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Numero 9
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Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
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AMEDEO MODIGLIANI così forte così debole
Antonia Bonomi
Quella che dal 20 marzo al 6 luglio 2003 Milano
dedica ad Amedeo Modigliani sarà una delle mostre più complete mai viste,
anche più completa di quella francese che a Palazzo Reale si è traslocata,
poiché si arricchisce di opere degli anni italiani.
Amedeo Modigliani nasce a Livorno da famiglia benestante, il padre Flaminio è
commerciante di legnami e carbone, la madre Eugénie Garsìn è francese,
proviene da una ricca famiglia
marsigliese che, a quanto si dice, discende dal filosofo Spinoza. Purtroppo
l’azienda paterna fallisce, ma la sopravvivenza della famiglia è assicurata
dalla madre che lavora come traduttrice e insegnante privata. A undici anni
Modigliani è colpito da un attacco di pleurite, a quattordici è la volta di
una febbre tifoidea ed è in questo periodo che si manifesta il suo desiderio di
diventare artista e di visitare i maggiori musei italiani.
Appena è in grado di farlo, lo iscrivono all’Accademia d’Arte di
Livorno e inizia a dipingere sotto la guida di Guglielmo Micheli, allievo di
Giovanni Fattori, e la prima impronta risente dello stile dei macchiaioli. Poi,
per un breve periodo, seguirà i corsi dell’Accademia fiorentina. Si
ammala nuovamente all’inizio del Novecento e, inseguendo il sole, soggiorna a
Napoli e Roma, è alla Scuola libera di nudo di Firenze, nel 1903 soggiorna a
Venezia in compagnia dell’inseparabile amico, come lui pittore, Oscar Ghiglia
e frequenta saltuariamente i corsi dell’Accademia delle Belle Arti.
In questo periodo entra in contatto con l’avanguardia della pittura
italiana, si appassiona ai senesi del Trecento (e saranno questi, secondo i
critici, ad influenzare le sue caratteristiche figure), ma per Amedeo l’Italia
è troppo provinciale, vuole dipingere da professionista, vuole esporre e
vendere e per questo deve trasferirsi nella capitale mondiale dell’arte:
Parigi. È il 1906, ha ventidue anni quando realizza l’aspirazione. Si
stabilisce prima a Montmartre e poi a Montparnasse, è il periodo in cui
trionfano Matisse con la pittura fauve, Picasso e Braque con il cubismo, come
tutti anche
Modigliani “passa attraverso Cézanne e fa la sua traversata africana fino
agli arcaici greci”. Ma si tratta di ipnotizzazioni che durano poco, giusto
tre o quattro sculture e i cartoni delle Cariatidi, poi abbandona la rigida
staticità negra per approdare a quelle che saranno nella pittura e nella
scultura le sue forme peculiari. È un periodo di ricerca che non va oltre il
triennio 1910-1913. Nel frattempo diventa amico dello scultore rumeno Constantin
Brancusi e conosce il medico Paul Alexandre, il suo primo collezionista, che lo
introduce nella buona borghesia parigina. Diventa popolare, è
chiamato il principe di Montparnasse per la sua naturale eleganza (per
quanto non arrivi a un metro e sessanta centimetri è proporzionato ed ha un
bellissimo viso), è soprannominato Modì, abbreviazione del cognome che suona
come “maudit”, maledetto. Nel 1913 si ammala di nuovo, ha la tubercolosi e
conduce una vita sessuale sregolata con gravi cedimenti all’alcole alle
droghe, assenzio e oppio. Torna brevemente a Livorno, ma il fatto di non essere
capito nella sua arte lo rattrista: getta nel canale alcune teste scolpite e
torna a Parigi dove iniziano i sette anni più duri della sua vita, quelli che
precedono la fine prematura. Dipinge forsennatamente, per un paio d’anni la
sua modella e compagna di vita e di bisbocce è la poetessa Beatrice Hastings,
trova un acquirente in Paul Guillaume che gli acquista numerose opere, Léopold
Zborowski è il suo mercante e in un certo senso mecenate, ma i quadri
raggiungono quotazioni che vanno dai 20 centesimi ai 40 franchi, e Modigliani
sprofonda sempre più nel vortice del vizio, anche se a detta degli studiosi
“molti critici hanno insistito petulantemente nel descriverlo a fosche
tinte”. Nel 1917 incontra Jeanne
Hébuterne, una giovanissima artista. Ha quindici anni meno di lui e Amedeo se
ne innamora, la ritrae infinite volte, nel 1918 Modigliani si aggrava
nuovamente, quando le truppe tedesche si stanno avvicinando a Parigi la coppia
si trasferisce a Nizza dove in novembre Jeanne dà alla luce una bambina che
prende il nome della madre. L’artista sembra recuperare la salute e in capo ad
un anno tornano a Parigi, espone ed ha successo, Jeanne aspetta un altro
bambino, ma il 24 gennaio 1920 Amedeo muore stroncato dalla tisi, seguito
ventiquattro ore dopo da Jeanne che, incinta di otto mesi, si getta dalla
finestra della casa dei genitori.
