prima paginaPrima pagina
editorialeEditoriale
attualita'Attualità
culturaCultura
costumeCostume
spettacoloSpettacolo
personaggiPersonaggi
turismoTurismo
medicinaSalute
sportSport
agendaAgenda
oroscopiOroscopi
curiosita'Curiosità
consulenteConsulente
giardinaggioGiardinaggio
cucina
Cucina
dentino avvelenatoDentino avvelenato

linkI nostri link
e-mailE-mail


Anno
9
Numero
9

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

...per parlare con 
Antonia Bonomi 
 899.060.888
clicca, leggi 
e poi... chiama
Personaggi 
di
Varia Umanità
del segno dell' 

ARIETE
ANTONIO MEUCCI un genio generoso e sfortunato 

Antonia Bonomi 

Il mio smaccato e ironico nazionalismo non può che esultare quando la grandezza di un italiano è riconosciuta a livello planetario, figuratevi un po’ quando l’11 giugno del 2002 Antonio Meucci è stato riconosciuto ufficialmente dagli americani come l’inventore del telefono. È dai tempi lontani delle elementari che ne sentivo parlare, la mia insegnante dava la cosa per certa e non ne ho mai avuto dubbi. Ma vederlo scritto nero su bianco, sentire con le mie orecchie gli americani ammetterlo, mi ha dato una gioia infinita,  come leggere delle grandi imprese dei nostri antenati romani.
Nato a San Frediano, quartiere di Firenze, nel 1808 da una famiglia povera, Antonio Meucci non ha un’istruzione regolare, studia all’Accademia di Belle Arti e  comincia a lavorare presto, per sette anni come impiegato doganale, poi è assunto al Teatro della Pergola come meccanico teatrale. E qui concepisce una sorta di tubo che permette di comunicare ordini ai macchinisti anche a distanza di 18 metri. In teatro incontra Ester Mochi, sarta teatrale o costumista come si direbbe oggi, che diventerà sua moglie. È una mente vulcanica e uno spirito inquieto, appassionato fin da giovane di elettricità fisiologica e animale, di politica, per le sue idee liberali e repubblicane è coinvolto nei moti rivoluzionari nel 1831 e costretto a lasciare il granducato di Toscana. Lo troviamo insieme alla moglie a Cuba, impiegato come macchinista teatrale al Tacon Opera House dell’Avana, e resta lì finché il teatro non è distrutto da un incendio. È proprio durante questi quindici anni che perfeziona lo strumento per comunicare con gli altri macchinisti.  Rimasto senza lavoro, nel 1850 si stabilisce a Staten Island, vicino a New York. Qui si trova anche Giuseppe Garibaldi e ci sono due versioni. Secondo una corrente Garibaldi andò a lavorare da Meucci che aveva un piccolo stabilimento, secondo un’altra corrente fu lo stesso eroe dei due mondi a convincere Meucci ad iniziare un’attività per far lavorare i tanti italiani, e questi non si fece pregare mettendo in piedi una fabbrica di candele e assumendo lo stesso Garibaldi il quale, nelle sue memorie, ricorda di aver lavorato per qualche mese con Meucci e, benché fosse un dipendente, da questi fu trattato come uno della famiglia. È nel capannone di candele steariche che nel 1854 Antonio Meucci costruisce il primo modello di telefono e nel 1856 crea un collegamento tra il suo laboratorio e la camera della moglie, costretta all’immobilità da una brutta artrosidisegno autografo di Meucci, rappresentante gli esperimenti telefonici - Museo della Scienza e della Tecnica - Milano deformante.  
“Consiste - scriveva Meucci in un appunto del 1857 - in un diaframma vibrante e in un magnete elettrizzato da un filo a spirale che lo avvolge. Vibrando, il diaframma altera la corrente del magnete. Queste alterazioni di corrente, trasmesse all'altro capo del filo, imprimono analoghe vibrazioni al diaframma ricevente e riproducono la parola”. In pratica: una scatola di sapone da barba e un diaframma metallico.
 
