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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Cultura
VULCI
VULCI...
un breve itinerario alla scoperta di una grande città etrusca
Almalinda
Giacummo
Quello
di Vulci è senza dubbio uno dei più importanti siti archeologici dell’Etruria
antica: commerciale, intraprendente, aristocratica ed artigianale, una città
completa sotto ogni punto di vista. La sua storia dovette avere origine fin
dalle prime occupazioni del territorio, in età neolitica, lungo il corso dei
fiumi, fu però solo nel corso del X secolo a.C. che cominciò a sorgere il
primo centro abitato sul pianoro ancora oggi visitabile, chiamato Pian di Voce,
a poca distanza dal mare, vicino al fiume Fiora, a controllo di molti traffici
commerciali sia di mare sia di terra. Il progresso generale delle città
etrusche tra IX e VII secolo comprese anche Vulci che si trasformò in un vero e
proprio centro urbano con un’aristocrazia che basava la propria ricchezza
sui traffici commerciali soprattutto nel corso del VII secolo: importazioni
dalle aree mediorientali e arrivi di artigiani stranieri fecero di Vulci una
realtà economica e conseguentemente politica di primo piano a livello
internazionale. La città continuò quindi ad espandersi sia nell’entroterra
sia nelle rotte commerciali fino a parte del V secolo a.C.; poi la crisi che
colpì praticamente tutte le città etrusche nel corso del V secolo, in seguito
alla battaglia di Salamina ed alla sconfitta di Cuma, non la risparmiò. I
commerci subirono forti rallentamenti, quando non furono completamente
interrotti come nel caso dell’Italia Meridionale e fino all’inizio del IV
secolo la situazione sembrò volgere decisamente al peggio. Fu però
l’aristocrazia terriera a dare un nuovo impulso alla città, rilanciando la
terra e lo sviluppo del latifondo: quindi un nuovo impulso anche per le altre
attività produttive, ceramica e scultura in nenfro soprattutto. L’atto finale
fu comunque la conquista romana ad opera di Tiberio Coruncanio, nel 280 a.C.: la
produzione artistica decadde, la città divenne un municipium
di scarsa importanza e fu assegnata alla tribù Sabatina fino al 50 a.C., quando
l’amministrazione imperiale fece restaurare alcuni edifici della città per
poi finire nuovamente nell’oblio, si spopolò e rimase abbandonata, tanto che
nell’VIII secolo la sede vescovile fu spostata dal vescovo Bernardo proprio da
Vulci a Montalto di Castro. Solo nel ‘700 fu riscoperta e identificata dal
Turriozzi come una fra le più importanti città dell’Etruria antica, causando
però l’inizio dello spoglio sistematico sia da parte degli scavatori
autorizzati sia da parte dei clandestini, questi ultimi purtroppo proseguono
ancora oggi nella loro opera vandalica.
Visitare il sito di Vulci è possibile all’interno del Parco Naturalistico
Archeologico. La visita prende normalmente il via dalla zona cosiddetta
dell’Osteria, si segue il Decumano romano, datato al II secolo a.C., in basoli
poligonali, che collega la Porta Ovest, la prima che s’incontra, databile alla
seconda metà del IV sec.a.C., difesa da un avancorpo triangolare e con
all’interno un passaggio a forma di Y ed una strada in lastre di travertino e
pietre vulcaniche databile a prima della conquista del 280, e la Porta Est. Il
Decumano costituiva la strada più importante della città ed ai lati sono
ancora visibili i canali per lo scolo delle acque. Subito all’esterno della
Porta Ovest sono visibili i resti di un acquedotto della seconda metà del I
secolo a.C., cui nel III secolo furono affiancate alcune sepolture a fossa e a
cappuccina. Proseguendo lungo il Decumano si incontrano quindi i resti del
basamento di un arco onorario del I sec. a.C., con il rinvenimento inoltre di
alcuni elementi della trabeazione e del coronamento con resti di un’epigrafe,
che doveva costituire l’ingresso alla zona del foro. L’area del Foro,
sovrastata dal Tempio Grande, individuato durante l’esplorazione sistematica
della zona da parte del Bartoccini in collaborazione con la Fondazione Lerici
del Politecnico di Milano, originariamente di età tardo-arcaica, con basamento
di 36,50 x 24,50 m in blocchi di tufo rivestito da blocchi di nenfro modanati;
l’accesso avveniva tramite una scalinata disposta sul lato corto frontale,
pertinenti alle prime fasi di vita alcune antefisse in terracotta, mentre
all’ultima fase di restauro devono risalire i rocchi di colonna in travertino
ed i probabili capitelli sempre in travertino del pronao; nelle vicinanze i
resti di un porticato e di un ninfeo. Di fronte si dovevano trovare un edificio
