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Numero
9

 

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Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

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ARIETE
WANGARI MAATHAI ottimista paladina della natura 

Antonia Bonomi 

Nel dicembre del 2004 a Wangari Maathai è stato conferito il Nobel per la pace, prima donna africana a riceverlo, degno coronamento di una vita spesa in difesa della natura.
Wangari Maathai, nata in Kenya, anche prima di ricevere il prestigioso premio non era una sconosciuta, tanto per fare qualche esempio è citata nel Global 500 dell’Unep, programma per l’ambiente dell’Onu, come una delle cinquecento persone più impegnate al mondo per la salvaguardia dell’ambiente, e una delle cento eroine del mondo contemporaneo. Nel 1984, inoltre, aveva ricevuto il Right Livehood Award, versione alternativa del Nobel che si consegna nello stesso periodo sempre a Stoccolma, e premia chi promuove stili di vita semplici e socialmente equi per il maggior numero di persone.
Wangari Maathai Ma che cosa ha fatto di così importante Wangari Maathai, si domanderà chi non ne ha mai sentito parlare. Per semplificare si può dire che ha piantato alberi, vuole raggiungere la bella cifra di 30.000.000 di alberi piantati in venticinque anni anche se si possono considerare una goccia nel mare della sete che affligge l’Africa desertificata.
La sua vita come la racconta lei: è nata in un terra verde, pulita, andava a prendere l’acqua  in un limpido ruscello vicino alla fattoria di famiglia, era affascinata dai miracoli della natura, dalle “perle” che vedeva galleggiare nell’acqua, dai piccoli animaletti vigorosi che trovava qualche tempo dopo e che sparivano quando arrivavano le rane. Solo quando va al college e studia biologia scopre che le “perle” con cui voleva farsi una collana erano i sacchi delle uova, i piccoli animali vigorosi i girini che sparivano perché si trasformavano in rane. Grazie ad una borsa di studio del presidente John Kennedy, nel 1964 si laurea all’università del Kansas, ottiene un master all’università di Pittsburgh, torna a casa e ha la sgradevole sorpresa di trovare il ruscello secco e la terra impoverita. Nella sua mente nasce il pensiero che è necessario fare qualcosa, che  deve fare qualcosa.
Entra nel dipartimento di ricerca medica veterinaria all’università di Nairobi, malgrado le opposizioni dei colleghi e della facoltà, non dimentichiamo che è una donna in una società maschilista, ottiene il dottorato e la docenza, diventa preside della facoltà di veterinaria, anche in questo caso può vantare un primato, e inizia  a pensare a soluzioni per alleviare la povertà del suo paese con progetti che partono dal basso e offrano contemporaneamente occupazione e miglioramento dell’ambiente.
Nel frattempo si è sposata ed ha tre figli.
Nel 1975, mentre con le donne che facevano parte del National Council of Women of Kenia sta preparando ad una conferenza internazionale e si pongono i temi da portare per dare al mondo un’idea della realtà del paese, proprio dai discorsi collegiali emerge che il problema è rappresentato dalla mancanza di acqua, legna e foraggio, in una parola da tutto ciò che dipende dagli alberi. Una domanda le nasce spontanea: “Perché non li piantiamo?”, e nel 1977 eccola fondare il Green Belt Moviment, la Cintura verde, che nel tempo si è divisa in 6.000 strutture, ognuna delle quali formata da 100 membri e più che coinvolge altri paesi africani afflitti dalla piaga della desertificazione.
Nella sua battaglia non sempre tutto è stato facile: è stata arrestata, bastonata, imprigionata e processata, ma non si è arresa. Nel 1988, quando l’ex dittatore Daniel Arap Moi voleva costruire un grattacielo di 62 piani con alloggiamenti di lusso nell’Uhururu Park, eliminando centinaia di acri di foreste, riesce ad attirare l’attenzione della stampa internazionale bloccando lo scempio. L’etichetta che le appiccica il dittatore è: “Una pazza, una minaccia all’ordine e alla sicurezza della patria”. Nel 1991 è di nuovo arrestata e incarcerata, in seguito liberata grazie a una campagna promossa da Amnesty International e che fa il giro del mondo. Nel 1999, mentre per protesta contro il continuo disboscamento pianta alberi nella foresta di Karura a Nairobi, è ferita alla testa.
Negli anni ‘80 il marito chiede il divorzio con la seguente motivazione: “Troppo istruita, troppo forte, troppo riuscita,  troppo difficile da controllare".
Wangari Maathai è stata presidente nazionale del Consiglio delle donne del Kenya, nel 1997 si è candidata alla presidenza del paese, senza tuttavia poter gareggiare perché il suo partito ritirò la sua candidatura alcuni giorni prima delle elezioni; alle stesse elezioni, non riuscì neppure a guadagnare un seggio in Parlamento.
Dal gennaio del 2002 ricopre il posto di Visiting Fellow al Global Institute for Sustainable Forestry dell'università di Yale. Eletta al Parlamento kenyiota nel dicembre 2002, dal gennaio 2003 è sottosegretario al Ministero dell'ambiente, delle risorse naturali e della fauna selvatica.
I tre figli, dopo le paure subite nell’adolescenza a causa della sua attività, hanno capito le ragioni del suo attivismo e sono i suoi primi sostenitori. A chi le chiede se non abbia paura, risponde che non è pazza, certo che ha avuto e ha paura, ma seguendo l’insegnamento di sua madre non proietta la sua paura, non l’abbraccia, ne vede le possibili conseguenze ma si concentra sui risultati che vuole ottenere e parte perché si sente obbligata ad agire. E la sua gente la ricambia chiamandola Mama Makewa, che in lingua swahili significa mamma ottimista.
Com’è Wangari Maathai Dietro Lo Specchio Dell’Astrologia?
“Troppo istruita, troppo forte, troppo riuscita,  troppo difficile da controllare" secondo il marito? Forse, ma anche se fossero azzeccati tutti gli aggettivi vanno presi solo come complimenti. Wangari Maathai detta Mama Makeva è stata senza dubbio aiutata dalla congiunzione Sole –Giove in Ariete che le regala entusiasmo e indica fortuna alla nascita, ma sono stati i pianeti nel Toro che, oltre ad indicare un profondo legame con la natura, parlano di costanza. Per qualcuno sarà ostinazione, ma se non si crede nelle proprie idee, e come Ariete è portata a crederci, senza tenacia non si arriva da nessuna parte e lei, oltre ad essere una creativa, è una pioniera dotata di un intuito formidabile e di un solido spirito pratico. Anche l’aspetto più negativo del suo quadro, Mercurio nei Pesci opposto a Nettuno nella Vergine, parla di lampi geniali che, considerando i pianeti Toro, sono automaticamente applicati a qualcosa di concreto. È un’utopista razionale, una bella persona che unisce le qualità di un leader a quelle del cuore. Il premio Nobel le è arrivato con Giove e Saturno rotanti in ottimo aspetto con i pianeti nel Toro. Fortuna sì, ma anche il raccolto di ciò che si è seminato.