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Anno 9
Numero 10
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Personaggi di
Varia Umanità
del segno dei
GEMELLI
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ANNA
FRANK una vita breve e immortale
Roberta
Gallina
Antonia Bonomi
Anneliese
Marie Frank, chiamata da tutti Anna, nacque a Francoforte sul Meno (Germania) il
12 giugno 1929. Il padre Otto Frank, nato il 12 maggio 1889, proveniva da
una famiglia molto agiata ed ebbe un’educazione di prim’ordine. Purtroppo
gran parte del patrimonio familiare andò perduto, a causa dell’inflazione,
durante la prima guerra mondiale, in cui combatté valorosamente. Alcuni anni più
tardi, nel 1925, Otto sposò una ragazza ebrea di ottima famiglia, Edith
Hollander e un anno dopo, il 16 febbraio 1926, nacque la loro primogenita Margot.
In seguito alle leggi
razziali emanate da Hitler, nel 1933 il signor Frank
decise di trasferirsi dalla Germania ad Amsterdam (Olanda), insieme alla
sua famiglia. Il cognato, che viveva a Basilea, era funzionario di
un’importante azienda, la Traviers & Co., che aveva una succursale ad
Amsterdam, propose Otto come dirigente e, da allora, gli affari della filiale
olandese della ditta prosperarono.
Le due ragazze crebbero spensierate: buone scuole, amici, divertimenti, sport,
cinema, gite. Miep Gies, segretaria della ditta di Otto ed amica di famiglia, ci
descrive, nei suoi ricordi, le ragazze: Margot, timida, intelligentissima, dava
ottimi risultati negli studi, il suo sogno, diceva, sarebbe stato quello di fare
la maestra nei nuovi territori di Israele; Anna, invece, era molto più vivace,
arguta ed estroversa, ispirava simpatia solo a guardarla. La maggiore era la
preferita della madre, mentre la minore era, chiaramente, la “cocca di papà”,
al quale andava rassomigliando sempre di più, sia moralmente, sia fisicamente.
Del resto, proprio Anna
nel suo diario, dichiara: ”…se papà approva Margot, loda Margot, accarezza
Margot, io mi rodo, perché vado pazza per papà. E’ il mio grande modello, a
nessuno voglio bene quanto a papà!…” (7 novembre 1942).
Le cose iniziarono a complicarsi dal maggio del 1940: i nazisti invasero
l’Olanda e, per gli ebrei, iniziarono i tempi duri. Dovettero consegnare le
biciclette, dovevano portare cucita addosso la stella giudaica, non potevano
possedere l’automobile, non potevano usufruire del tram, dovevano fare la
spesa solo in negozi autorizzati, non potevano uscire dopo le ore venti. Margot
ed Anna furono iscritte al Liceo ebraico e, nonostante le restrizioni,
continuarono a condurre una vita sociale molto intensa, grazie agli sforzi dei
genitori, che facevano di tutto per non far pesare alle figlie questo nuovo
stato di cose. Tuttavia Otto, molto previdente, stava cercando un posto sicuro
dove rifugiarsi, poiché numerose famiglie ebree, con il pretesto di essere
spedite nei campi di lavoro in Germania, sparivano nel nulla e, sempre più
insistenti, correvano voci sulla creazione, da parte dei nazisti, delle
“camere a gas”. Nel mese di luglio del 1942 una lettera gettò i Frank nel
panico: era una convocazione per Margot, con l’ordine di presentarsi per un
lavoro ad “est”. Non c’era più tempo da perdere: l’intera famiglia si
trasferì nel “rifugio” trovato da Otto, un appartamento proprio sopra gli
uffici della ditta, nella Prinsengracht 263, il cui ingresso era nascosto da uno
scaffale girevole, contenente alcuni schedari. A loro si aggiunsero altri
rifugiati: Herman Van Daan, socio della Traviers & Co. per il reparto
spezie, sua moglie Petronella, ebrea tedesca, il figlio Peter con il suo gatto
nero Mouschi e, in un secondo tempo, il dentista Albert Dussel.
Tutto sommato le condizioni dei rifugiati, pur non essendo invidiabili, erano
relativamente tranquille. Al contrario di molti altri ebrei, avevano persone
fidate su cui poter contare: le segretarie Elli Vossen e Miep Gies, il marito di
quest’ultima Henk, il nuovo direttore della ditta Jo Koophuis, subentrato al
signor Frank, il collaboratore
Victor Kraler.