termale, normalmente chiamato Edificio in Laterizi con nicchie per statue alle
pareti, ed una basilica tardo romana, da identificare nell’Edificio con
Abside, forse in associazione con il gruppo di tombe del VI secolo rinvenute
alla destra del Tempio. Proseguendo si incrocia la Casa del Criptoportico, una
ricca dimora del II secolo a.C., con sulla fronte stradale delle tabernae
ed un porticato: una grande porta conduce nell’atrio su cui affacciano molte
stanze probabilmente di rappresentanza, per passare poi nel peristilio, mentre
sul fondo si trova il tablino con ampie aperture su una corte porticata sotto la
quale corre un criptoportico con ambienti di servizio anch’essi sotterranei,
cui si accede da un corridoio voltato a botte e a scivolo. Il criptoportico
segue la stessa forma dell’ambulacro del peristilio, era aerato ed illuminato
da 18 finestrelle a bocca di lupo aperte al livello del piano di calpestio del
giardino sovrastante. La sua doveva essere una funzione sia ricovero sia di
ristoro sia pratica, per la conservazione di derrate alimentari, quali ad
esempio il vino e l’olio, soprattutto per la presenza di alcuni ambienti a
pianta rettangolare. Di epoca etrusca una cisterna riutilizzata nella
costruzione romana. La pavimentazione del porticato è musiva a tessere
rettangolari bianche con inserzioni di schegge marmoree di diverso colore e
tipo, con cornice a larga fila di tessere nere. Sul fondo si trova un ninfeo
absidato con viridario con piccoli ambienti di soggiorno, a sinistra una piccola
area termale con mosaici geometrici in bianco e nero di epoca tardo
repubblicana. Un ingresso secondario si trova presso l’angolo sud-ovest,
prospiciente il decumano e che conduce in un quartiere secondario modificato da
edificazioni successive.
Poco oltre si trova il Mitreo della prima metà del III secolo d.C. e distrutto
dopo il 380, quando
fu oggetto di una violenta distruzione: di forma rettangolare, presenti due
banconi costruiti a ridosso dei lati lunghi, sostenuti da sei archetti a tutto
sesto per altrettanti piccoli vani coperti a volta. La struttura riporterebbe ai
sei gradi dell’iniziazione mitraica del fedele attraverso sei gradi o sfere
presiedute ognuna da una divinità, la settima dal Sole o da Mitra, qui
raffigurato nella nicchia sotto l’altare in un gruppo del Taurobolio
(uccisione del toro da parte di Mitra). Quindi alcuni ambienti di una casa
patrizia del I sec. a.C. decorati a mosaico. Oltre si trova il Cardine
Orientale, che portava fino all’Acropoli della città,
all’incrocio si trovava un miliario con il nome del console Aurelio
Cotta (114 o 119 d.C.) e la distanza da Roma, 70 miglia, mentre sui lati i resti
di almeno due domus, quella del Pescatore, per il rinvenimento di alcuni pesi da
rete, e quella delle Vasche, da tre vasche; quindi i pilastri di un arco con
addossata una fontana ed un porticato su colonne. Sempre lungo il Decumano si
osservano i resti di un luogo di culto dedicato ad Ercole tra il III sec. a.C.
ed il II d.C. e poco oltre i resti della Porta Est, cui seguono i resti di una
struttura in tufo identificata con una vasca rituale. La strada basolata
prosegue poi fuori dalla porta Est fin dove probabilmente doveva trovarsi la
linea del fiume Fiora e dove ora sono visibili i resti di alcune strutture di età
romana, degli ambienti quadrangolari alcuni dei quali di VI sec d.C. altri del
VI a.C., da identificare con i resti di un Emporio fluviale.
Lungo la riva sinistra del fiume, poi, si incrociano i resti di un ponte di
epoca imperiale che doveva essere lungo circa 85 m, con cinque arcate e quattro
pilastri. Nella zona nord del pianoro sono invece visibili i resti di un’area
sacra con un muro in blocchi di tufo, in uso fra il VI ed il II secolo a.C. e
dedicata probabilmente alla dea Vei (Demetra), una serie di tombe a fossa di VII
secolo a.C. ed a camera. Nel limite nord si apriva la Porta Nord, con una strada
in uso sia nel IV secolo a.C. sia nel II d.C.; nelle vicinanze è stata rivenuta
nel 1958 una fossa votiva con all’interno statue di neonati in fasce, bambini,
modellini in terracotta di edifici, compresi un tempio in
antis, pseudo periptero, di ordine corinzio con timpano figurato e a
rilievo, una torre ed un portico di tipo tuscanico, ed alcune teste del dio
Giano, il tutto forse collegabile con il culto di una sorgente. Le porte
dovevano in parte comprendere il circuito della cinta muraria, il cui spessore
poteva raggiungere anche i 4 m, costituite da blocchi di tufo connessi a secco,
realizzate solo laddove il profilo morfologico del pianoro offriva un facile
accesso ai nemici.
