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Anno 9
Numero 10
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
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PARMIGIANINO, al secolo Francesco Mazzola, forse
un genio
Antonia Bonomi
Il Vasari non è certo tenero
nel descrivere caratterialmente Francesco Mazzola, o Mazzuoli, detto il
Parmigianino, ma riconosce che sapeva “dare una certa venustà, dolcezza e
leggiadria nelle attitudini” alle figure che dipingeva fin dall’inizio,
quando fu messo dai parenti, anch’essi pittori, a bottega dal Correggio come
allievo. Ancor prima di compiere vent’anni ha già affrescato chiese e
castelli in quel di Parma, città che gli ha dato i natali com’è indicato dal
soprannome, e il suo pregio è quello, sempre secondo il Vasari, di ricercare la
perfezione “investigando le sottigliezze”, facendo esperimenti come ritrarsi
in uno specchio “da barbieri, di quelli mezzi tondi. E viste le bizzarrie che
fa la rotondità dello specchio nel girar suo, fece una palla di legno al
tornio, mezza tonda e di grandezza simile allo specchio, e dentro si mise con
grande amore a contraffare tutto quello che vedeva nello specchio, e in
particulare se stesso; e sì simile a se medesimo ritraendosi somigliar si fece,
che non si potrebbe stimare né credere…”. Riferisce il Vasari che il
Parmigianino era “bellissimo in volto e di gentile aria formato, moveva nella
sua giovinezza i suoi gesti con animo timoroso et onestissimo”, allevato da un
vecchio di zio di cui avrà cura a sua volta. Lavora molto, ma vuole staccarsi
dal Correggio, ed ecco che si ritrae come ci spiega il Vasari, manda il quadro,
un tondo di 20 centimetri, a papa Clemente VII il quale, nel vederlo, si
stupisce e manda a chiamare l’artista perché si trasferisca a Roma. Il famoso
ritratto viene donato dal papa a Pietro l’Aretino che per anni lo terrà come
una reliquia, ben avvolto in un panno, e che in seguito lo regala a Valerio
Vicentino, alla morte di questi passa ad Alessandro Vittoria, in seguito
all’imperatore Rodolfo II e alla galleria viennese. Torniamo al Parmigianino e
lo troviamo nel 1923 a Roma, è in pectore, e si considera, l’erede di
Raffaello, è
tenuto nella massima considerazione dall’ambiente di intellettuali e
ricchi mecenati che frequenta e pagato con larghezza, fa dono al papa di una
Circoncisione tanto particolare da suscitare ammirazione e rispetto altissimi,
lavora ad una Sacra Famiglia, ha
commissioni da Lorenzo Cibo per il quale sta preparando una tavola di tale
mirabile bellezza che, secondo il Vasari, sarebbe stata lautamente ricompensata
se non fosse che la sorte ci mette lo zampino: arrivano i Lanzichenecchi e la
Città Eterna è messa a ferro e fuoco. A questo proposito il Vasari racconta
che mentre i Lanzi saccheggiavano la città, il Parmigianino stava lavorando nel
suo studio e non si era accorto di niente, finché i tedeschi non fanno
irruzione nella stanza, trovandolo intento a dipingere. L’ammirazione per il
suo lavoro gli salva la vita, anche se la taglia sarà fare un numero
imprecisato, ma altissimo, di disegni, acquerelli ecc. per un comandante. Il
Parmigianino scampa anche al secondo sacco di Roma, ritorna a Parma per qualche
mese e poi si trasferisce a Bologna. Lavora per la cappella di S. Rocco nella
chiesa di San Petronio, e dipinge quadri per committenti privati. In questo
periodo subisce il furto delle matrici di rame e legno, nonché di molti
disegni, ad opera di un servitore, certo Antonio Fantuzzi da Trento, atto che lo
getta nella disperazione, recupera le matrici, ma non i disegni. Per quanto
avvilito torna a lavorare, fa ritratti e quadri con soggetti religiosi che
suscitano sempre la massima ammirazione. Quando Carlo V è a Bologna per
l’incoronazione, il Parmigianino lo osserva da lontano, mentre l’imperatore
mangia, gli fa dono del quadro ma, ahilui, il re lo apprezza però l’opera è
donata al Duca di Mantova, mentre il re preferisce il dipinto di Tiziano. Un
motivo c‘è ed è lampante: secondo il suo modo di inserire simboli e
allegorie il Parmigianino ritrae il re a mezza figura, con la Fama che gli porge
l’alloro e un putto il mappamondo, mentre Tiziano ritrae l’imperatore a
figura intera e in piedi, facendone il personaggio centrale. E diventa il
pittore dell’imperatore.
L’artista ritorna a Parma e il 10 giugno 1931 gli sono commissionati gli
affreschi per la Madonna della Steccata, un’opera “grandissima” come dice
il Vasari, da completarsi in diciotto mesi e che potrebbe dare una svolta alla
sua carriera. Nel 1935, il 27 settembre, sono passati quattro anni abbondanti,
è stipulato un nuovo contratto ma il Parmigianino continua a prendersela comoda
e il 3 giugno 1536 gli è intimato, con decreto podestarile, il soggiorno
forzato in loco fino alla conclusione dell’opera. Si arriva al febbraio del
1938 con il lavoro ancora incompiuto finché il 19 dicembre dello stesso anno
l’artista è escluso definitivamente e il lavoro concluso da altri artisti.