Nel 1860 i giornali parlano del “teletrofono” di Meucci, ma l’inventore non ha molta dimestichezza con l’inglese e non ha fondi. Attraverso amici cerca finanziamenti anche in Italia, ma niente da fare, la fabbrica di candele va in malora e vive praticamente di elemosine. Ma non smette di lavorare alla sua creatura, di perfezionarla. Nell’estate del 1871 è ferito gravemente dall’esplosione della caldaia del traghetto su cui viaggia, resta a lungo tra la vita e la morte. Per sopravvivere, la moglie vende tutte le sue attrezzature “telefoniche” ad un rigattiere ricavandone 6 dollari. Ristabilito, il 28 dicembre dello stesso anno prova a brevettare l’invenzione.  L'avvocato che deve assisterlo, per preparare i documenti necessari chiede 250 dollari, con una colletta Meucci ne ha racimolati 20. L'unica possibilità è ottenere un caveat, specie di brevetto provvisorio che va rinnovato ogni anno al prezzo di 10 dollari, e che Meucci riesce a pagare solo fino al 1873. In quel periodo decide di rivolgersi a E. Grant, vicepresidente della potente American District Telegraph Company di New York, chiedendogli di lasciargli adoperare le sue linee per gli esperimenti, e mostrandogli un'ampia documentazione sulle sue ricerche. Ma Grant non comprende le potenzialità economiche dello strumento e la cosa finisce lì. Nel 1876 Bell e Gray depositano e brevettano il “loro” telefono.
Meucci si dispera, si rivolge alla stampa, intenta causa a Bell, la cui compagnia nel frattempo è diventata molto potente. Ma che può fare? Se non fosse per il supervisore  dei poveri della cittadina dove abita, che gli riconosce un piccolo sussidio, non avrebbe neppure di che mangiare.  La causa finisce il 19 luglio 1887 con una sentenza del giudice Wallace che dà ragione a Bell, anche se riconosce alcuni meriti a Meucci. Ecco la sentenza: “Nulla dimostra che Meucci abbia ottenuto qualche risultato pratico a parte quello di convogliare la parola meccanicamente mediante cavo. Impiegò senza dubbio un conduttore meccanico e suppose che elettrificando l'apparecchio avrebbe ottenuto risultati migliori”, in poche parole Meucci avrebbe inventato il telefono, ma non quello elettrico.
Quando la società Globe, che sponsorizza Meucci contro Bell, presenta ricorso contro la sentenza, Meucci è morto da poco, e non saprà mai dell’archiviazione del caso da parte della Corte Suprema statunitense.
Più di un secolo dopo, grazie anche alle ricerche di un tenace italiano, la verità è ristabilita, il parlamento americano riconosce che Antonio Meucci è il papà del telefono e noi italiani abbiamo un’altra gloria di cui andare fieri. Per la cronaca: il telefono non è che una delle tante invenzioni cui si è dedicato.
Com’era Antonio Meucci Dietro Lo Specchio Dell’Astrologia?
Se non temessi di offenderlo direi che… era un pirla come solo l’Ariete e lo Scorpione, segno di nascita il primo e della Luna il secondo, riescono ad essere singolarmente, figuriamoci quando si mettono insieme! Inoltre aveva ben quattro pianeti nei Pesci, come a dire che tutto quello che poteva esserci come spirito pratico si annacquava nel caos. Era una mente fertilissima, certe sue intuizioni possono essere associate a premonizioni, veri e propri lampi di genio che l’abilità e la passione per la meccanica gli permettevano di tradurre in pratica: era un ideatore e un artigiano, intelligente ma non era un uomo d’affari, gli mancava il pelo sullo stomaco, preferiva dare o chiedere l’elemosina che rubare. Intendiamoci, non è che fosse uno sprovveduto totale, ma non sapeva combattere. S’infiammava, s’infuriava, ma al dunque preferiva il ruolo della vittima. I pianeti Pesci e la Luna Scorpione, quelli che lo hanno fatto una grande mente, non forniscono, e non fornivano, la scaltrezza necessaria per una difesa efficace, quanto all’Ariete, con il Sole congiunto a Marte tanto da essere bruciato, era il fuoco di paglia della rabbia, ma senza mordente. Come se non bastasse, Meucci era nato con una grande intelligenza ma con scarsa fortuna ed è questa, purtroppo, che fa la differenza. Però, consoliamoci un po’, se senza fortuna quando si è grandi si è riconosciuti anche se alla memoria, quando si è scaltri e fortunati si può solo salire, ma poi discendere rovinosamente.