prima paginaPrima pagina
editorialeEditoriale
attualita'Attualità
culturaCultura
costumeCostume
spettacoloSpettacolo
personaggiPersonaggi
turismoTurismo
medicinaSalute
sportSport
agendaAgenda
oroscopiOroscopi
curiosita'Curiosità
consulenteConsulente
giardinaggioGiardinaggio
cucina
Cucina
dentino avvelenatoDentino avvelenato

linkI nostri link
e-mailE-mail


Anno
9
Numero
10

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

...per parlare con 
Antonia Bonomi 
 899.060.888
clicca, leggi 
e poi... chiama
Personaggi 
della
Cultura
del segno del 

CAPRICORNO
SUSAN SONTAG tradizionale, originale, intelligentemente, fermamente contro 

Antonia Bonomi 

Susan Rosemblatt nasce a New York da famiglia agiata, il padre muore quando ha cinque anni e la madre Mildred si risposa con un militare che le dà il cognome, Sontag. L’infanzia la vive a Tucson, a quindici anni si trasferisce a Berkeley per iscriversi all’università, non è soddisfatta e l’anno seguente eccola a Chicago dove conosce il sociologo Philip Rieff che sposa immediatamente e con lui continua a frequentare l’università di Harvard. Il matrimonio dura fino alla nascita del figlio David, Susan si trasferisce a Parigi dove studia per due anni prima di tornare a New York dove insegna religione alla Columbia University. Definisce se stessa una “zelota della serietà” e una “moralista ossessionata”, sin dall’inizio della sua attività intellettuale rifiuta ogni tipo di interpretazione e si batte per la trasparenza, per la necessità di apprezzare la “luminosità delle cose per quello che realmente sono”. The benefactor, il suo primo romanzo, anticipa i temi che svilupperà nel saggio Contro l’interpretazione che all’inizio degli anni Sessanta la fa conoscere al grande pubblico. In questo lavoro, confuta la base della psicanalisi secondo la quale ogni evento è suscettibile d’interpretazione, ha un significato nascosto che bisogna portare alla luce perché tutto deve avere una spiegazione, mentre Susan Sontag pensa e scrive che non tutte le cose hanno un significato, tantomeno le malattie. Attribuire un significato alle malattie, dice, è primitivo e tale significato è inevitabilmente moralistico. Naturalmente gli psicanalisti, colpiti nei loro fondamenti, ritengono il suo pensiero confuso, e Susan lo chiarisce alla fine degli anni Settanta con Malattia come metafora: la malattia insorge per condizioni organiche, non per colpa della degenerazione della vita dell’ammalato, il cancro non è colpa della repressione sessuale, o “malattia di chi vuole morire perché la vita gli è diventata insopportabile”, per cui come cura basterebbe la volontà di lottare come asseriscono illustri studiosi. Questa, secondo Susan, è la metafora militare vincente, quella della forza e della soppressione dell’altro, non del dialogo e dell’accettazione dell’altro. Il malato risulta colpevolizzato, la malattia è vissuta come punizione e di questo si servono il potere, la morale e la legge per tenere a bada la condotta di vita degli individui.  
Ha una vita piena, gira il mondo partecipando ad eventi culturali, scrive romanzoni tradizionalisti, pubblica saggi, cura la regia di film e di spot pubblicitari, mette in scena Aspettando Godot nella Sarajevo distrutta dalla guerra, appare in film di Woody Allen e di Andy Warhol, i settimanali popolari l’adorano e ne pubblicano profili osannanti, lei continua ad esporre le sue idee, all’epoca della guerra del Viet Nam eccola definire “la razza bianca  come un cancro dell’umanità”, nelle interviste afferma che mentre gli europei sanno riconoscere i propri errori storici, gli americani possono tutt’al più ammettere di avere governanti “un po’ corrotti”, ma non di avere commesso errori, infatti non esiste un museo della schiavitù o che ricordi il genocidio dei pellerossa. Scomoda, criticata, ma nessuno ha mai messo in discussione la sua  superiore qualità intellettuale neppure quando recentemente, in un’intervista al New York Times ha confessato di avere amato sia uomini sia donne, quando ha sentenziato che si può dire di tutto sugli attentatori dell’11 settembre, tranne che sono dei codardi. Alla sua morte, il  28 dicembre 2004, i giornali e le televisioni americani si sono sprecati con coccodrilli in cui ricorre il termine “passione” per definire le sue battaglie.
Com’era Susan Sontag Dietro Lo Specchio Dell’Astrologia?   
Intelligenza dinamica, intuitiva, con un colpo d’occhio formidabile vedeva fatti e persone nell’insieme e grazie alla mente indagatrice, da laboratorio, alla capacità di astrarsi, di arrivare al dunque attraverso il paradosso, riusciva a scovare anche la più recondita sfumatura. Era polemica per principio ma non in malafede, era convinta di quanto affermava  perché ci rifletteva. Non essendo sicura di sé come si poteva pensare, essendo presuntuosa e temendo le critiche altrui perché era ultra critica in prima persona, le sue convinzioni, giuste o sbagliate che fossero, erano meditate e poteva sempre controbattere. Non era una personalità facile, andava soggetta a sbalzi d’umore, era suscettibile e vendicativa, se qualcuno le era antipatico poteva essere feroce tanto quanto era piacevolmente ironica se si trovava a suo agio, con persone che stimava. Ambiziosissima, tradizionalista, timida, sfacciata, originale e molto fortunata, femminilità zero, qualche punta isterica tenuta a bada dall’intelligenza e dall’uso di mondo, impaziente, non avrebbe mai detto qualcosa che non pensava solo per fare piacere qualcuno, fosse anche se stessa.
Era una grossa personalità, una gran rompiscatole di quelle necessarie se non altro per far riflettere più che per accettare integralmente le sue tesi, che ha avuto la fortuna di potersi esprimere a livello mondiale.