Per l’abside sarà l’Anselmi. Perché il Parmigianino non procede nel
lavoro? Il Vasari ci fa sapere che, invece di arricchirsi con il talento
indubbio che aveva ricevuto alla nascita, da quel “cervello capriccioso
ch’egli era”, si era dato agli studi alchemici sperando di arricchire più
in fretta e non solo perdeva tempo, ma spendeva quattrini con i suoi fornelli
sempre accesi, tentando di congelare il mercurio. Lavora ad alcuni quadri, tra i
quali Cupido che fabbrica l’arco, e altre bellissime tavole, ma chi gli ha
commissionato il lavoro della Steccata non demorde, lo persegue e il
Parmigianino scappa da Parma rifugiandosi a San Sepolcro per alcuni mesi. Ecco
come ce lo racconta il Vasari: “Quivi (in San Sepolcro n.d.r.), dimorò in
incognito, di continuo all’alchimia attendendo. E perciò aveva preso aria di
mezzo stolto, et già la barba e i capelli cresciutigli, aveva più viso di uomo
selvatico che di persona quale egli era”. Ma chi lo insegue lo trova, è
arrestato e imprigionato, cercano di fargli promettere che finirà la Steccata,
e “fu tal lo sdegno che di tal cattura prese, che accorandosi di dolore dopo
alcuni mesi si morì”. Secondo la tradizione è sepolto nella chiesa della
Beata Vergine della Fontana di Casalmaggiore, accanto alla fonte sacra come
aveva espressamente chiesto, ma non è mai stato fatto un sondaggio e si ritiene
che, invece, sia sepolto sotto il sagrato.
Secondo recenti studi, è possibile che il 24 agosto 1540 Francesco Mazzola
detto il Parmigianino sia morto per avvelenamento da mercurio perché il suo
interesse per l’ermetismo è ben individuabile in particolare nelle opere
della Steccata, e se questa non è stata terminata nei diciotto mesi previsti
dal primo contratto, la colpa non è stata tutta dell’artista ma di molte
scelte sbagliate fatte dai fabbricieri della chiesa. Secondo altri, la Steccata
non fu completata perché l’artista, pur riconoscendo la propria bravura,
sentiva di non poter competere con il Correggio, il suo maestro di un tempo,
l’artista ideatore del “meccanismo ascensionale”, il battistrada degli
“sfondati” delle cupole del barocco.
E qualche dubbio che sulla “strana personalità” del Parmigianino abbia
inciso anche una possibile omosessualità è frutto di una rivisitazione in
chiave psicanalitica delle opere dell’artista, definito da Vittorio Sgarbi
“l’Oscar Wilde della pittura”.
Com’era il Parmigianino Dietro Lo Specchio Dell’Astrologia?
Carattere capriccioso dice il Vasari, tempestoso è più indicato, soprattutto
nell’animo suo. Aquario teso al futuro, all’innovazione e nato
fortunatissimo, con il Sole e Giove in perfetto, splendido trigono, il poverino
era afflitto da una Luna nel Cancro, che ci sta come i cavoli a merenda poiché
lo inclinava al passato, a non staccarsi da ciò che si conosce, dalle radici.
Per di più, questa Luna era opposta a ben quattro pianeti nel Capricorno,
aggiungendo instabilità in un soggetto che avrebbe voluto volare da bravo
Aquario, ma che non riusciva a staccarsi completamente da terra e che veniva
riafferrato sempre dalla nostalgia. Aveva rimpianto dell’infanzia, ma era nato
“vecchio” dentro, diffidente, sospettoso, invidioso, dominato
dall’ambizione e contemporaneamente dal timore delle critiche altrui, dal
confronto. La sua era una sensibilità nevrotica, con una punta di schizofrenia.
Si vedeva e voleva essere “grande”, era esibizionista e perennemente
insoddisfatto, per di più bloccato, come ho detto, dal timore delle critiche e
la naturale inclinazione alla ricerca dei particolari, alla cura delle minuzie
diventava una vera e propria mania logorante per il sistema nervoso. Era un
vecchio bambino, stizzoso e infantilmente superstizioso. Era opportunista, e ne
fanno fede i quadri mandati come omaggio-biglietto da visita, ma poi scattava la
molla della presunzione, ed ecco che non sapeva cogliere i frutti delle buone
intuizioni, per di più si ostinava nei comportamenti, non avrebbe accettato
consigli anche se glieli avessero dati. Era un disadattato e per di più
mancante d’umorismo e di autoironia, doti che avrebbero potuto aiutarlo.
Quanto alla sessualità, sì, l’omosessualità è indicata chiaramente, però
niente esclude un comportamento bisex se era conveniente: i sentimenti gli erano
estranei, a guidarlo poteva essere il capriccio del momento. Alla morte,
avvenuta il 24 agosto del 1540, Nettuno (le metamorfosi, l’inquietudine, il
misterioso, ma anche i veleni), da qualche anno era in cattivo aspetto con il
gruppo dei pianeti nel Capricorno, appoggiato da un anno circa da Saturno,
l’anno precedente era stata la volta di Giove… sì, era messo male, con la
testa che non funzionava e la mancanza di appoggio da parte del caso nel senso,
però, che gli era difficile, visto il carattere, capire che stava scivolando
nel baratro. Era più vecchio che mai, di cervello oltre che d’aspetto come
mostra, se è veramente suo, l’autoritratto dell’uomo deluso e
“inselvatichito” che gli attribuiscono.
Osservando il suo quadro natale, alla domanda “fu un genio?”, la
risposta è “non completamente”. Il Parmigianino era un ottimo artista ma
non aveva il colpo d’ala del genio che avrebbe voluto essere, si distingueva
solo grazie al difetto della minuziosità, che lo rendeva un abile ritrattista,
e che in questo caso è diventato una qualità. La sua via era quella delle
incisioni, ma vaglielo a far capire a chi si sente il nuovo Raffaello.
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