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Anno 10
Numero 44
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Personaggi della
Cultura
del segno del
CANCRO
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TITTA
MARINI l'ironia e il disincanto di un vecchio eterno ragazzo
Antonia
Bonomi
Giovan
Battista Marini, detto Titta, è stato per me una piacevole sorpresa, confesso
la mia ignoranza non lo conoscevo. Nel centenario della nascita, il Comune di
Tarquinia gli
ha dedicato una mostra e per dovere professionale mi sono recata
all'inaugurazione. La piazzetta dedicata al poeta era affollata, brevi e
compendiosi i discorsi delle autorità intervenute, c'era anche un onorevole
parlamentare europeo, terminati i quali il comitato organizzatore ha proposto la
recita di alcune poesie di Titta Marini da parte di attori locali. E mi si è
aperto un mondo. Quando la recitazione è terminata, ne volevo ancora.
Titta Marini nasce a Tarquinia, che allora si chiamava Corneto, primo di tre
figli, la sorella minore morirà in tenera età. La famiglia è benestante,
la madre è una gran donna dal carattere di ferro che guida accortamente
famiglia e patrimonio. Alla morte del padre il capitale viene diviso tra i due
figli e Titta, pigro convinto, si disfa della propria parte vendendola.
Quattrini in mano e nessuna voglia di lavorare, fa il signorino e si dà alla
bella vita, acquista un'automobile rossa con la quale corre per i vicoli del
paese "spaventando le galline". I quattrini non durano in eterno e
alla fine si trova proprietario di un somaro chiamato "Sor Luigi", che
quando era in calore strappava a morsi le
lenzuola stese, e alcuni orti che aveva dato a mezzadria. La sua pigrizia era
proverbiale, ma lo disturbava anche il lavoro altrui, perciò aveva ideato una
falce "a vela", che avrebbe dovuto sfruttare il vento per alleviare la
fatica dei falciatori. Fra le sue invenzioni stravaganti, c'è anche la
Mototitta, costruita personalmente con un motore da pochi cavalli e, secondo
Vincenzo Cardarelli, vecchie scatole di conserva per la carrozzeria. Apolitico,
prese in giro tutti i partiti compreso il fascista durante il ventennio,
dichiarando in una poesia che avrebbe votato "per Célo" (Democrazia
Cristiana ndr), solo perché durante un comizio l'oratore aveva promesso che una
volta trapassato, chi votava per quel partito "avrebbe ballato il tango e
la carioca, co' vergini che allisceno li peli". Questo, molti decenni prima
dei kamikaze di oggi ai quali sono promesse nell'aldilà cento urì vergini!
Andiamo avanti: Titta fonda il Fronte dell'Ozio, il cui logo è un granchio che
spezza una vanga e i motti che lo circondano dicono "L'ozio ci unisce, il
lavoro ci divide" "Rinculando avanzo". I componenti del gruppo si
chiamano Ozzziosi, con tre zeta, e ideano gesti dimostrativi come… la pubblica
fucilazione della vanga. Titta Marini aveva anche scritto un inno, Innone per
l'esattezza, musicato dal maestro Francesco Bisogni e nel quale si lodava la
nullafacenza, che si cantava sbadigliando. Le trovate balzane di questo gruppo
attirano l'attenzione della stampa internazionale, della Roma che
"conta". E Titta si
trasferisce nella Capitale diventando un personaggio di spicco nei salotti di
Principi principali, Conti e Contessini come li chiama
lui. A sponsorizzarlo, come si direbbe ora, è il principe Vittorio Massimo che
lo considera un amico fraterno, al punto che il poeta risiede nel palazzo di
Corso Vittorio. Durante il soggiorno romano, Titta Marini riceve prestigiosi
riconoscimenti accademici, nel 1963 gli viene conferito in Campidoglio il
"Lauro Tiberino", unico poeta dialettale dopo Gioacchino Belli.
Inutile dire che trova da… ridire anche mentre è "Incapidogliato" e
davanti alle massime autorità tirò fuori una delle sue battutacce. Vince anche
il premio "Roma" sia per le poesie in vernacolo sia per le poesie in
lingua, perché Titta non era solo un poeta dialettale. Nel 1976 è ammesso
all'Accademia Culturale d'Europa. Inquieto come sempre, un bel momento si stufa
anche di Roma e del successo e a
metà degli anni sessanta torna a Tarquinia. Stravagante, non più signorino
anzi stazzonato, un po' apprezzato e un po' deriso, fa parte del colore locale,
compone le sue poesie dove capita, le declama dovunque e a chiunque. I suoi
epigrammi, epitaffi o motti fulminanti sono dipinti a caratteri cubitali sulle
pareti esterne dei casali, sui pilastri dei cancelli, spronando a volte gli
altri a "rispondere". Titta Marini scrive che "La terra è sempre
la peggiore impresa, perché da vivo è bassa e da morto pesa"? Il
contadino Cinelli aggiunge firmandosi: "Ma io che la lavoro me so' accorto,
che pesa più da vivo che da morto". Gli ultimi anni della sua vita sono
amareggiati da malattie e numerosi interventi chirurgici, ma Titta Marini prende
per i fondelli anche la morte, se la prende con il cielo "bestemmiando con
cognizione di causa, da vero cristiano". Quando gli amici vengono a
trovarlo, dice che vengono a vedere la sua pre-salma. Ormai "cadaverizzato",
scrive che di lui si può pensare ciò che si vuole: "… Tanto svolazzerò
nel cielo in festa e un baffo me farà chi al mònno resta".
Il suo epitaffio? "O passeggero, qui fra tanta quiete, 'sto morto
senza er nome su la targa, volenno, armeno adesso, un po' de requie, prega li
vivi de passà a la larga". Titta Marini muore il 25 luglio del 1982 e, suo
malgrado o con suo piacere non confessato, alla larga non gli gira nessuno.
Le
note biografiche e le fotografie sono tratte dal Catalogo coordinato dal Dott.
Luca Gufi, con testo di Anna Alfieri e Carla Valdi, progetto grafico di Domenico
Lamberti, cui la famiglia Marini Ceresa ha dato la totale disponibilità d'uso e
che ringrazio per averla fornita anche ad Arcobaleno.
Per
saperne di più cliccate http://www.titt@marini.it
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