I resti di un altro acquedotto di epoca romana (fine I sec. a.C.) sono visibili
anche lungo la strada sterrata che porta fino all’ingresso del Parco.
Parte integrante della visita a Vulci è il Museo Nazionale Etrusco che si trova
nel Castello della
Badia, nelle immediate vicinanze del sito archeologico, un castello
originariamente costruito nel XII secolo, rimaneggiato nel XVI e poi
ristrutturato in seguito. Conteso fra gli Aldobrandeschi, i Di Vico ed il Comune
di Orvieto, nel 1430 passò a Ranuccio Farnese e poi al futuro papa Paolo III,
quindi al Ducato di Castro, quando Castro fu rasa al suolo (1649) divenne
proprietà della camera Apostolica, poi a Luciano Bonaparte principe di Canino,
quindi fu Dogana Pontificia con Alessandro Torlonia. Con la caduta dello Stato
della Chiesa fu in agonia fino al 1960, anno della cessione allo Stato Italiano.
La pianta è trapezoidale a causa del terreno su cui è costruito in conci di
trachite nerastra, verso la pianura ha una fronte poligonale convessa e con
torri.
Famoso il Ponte del castello, detto anche Del Diavolo o a sella d’asino a
causa della forma e dell’arditezza della costruzione: alto circa 30 metri sul
fiume Fiora, risale ad una prima fase di epoca etrusca, possenti piloni
repubblicani in travertino per sostenere un originale piano di calpestio ligneo
retto da puntoni che dovevano poggiare sulle mensole sporgenti a circa metà
dell’altezza dei piloni centrali. Secondo la tradizione il Diavolo lo avrebbe
edificato in una sola notte e per detergersi il sudore usò un fazzoletto che
poi avrebbe lasciato lì, come testimonierebbero le stalattiti “pendenti” ai
lati del ponte stesso. E’oggi un ponte a tre arcate con pilastri in nenfro e
travertino, la cima è medievale, con una stretta stradina ed alti parapetti.
Notevole il comprensorio funerario pertinente a Vulci, oltre la già nota tomba
François, è visibile con custode anche la tomba delle Iscrizioni, che deve
il suo nome alla presenza all’interno di 17 iscrizioni etrusche e 6 romane;
nei pressi del Casale dell’Osteria si trova invece quella dei Soffitti
Intagliati, della metà del VII secolo a.C., il cui nome si deve ai soffitti che
ripropongono fedelmente le travature dei soffitti di una casa, alcune sepolture
a fossa, databili fra la fine dell’VIII ed il VII secolo a.C., e la tomba a
Dado, del VI secolo a.C., bicamerale per due defunti. Di prossima apertura il
tumulo funerario della Cuccumella, del VII secolo a.C., di 75 metri di diametro
con due sepolcri, uno dei quali era preceduto da un’area rettangolare e
gradinata costruita per ospitare cerimonie e giochi funebri in onore del
defunto.
Quando
visitai a Vulci la prima volta faceva caldo e ha continuato a fare caldo anche
tutte le altre volte: sì, ho sempre scelto l’estate ma allora non c’era il
Parco e la visita era molto più avventurosa di quanto lo è oggi. Non c’era
un albero, il cespuglio più alto bastava appena per qualche sparuto gatto,
niente
acqua né punti ristoro, poche, e all’inizio neanche quelle, indicazioni. Poi
conobbi un archeologo con la passione per Vulci, Mauro Incitti, e con lui ci
andai circa 17 volte, accompagnando amici o semplicemente a passeggio, per
rivedere posti cari ed affascinanti. Ma faceva sempre caldo e quindi,
riprendendo il ritornello della vecchia canzone dei Battellieri del
Volga, cantavamo “ Vulci Vulci”, che indicava bellezza, sofferenza,
passione. Addirittura la prima volta che vidi la Tomba François non c’era la
scala metallica, non c’era la luce ma il custode (?) che ti portava
all’interno con una torcia. Meglio allora o adesso? Per tanti versi oggi,
sicuramente: la città è più curata, la visita può essere fatta anche da
disabili, ma si paga il biglietto d’ingresso, pazienza! Certo, che se si deve
pagare anche per fare il bagno nel laghetto del Pellicone, per intenderci quello
di tanti film, come Tre uomini e una gamba di Aldo, Giovanni e Giacomo...
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