRANÇOIS DI VULCI
In mostra fino al 31 dicembre al Castello della Badia di Vulci 

Almalinda Giacummo 

«Eroi etruschi e miti greci. Gli affreschi della Tomba François tornano a Vulci» è la mostra ed io, una volta tanto, non devo lamentarmi quasi di niente. E’ assolutamente splendida! Però, forse è meglio cominciare dall’inizio: si tratta della prima esposizione in Italia del ciclo pittorico proveniente dall’ipogeo vulcente della famiglia etrusca dei Saties, distaccato dalle pareti rocciose nel 1863 per conto della famiglia Torlonia, allora proprietaria della zona della necropoli etrusca di Ponte Rotto, ed ora finemente restaurato. Il rinvenimento si rivelò fortuito ma non troppo: a dirigere i lavori era il geologo toscano e archeologo per passione Alessandro François, in collaborazione con l’amico Noël des Vergers. Dopo attente ricognizioni effettuate nel territorio fino al 1857, il François si chiese, in zona Ponte Rotto sul primo gradone roccioso, perché in una zona non proprio felice per la crescita di grandi arbusti si trovasse una cospicua fila di querce perfettamente allineate, quasi che al dromosdi sotto vi fosse un gran quantitativo di terra, anzi «una polpa di terra assai profonda»! Spinto probabilmente anche da un’ottima conoscenza del territorio, del terreno e della geologia iniziò con il taglio degli arbusti per procedere poi allo scavo del terreno sottostante, fino ad individuare un profondo taglio nella roccia di forma rettangolare, un dromos, o corridoio di accesso, ad una qualche sepoltura probabilmente etrusca. A circa 7 m di profondità individuò un primo ipogeo di epoca arcaica, semplice, con un unico ambiente di forma quadrangolare: nell’antichità, al momento in cui dovette essere allargato, i tecnici etruschi si resero conto che il banco di travertino era troppo friabile e permeabile per consentire un allargamento della stessa struttura, e scesero allora altri 10 m più in basso, fino a raggiungere una profondità complessiva di 15,50 m. Non soddisfatto, non convinto che tanto dromos dovesse servire per quella piccola sepoltura, François continuò caparbiamente a scavare fino a trovare un «vestibulo ricoperto di esimie pitture munite ciascuna figura di ben chiara iscrizione etrusca, senza della quale circostanza si sarebbe creduto che questo sepolcro avesse appartenuto ad altra epoca, tanta è la bellezza delle medesime pitture da far rammentare i bei tempi del Botticelli e del Perugino». La tomba rivelò essere un ipogeo imponente con una serie di ricchi corredi che dopo la morte del François nello stesso 1857, furono venduti a diversi musei e privati, causando lo smembramento, sebbene abbastanza controllato e ricostruibile, dell’intera collezione. Fortunatamente le pitture staccate andarono tutte insieme agli eredi Torlonia che quest’anno ne hanno concesso sia il restauro sia l’esposizione permanente.
La mostra ripropone correttamente sia le dimensioni del vestibolo a T rovesciata sia la posizione dei due cicli pittorici che fanno della Tomba François un piccolo saggio non solo artistico ma anche storico dell’Etruria della seconda metà del IV secolo a.C.: le pitture possono essere lette sia per lato, quindi il destro e poi il sinistro, la storia e la leggenda, sia specularmente, un pannello a destra, uno a sinistra e così via. L’esposizione comincia quindi sul lato destro dove sono ritratti Anfiarao, pensieroso con la gamba destra su una roccia e la mano destra che sorregge il mento, mentre guarda Sisifo: il primo forse colpevole di codardia perché colto in fuga da Zeus sotto le mura di Tebe al momento della battaglia fratricida fra i due re “alternati” Eteocle e Polinice, il secondo costretto a trascinare in cima ad una montagna un pesante masso che, dopo, ricadrà pesantemente in basso per essere trasportato in eterno. Si intravedono anche un albero di melograno ed una figura femminile alata, la Poiné, o Vendetta, che tiene entrambe le mani sul masso di Sisifo. I due rappresentano anche l’ineluttabilità del Tribunale dei Defunti: tutti vengono giudicati e destinati  all’Elisio o alla penitenza eterna.
Sul lato sinistro si vede Aiace Oileo che assale la sacerdotessa Cassandra aggrappata al Palladio: la tira per i capelli mente lei cerca di respingerlo con la mano destra. Quindi due preveggenti e due superbi.