Dal 5 luglio 1942 le due famiglie vissero recluse nell’alloggio segreto, senza
mai vedere la piena luce del giorno per via dell’oscuramento alle finestre,
l’unico pezzetto di cielo poteva essere intravisto dal lucernaio della
soffitta, dove tenevano ammucchiati i viveri “a lunga scadenza”, come
fagioli secchi e patate.
Il
diario di Anna è una cronaca preziosissima dei giorni di quei tragici due anni:
una descrizione minuziosa delle vicissitudini di due famiglie costrette a
convivere in pochi metri quadrati di spazio, i caratteri degli abitanti, le
piccole manie di ognuno, gli scontri, le liti, gli scherzi, i malumori, le
risate e, sopra di tutto, il costante terrore di essere scoperti: “…mi sono
terribilmente spaventata, ebbi un solo pensiero, che stessero venendo, chi lo
sai bene…” (1 ottobre 1942). Del resto le notizie che arrivavano
dall’esterno erano spaventose: intere famiglie ebree, fra cui molti amici dei
Frank e dei Van Daan, erano state arrestate e deportate nei campi di
concentramento, da cui, correva voce, e le notizie ascoltate di nascosto alla
BBC ne davano triste conferma, nessuno era mai uscito, né vivo, né morto,
semplicemente cessava di esistere come essere umano, Anna ci racconta:
“…cose molto tristi, moltissimi amici e conoscenti sono partiti, per una
terribile destinazione…” (19 novembre 1942).
L’arguta penna di Anna ci dipinge, quasi come un pennello, i caratteri degli
altri reclusi, parla di Hermann Van Daan: “…Il signor Van Daan ed io
litighiamo sempre, invece va molto d’accordo con Margot…” (21 agosto
1942), “…Interferisce su qualsiasi cosa… lascia cadere dall’alto la sua
opinione, anche quando non sarebbe il caso… la sua opinione vale più di
quella altrui…bella testa, ma anche un gran presuntuoso..”, di Petronella
Van Daan: “…in certe giornate non si può nemmeno guardarla in
faccia…mettere zizzania è facile tra la signora Frank ed Anna… a tavola non
si fa certo privazioni… laboriosa, allegra, civetta… volgare come una
pescivendola…”, del dottor Dussel: “… antiquato e pedante, pignolo in
maniera esasperante, perfino negli orari in cui si ritira nella toilette, porta
occhiali di corno, pantaloni tirati fino al petto, giacca rossa e pantofole
nere…”. Discorso a parte meritano i rapporti di Anna con Peter,
descritto all’inizio come: “…uno scioccone che non ha ancora sedici
anni, noioso e timido, dalla cui compagnia c’è poco da aspettarsi…” (14
agosto 1942), diventò poi il confidente della ragazza. Soli in un ristretto
mondo di adulti, adolescenti costretti ad una clausura forzata in un mondo che
non garantiva alcuna certezza, senza compagnia di coetanei, entrambi bisognosi
d’affetto, fu inevitabile che l’amicizia sfociasse in un flirt
adolescenziale: “…Peter ed io soffriamo entrambi di conflitti interiori…
troppo malcerti e delicati per essere trattati rudemente…” (7 febbraio
1944), “… le nostre madri non hanno la minima comprensione per noi…” (2
marzo 1944). Ma l’energica Anna, pur continuando a rimanere affezionata al
ragazzo, se ne distaccò molto presto:“…Peter è buono e caro, però molte
cose di lui mi deludono…molto arrendevole… geloso della sua intimità…”
(14 giugno 1944), “…gli manca uno scopo ben definito… Non ha religione,
bestemmia, è attratto dalla vita facile…”, “…mi sono creata una sua
immagine secondo i miei sogni, avevo bisogno di un essere vivente con cui
sfogarmi, di un amico che mi aiutasse… non so se lui sia superficiale o solo
timido…” (15 luglio 1944).
