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SUHA TAWIL una ricca vita all’ombra e in
memoria di un mito
Antonia Bonomi Suha Tawil nasce a Gerusalemme
figlia di un direttore di banca e di una giornalista palestinese. Yasser Arafat
e Suha Tawil si incontrano la prima volta nel 1987, ad Amman, dove la famiglia
di lei si era recata per rendergli visita. A diciotto anni la ragazza va a
studiare a Parigi e, come molti palestinesi che parlano francese, lavora negli
uffici dell’Olp dove ha modo di frequentare il raìs. Secondo il suo racconto,
ha scritto un libro, quando ha ventiquattro anni lui incomincia ad accorgersi di
lei, scherza sulla sua giovane età, sul suo fascino, le propone di lavorare
insieme occupandosi del protocollo e delle traduzioni durante i viaggi. Lei si
sente lusingata, è un privilegio insperato lavorare al fianco di un uomo
venerato come un dio. Accetta, naturalmente, e poche settimane dopo, mentre sono
a Tunisi, lui le chiede di sposarlo, lei ha una sorta di capogiro e accetta
anche la seconda offerta. Un piccolo neo offusca la sua felicità: il matrimonio
deve restare segreto perché Arafat teme che, con tutte le complicazioni poste
dalla rivolta palestinese e dalla repressione israeliana, il suo popolo non
capisca come lui possa pensare al matrimonio. Non va dimenticato, inoltre, che
rispondendo tempo prima ad un giornalista sul proprio privato, il raìs aveva
esclamato. “Ho sposato una donna chiamata Palestina!”. Lei
ci resta un po’ male, ma il 17 luglio del 1990, proprio il giorno del
ventisettesimo compleanno di Suha che Arafat chiama affettuosamente Susù,
diventano marito e moglie. Lei è cristiana ortodossa, si converte all’islam,
la cerimonia è semplice, ci sono
loro, l’imam e due testimoni segretissimi. Due anni dopo un’agenzia di
stampa pubblica che Arafat e Shua si sono sposati il mese prima, la data è
sbagliata ma ormai non possono più nascondersi, diventano marito e moglie agli
occhi del mondo. La vita, comunque, è sempre la solita: lui costretto a
nascondersi, non dorme mai due notti di fila nello stesso posto, lei vive in
attesa delle sue telefonate, quella della buonanotte è un rito, e
dell’automobile che viene a prenderla quando vogliono avere qualche minuto
d’intimità. In un primo tempo lei vive a Gaza, in una grande villa, piuttosto
spoglia per la verità e con l’elettricità e l’acqua ad intermittenza. Nel
1995 nasce la loro prima e unica figlia che porta il nome della madre di Arafat,
Zahwa. Quando la situazione politica si fa ancora più calda, madre e figlia si
trasferiscono a Parigi. Suha occupa una suite di diciannove stanze al Bristol,
costo 16 mila euro al giorno, poi decide di mettere su casa e, naturalmente, la
scelta cade su un quartiere bene, su una casa bene, su arredatori bene…
ufficialmente svolge un lavoro di relazioni diplomatiche a favore delle cause
del marito, attività che la costringe ad essere sempre perfetta nei
minimi particolari, ma le sue spese tra scarpe, borse, completini Chanel, che
sembra essere la sua griffe preferita, architetti e arredatori ecc. attira
l’attenzione dei francesi e la preoccupazione di una Commissione di Bruxelles
che s’interroga sulla fine che fanno i 350 milioni di euro che l’Unione
elargisce annualmente all’Autorità nazionale palestinese. Suscita notevole
impressione il fatto che nei nove mesi a cavallo tra il 2002 e il 2003 Suha
abbia ricevuto sul suo conto bancario versamenti per un milione di dollari al
mese e la procura della repubblica parigina apre un’inchiesta per riciclaggio.
AGOSTO
2007 YASSER ARAFAT un
personaggio complesso e controverso
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