Di nuovo a destra il fondatore della tomba, Vel Saties, etrusco dagli occhi piccoli, coronato d’alloro e vestito con la toga picta dei condottieri trionfatori, distinguibile dalle figure Arnzaintessute di danzatori nudi ed armati di scudi e spade, in atto forse di trarre auspici dal volo dell’uccello tenuto in mano dal piccolo Arnza: secondo recenti studi si tratterebbe invece di una semplice scena di vita quotidiana, con il volo di un piccolo uccello addomesticato. Dopo una lacuna, in cui doveva probabilmente essere rappresentato un altro membro della famiglia dei Saties, alcuni ipotizzano la moglie di Vel, da paragonare specularmente a Nestore e Fenice, il primo una fra le massime eloquenze durante la guerra di Troia si tiene allo scettro, indossa una tunica bianca bordata di rosso ed un mantello porpora ricamato, il secondo aveva educato ed accompagnato Achille nella guerra. Alle loro spalle si trovano delle palme con chiome ad ombrello: forse Nestore sta incaricando Fenice di andare come capo dell’ambasceria che deve parlare con l’iracondo Pié Veloce. Quindi quattro personaggi che dovrebbero rappresentare la saggezza e la prudenza: per inciso, l’ambasceria non fu ascoltata da Achille, Patroclo per difendere l’amato prese le sue armi e fu ammazzato da Ettore.
Sui due lati corti, a destra Marce Camitlnas, forse di Vulci, che tiene per i capelli Cnaeve Tarchunies Rumach seduto ai suoi piedi, un Tarquinio di Roma, a sinistra Eteocle in piedi colpisce alla clavicola sinistra il fratello Polinice, lo sfidante, seduto ai suoi piedi che, a sua volta, lo colpisce al petto. La differenza fra le due rappresentazioni sta però nel fatto che mentre la prima è un’uccisione, la seconda solo una sopraffazione: forse l’ideologia voleva esprimere l’idea che gli Etruschi di Tarquinia e di Vulci erano fratelli, nonostante l’iniziale rivalità.
I lati del tablino, o lato corto della T, presentano due soli soggetti: a destra la liberazione di Caile Vipina da parte di Macstarna, il primo con le mani legate davanti e allungate a Mastarna per essere finalmente sciolte; sul lato opposto vi è un prigioniero troiano ormai conscio della sua fine, a capo chino, il corpo ferito. Poi i combattimenti singoli dei vincitori Larth Ulthes contro Laris Papathnas Velznach, volsiniese, di Rasce contro Pesna Aremsnas Sveamach, di Sovana, e Aule Vipinas, fratello di Caile e forse entrambi comandanti etruschi della metà del VI secolo a.C., contro Venthikau... plsachs. I tre vincitori non possiedono l’indicazione della città, ma è possibile presumere che fossero di Vulci, mentre gli altri dovevano costituire una coalizione.
L’ultimo personaggio, Aule, è l’unico armato, mentre gli altri sembrano tentare di proteggersi solo con un mantello tirato al di sopra della testa, quasi che l’assalto sia stato portato di notte o in un momento di tregua.
Secondo fonti storiche successive i due fratelli Vibenna erano grandi amici di questo Macstarna, o addirittura suoi padroni, che poi sarebbe divenuto re di Roma con il nome di Servio Tullio: a ricordarlo fu l’imperatore Claudio, storico per passione, durante un discorso parzialmente conservato e ritrovato inciso sulle tavole bronzee di Lione, del 48 d.C., che definì Mastarna schiavo dei Vibenna, che si sciolse dai suoi padroni, venne a Roma, si impossessò di un colle che chiamò Celio e divenne in seguito re di Roma.
Sul lato sinistro del tablino è invece raffigurato il sacrificio dei prigionieri troiani in onore di Patroclo: da sinistra si vede Agamennone, re di Micene e pastore dei popoli, scuro di pelle sia per l’età sia per il vigore mascolino; poi l’ombra di Patroclo con la fasciatura al petto che ricorda la ferita mortale infertagli da Ettore, Vanth, la divinità etrusca che accompagna i defunti nell’oltretomba, Achille che sta sgozzando un troiano, Charun, il demone con le carni in via di putrefazione e perciò dipinto d’azzurro, ghignante che con il suo martello spalanca la porta degli Inferi, Aiace Telamonio ed Aiace Oileo che conducono altri prigionieri troiani con le mani legate dietro la schiena.
