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Anno
10
Numero
35

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

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CANCRO
SUHA TAWIL una ricca vita all’ombra e in memoria di un mito 

Antonia Bonomi 

Suha Tawil nasce a Gerusalemme figlia di un direttore di banca e di una giornalista palestinese. Yasser Arafat e Suha Tawil si incontrano la prima volta nel 1987, ad Amman, dove la famiglia di lei si era recata per rendergli visita. A diciotto anni la ragazza va a studiare a Parigi e, come molti palestinesi che parlano francese, lavora negli uffici dell’Olp dove ha modo di frequentare il raìs. Secondo il suo racconto, ha scritto un libro, quando ha ventiquattro anni lui incomincia ad accorgersi di lei, scherza sulla sua giovane età, sul suo fascino, le propone di lavorare insieme occupandosi del protocollo e delle traduzioni durante i viaggi. Lei si sente lusingata, è un privilegio insperato lavorare al fianco di un uomo venerato come un dio. Accetta, naturalmente, e poche settimane dopo, mentre sono a Tunisi, lui le chiede di sposarlo, lei ha una sorta di capogiro e accetta anche la seconda offerta. Un piccolo neo offusca la sua felicità: il matrimonio deve restare segreto perché Arafat teme che, con tutte le complicazioni poste dalla rivolta palestinese e dalla repressione israeliana, il suo popolo non capisca come lui possa pensare al matrimonio. Non va dimenticato, inoltre, che rispondendo tempo prima ad un giornalista sul proprio privato, il raìs aveva esclamato. “Ho sposato una donna chiamata Palestina!”.  Lei ci resta un po’ male, ma il 17 luglio del 1990, proprio il giorno del ventisettesimo compleanno di Suha che Arafat chiama affettuosamente Susù, diventano marito e moglie. Lei è cristiana ortodossa, si converte all’islam, la cerimonia è semplice,  ci sono loro, l’imam e due testimoni segretissimi. Due anni dopo un’agenzia di stampa pubblica che Arafat e Shua si sono sposati il mese prima, la data è sbagliata ma ormai non possono più nascondersi, diventano marito e moglie agli occhi del mondo. La vita, comunque, è sempre la solita: lui costretto a nascondersi, non dorme mai due notti di fila nello stesso posto, lei vive in attesa delle sue telefonate, quella della buonanotte è un rito, e dell’automobile che viene a prenderla quando vogliono avere qualche minuto d’intimità. In un primo tempo lei vive a Gaza, in una grande villa, piuttosto spoglia per la verità e con l’elettricità e l’acqua ad intermittenza. Nel 1995 nasce la loro prima e unica figlia che porta il nome della madre di Arafat, Zahwa. Quando la situazione politica si fa ancora più calda, madre e figlia si trasferiscono a Parigi. Suha occupa una suite di diciannove stanze al Bristol, costo 16 mila euro al giorno, poi decide di mettere su casa e, naturalmente, la scelta cade su un quartiere bene, su una casa bene, su arredatori bene… ufficialmente svolge un lavoro di relazioni diplomatiche a favore delle cause del marito,  attività che la costringe ad essere sempre perfetta nei minimi particolari, ma le sue spese tra scarpe, borse, completini Chanel, che sembra essere la sua griffe preferita, architetti e arredatori ecc. attira l’attenzione dei francesi e la preoccupazione di una Commissione di Bruxelles che s’interroga sulla fine che fanno i 350 milioni di euro che l’Unione elargisce annualmente all’Autorità nazionale palestinese. Suscita notevole impressione il fatto che nei nove mesi a cavallo tra il 2002 e il 2003 Suha abbia ricevuto sul suo conto bancario versamenti per un milione di dollari al mese e la procura della repubblica parigina apre un’inchiesta per riciclaggio.  
Nel frattempo, come “addetta alle pubbliche relazioni” la signora si è lanciata contro i kamikaze, a favore dei kamikaze, si è lanciata contro il governo di Gerusalemme con accuse infondate proprio durante un incontro con Hillary Clinton, costringendo il marito a dissociarsi pubblicamente dalle sue posizioni, e tra un tira e molla quello di Parigi è diventato un esilio “per dissensi con Arafat che mi accusa di essere troppo dura contro Israele”.
Alla morte del marito resta una ricca vedova, poco amata dai palestinesi che l’hanno sempre chiamata con disprezzo “la francese”, non hanno mai approvato i suoi gustiSuha ai funerali di Arafat dispendiosi di vita, i tacchi a spillo e i capelli decolorati.
Com’è Suha Dietro Lo Specchio Dell’Astrologia?
Una donna  che si regola seguendo il proprio interesse materiale, con grande disinvoltura e senza compromessi con il sentimentalismo. Tutto sommato, una persona normale. Nemici? L’immensa vanità. Non è nata fortunatissima, ma ha avuto l’abilità di sfruttare le situazioni grazie all’intuito e al fatto che tra lei e Arafat c’erano aspetti che indicano complicità. Chi ha conquistato chi? Erano attratti l’uno dall’altro e danni non se ne sono recati a vicenda. Ora, c’è da sperare per lei che goda in santa pace il gruzzolo accumulato precedentemente e strappato sul letto di morte del marito, evitando di mettersi troppo in vista. Ma vanità e mancanza di autocritica sono due nemici piuttosto duri da controllare.
Consiglio femminile: si guardi con minore adorazione allo specchio e guardi con maggiore spirito critico le fotografie, decidendo per un intervento correttivo che le tolga il tremendo quadruplo mento.     

AGOSTO 2007
Vanità e ingordigia sono pessimi consiglieri, la Suha, vittima di minacce di morte da parte dei palestinesi, impossibilitata a tornare in Francia dove rischia la galera,  dal 2004 aveva trovato rifugio in Tunisia, il presidente le aveva concesso asilo e cittadinanza, era diventata intima della famiglia presidenziale, ma ecco che tutto le viene tolto e deve rifugiarsi a Malta presso il proprio fratello ambasciatore palestinese sull'isola. Perché? Di certo non si sa niente, le voci dicono di irregolarità finanziarie, investimenti scorretti, che la vedova Suha ha allacciato una relazione con il cognato del presidente tunisino, addirittura si vocifera di matrimonio segreto, e che le corna sulla fronte della sorella presidenziale non siano state gradite.

YASSER ARAFAT un personaggio complesso e controverso