La piccola Jeanne sarà adottata dalla sorella dell’artista.
Se
in vita è stato poco compreso, non appena muore in Francia diventa subito
oggetto di “accorte speculazioni” e in altri paesi di enorme interesse. In
Italia? Nemo profeta in patria neppure da morto, nel 1922 il Pica allestisce
alla XIII Biennale di Venezia una piccola retrospettiva di Modigliani, visto che
suscita tanto interesse all’estero, e c’è una levata di scudi da parte di
non pochi critici. Se alcuni cercano solo di minimizzare l’importanza del
fatto, altri negano all’artista ogni merito, compresa la serietà negli
intenti, mentre altri ancora giudicano una farsa tutta la sua produzione. L’Ojetti,
che in seguito modificherà un po’ il suo giudizio, a chi gli parlava di
Modigliani risponde: “Chi, quello dai colli lunghi?”. Non va meglio in
seguito e per un motivo diverso:
entrano in vigore le leggi razziali, Modigliani era ebreo, e molti vogliono
vedere nelle sue opere la “materializzazione di una mente offuscata dai più
morbosi istinti”. Bene, Nemo è ora profeta in patria!
Com’era Amedeo Modigliani Dietro Lo Specchio Dell’Astrologia?
Una persona intelligente, dall’animo e dalla mente poetici, rapido
nell’apprendere e con una naturale predisposizione artistica: avesse fatto
anche lo stagnino, le sue tubature e saldature non sarebbero state normali
tubature e saldature. Possedeva una spettacolare abilità manuale guidata dalla
mente, una sorta di super vista che gli permetteva di andare al di là
dell’aspetto esteriore delle cose. Era ambizioso e aveva bisogno di
riconoscimenti esterni, dell’applauso, era ipersensibile, instabile
nell’umore e facile ad offendersi, impulsivo e generoso, ma anche irascibile e
rancoroso, facile alle cotte per fatti e persone, ma era difficile che gli altri
riuscissero a penetrare nel suo intimo, a condizionarlo in un qualche modo.
Seguiva solo ed esclusivamente le proprie idee, le proprie direttive. Tendeva
naturalmente all’arte, ma altrettanto naturalmente agli eccessi, ai vizi,
perché possedeva tutte le qualità possibili e immaginabili di cuore e di
mente, era una persona meravigliosa e anche di più, ma gli mancava la vera
fiducia in se stesso, doveva “tenersi su” non perché non avesse volontà,
quella c‘era, però mancava la fiducia
profonda, tenace, quella che non fa morire la speranza ecco. Era ostinato e
permeabile, bastava una sfumatura perché vacillasse, la sua era una forza
isterica, una bolla di sapone.
Peccato, ha vissuto male lui e, da quel generoso che era, ha fatto la fortuna di molti.
Osservate attentamente la ragazza con frangia: secondo voi Peynet da chi
ha preso la fidanzatina? E Crepax da chi ha preso la sua Valentina?
Nel 1929 qualcuno lo definirà il “Botticelli negro”, non ho il tempo
materiale per scrivere tutto ciò che ho rintracciato come critiche su di lui,
non sono un critico d’arte perciò non esprimo pareri se non il fatto che mi
piace, e voglio concludere il pezzo con alcuni commenti che calzano a pennello
con quello che indica il suo quadro e che penso di lui:
“In Modigliani è soprattutto un interesse umano, un pathos, una sensualità,
una malinconia… è tante cose insieme. È il temperamento. È la spiritualità.
È l’arte”. Borgese
“… le figure del Modigliani sono pure, come quelle dei pittori greci e
romani… dopo gli antichissimi soltanto Giambellino e Pisanello o il Pollajolo
disegnarono chiaro come il Modigliani…”. L. Bartolini
“L’ammirazione, oggi, dei buongustai delle opere di Modigliani
non è solo un fatto di moda o, peggio, dell’astuzia dei mercanti. Essa
risponde al vittorioso ritorno della semplicità, della concisione e anche
dell’umanità. E che questo ritorno porti sulla bandiera il nome di un
italiano, è una fortuna da benedire”. Ojetti
“Botticelli moderno, tutto bruciato dal fuoco dello spirito, che rende esili,
quasi immateriali le sue creature, per lasciarne meglio trasparire lo spirito
meditativo e gentilmente malinconico…”. Sarfatti
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