Il filo conduttore in entrambi i cicli pittorici è la chiave antiromana: così come i Greci hanno sconfitto i Troiani, gli Etruschi di età arcaica sconfiggono i Romani, discendenti dei Troiani: alla metà del IV secolo a.C. Roma era in guerra con alcune città dell’Etruria e si scontrò contro un esercito di Vulci, a capo del quale probabilmente era Vel Saties, raffigurato quindi con la toga picta dei vincitori; il sacrificio dei Troiani riprenderebbe quello effettivamente avvenuto nel foro di Tarquinia, allorché 337 Romani furono giustiziati.
Le pitture del lato destro della tomba, eccezion fatta per la zona del tablino, risultano maggiormente rovinate: già in epoca antica l’umidità dovette far sentire i suoi affetti, tanto che quando François entrò, subito a destra era un rozzo muro spoglio, costruito per isolare la zona umida del resto già occupata dalla tomba più antica, la camera V, ove erano stati traslati i resti dei componenti della famiglia sepolti in precedenza nel sacello arcaico rinvenuto dallo stesso François qualche metro più in alto nello stesso dromos.
La tomba vera e propria è visitabile con guida nella necropoli di Ponte Rotto: si percorrono i circa 30 m di dromos, si entra nell’atrio a T rovesciata con soffitto a doppio spiovente sostenuto da undici saettoni, al di sotto un toro decorato con un motivo a squame colorate (opinabile l’interpretazione con piume, onde e quant’altro); al di sotto del toro corre un fregio a ovuli, meandri prospettici e schiere animalistiche con grifoni, cerbero, pantera, leonessa, cinghiale, asino selvatico (onager), toro, daino, gatto selvatico, lince, bue, serpente, gazzella, ghepardo, leone, iena, cavallo rosso. Il lato corto della T è invece coperto da un soffitto a cassettoni di travi che si incrociano, al centro del quale era una testa a rilievo del dio Charun. Sul fondo del tablino, nella camera VII, assiale all’accesso del sepolcro, si ammira l’unica camera sontuosamente decorata, quella del fondatore della tomba, lo stesso Vel Saties, sepolto insieme a due donne della famiglia Tarna, una forse sua moglie, menzionata con il solo gentilizio Tarnai, ed una Thana Tarnai, figlia di un Saties; quindi due uomini, Larth Mura figlio di Arnth e Arnth Muras, forse il padre. Si tratta di una decorazione realizzata in pannelli colorati alternati, quasi una sorta di I stile ante litteram. Lungo il dromos sono altre sepolture più tarde, realizzate forse quando l’ipogeo “era al completo”, unacamera VII addirittura, la seconda a destra scendendo, è stata realizzata scavando all’interno di una preesistente edicola funeraria con lesene scanalate e timpano triangolare, decorato con spire di serpente e palmette a nove petali. Dinnanzi alla porta d’ingresso doveva poi trovarsi una zona di forma rettangolare con banchine lungo i lati, atta ad ospitare riti e cerimonie funerarie.
Molta della grande fama di queste pitture è dovuta alle innovazioni tecniche che qui sono osservabili: l’uso dell’ombreggiatura per la resa plastica del corpo e delle sue movenze, dalla sfumatura dei colori per dare l’idea della pienezza delle forme, una sottile linea scura tratteggia le membra interne, la gestualità dei corpi, dai quali perfettamente si comprende chi è il vincitore, chi il vinto, chi il capo, chi il sorpreso; da notare poi la perfetta resa spaziale e l’idea di continuità fra il lato corto della T e la camera principale, con due personaggi rappresentati sulle due pareti corte che ne incorniciano l’ingresso.
Probabilmente il pittore, o meglio, la scuola di pittori, dovette essere appena successiva all’opera di Nicia, greco di Atene (330-290 a.C.), cui si devono tutte queste innovazioni in campo pittorico. La decorazione della tomba François viene datata tra il 320 ed il 310 a.C. e vi si troverebbe la più antica rappresentazione di un re etrusco di Roma.
La mostra è veramente interessante, ma necessita sia della visita guidata obbligatoria sia di una qualche conoscenza precedente: i temi sono tanti e complessi e il tempo a disposizione per la visita purtroppo poco. Meglio fornirsi di un golfino: nel complesso pittorico ricostruito il clima e la temperatura sono controllati in modo da danneggiare il meno possibile le pitture, la temperatura è quindi di circa 15 gradi. Da vedere perché la bellezza, il mito, la storia sono riunite splendidamente. E, poi, chissà quando sarà nuovamente possibile. Il catalogo è utile per recuperare le fila di un discorso che potrebbe apparire confuso.

Per informazioni e prenotazioni tel. 0766.87.97.29 dal lunedì al venerdì dalle ore 09.00-17.00