Cosa faceva Anna, l’adolescente irrequieta, tutto il giorno? La mattina era
uno dei momenti più difficili della giornata: dalle 8.30 alle 12.30, bisognava
stare fermi e zitti per non far trapelare il minimo rumore al personale estraneo
dell’ufficio sottostante, non camminare, bisbigliare solo per stretta necessità,
non usare la toilette. Durante queste ore, con l’aiuto del signor Frank
coltissimo per suo conto, i ragazzi studiavano per non rimanere indietro nelle
materie scolastiche. A parte Margot, definita vero topo di biblioteca, Anna
detestava la matematica, la geometria, e l’algebra, adorava la storia, le
materie letterarie e seguiva un corso di stenografia per corrispondenza. Aveva
poi i suoi interessi personali: la mitologia greca e romana, la storia
dell’arte, studiava meticolosamente tutti gli alberi genealogici delle
famiglie reali europee e nutriva una passione per il cinema, fino al punto di
tappezzare le pareti della sua cameretta di foto delle star. Oltre a tenere
aggiornato il suo amatissimo diario, del quale era anche assai gelosa, scriveva
moltissimo: “…il Sogno di Eva è
la mia migliore novella, la vita di Cady
contiene molto di buono, ma nel complesso non vale nulla…” (4 aprile 1944).
Il suo sogno segreto era diventare scrittrice: “… bisogna che studi per
andare avanti, per diventare giornalista, come voglio…”, “…chi non
scrive non sa quanto sia bello scrivere… se non avrò abbastanza ingegno per
fare la scrittrice o la giornalista, potrò sempre scrivere per me stessa…
voglio continuare a vivere dopo la mia morte… qualcosa di me che rimanga…
allora avanti, coraggio, ci riuscirò, perché a scrivere sono decisa!” (4
aprile 1944).
Come tutti gli adolescenti era in continuo conflitto di amore – odio con gli
adulti, soprattutto con la madre, un po’ di meno con il padre, suo grande
modello: “…ieri c’è stato un terribile litigio. Mamma ha fatto una
scenata e ha raccontato a papà tutti i miei peccati, poi ci siamo messe a
piangere…ho detto a papà che voglio molto più bene a lui che alla
mamma…” (3 ottobre 1942), “…è mamma quella che più mi pesa sul cuore,
non posso rinfacciarle il suo sarcasmo, ma non posso sempre essere colpevole…
non giudico il carattere della mamma perché non posso giudicarlo… ho idee,
ideali e piani miei propri…” (7 novembre 1942), “…ho tantissima pietà
per la mamma, perché, per la prima volta nella mia vita, ho notato che il mio
contegno freddo non la lascia indifferente… è lei che mi ha respinto, con le
sue osservazioni…”, “…vago da una camera all’altra… mi sembra
d’essere un uccellino a cui abbiano crudelmente strappato le ali, chiuso
dentro una gabbia… fuori all’aria fresca e ridi! Grida una voce dentro di
me…” (29 ottobre 1943).
Intanto nel mondo esterno le notizie erano sempre più tragiche, la polizia
nazista, con l’aiuto dei collaborazionisti olandesi, compivano ogni sorta di
razzie e di retate: un uomo tornava a casa dal lavoro o una donna dalla spesa e
trovavano la casa deserta, ed i familiari scomparsi, i bambini tornavano a casa
da scuola e non trovavano più i genitori, la casa sbarrata e rimanevano soli al
mondo senza nemmeno sapere il perché, i beni delle persone scomparse, ebrei o
loro parenti, erano confiscati dalle autorità tedesche. Anche coloro che
aiutavano queste persone disperate, spesso alla forsennata ricerca di un luogo sicuro, ossia un nascondiglio (proprio come avevano fatto i
Frank per tempo), correvano gravissimi pericoli, poiché la Gestapo aveva
iniziato a praticare la tortura in maniera indiscriminata. L’Olanda versava in
uno stato di povertà, procurarsi il necessario per vivere era diventato
un’impresa per tutti: ci si arrangiava con la Borsanera, inoltre i rifugiati,
essendo “civilmente scomparsi” non avevano nemmeno diritto ai tagliandi
annonari per ricevere i viveri razionati. Si arrangiavano tramite le conoscenze
prebelliche e la distribuzione clandestina, Anna ci racconta che la loro dieta
era basata su ortaggi, anche marci, fagioli ammuffiti, cavoli, rarissimi
pezzetti di carne, e, soprattutto, patate, tante patate: pelare le patate
occupava gran parte dei pomeriggi dei rifugiati.
Al primo agosto risale l’ultima pagina del diario di Anna, poi più
nulla. Venerdì 4 agosto 1944, durante una tranquilla mattina, che sembrava come
tutte le altre, la polizia tedesca, guidata da Silberbauer, un collaborazionista
olandese, fece irruzione nell’ufficio e nell’alloggio segreto, grazie ad una
spiata: tutti i rifugiati ed i loro soccorritori vennero arrestati. Si salvarono
solo Elli Vossen, perché creduta estranea, Miep Gies grazie alle sue origini
viennesi, il marito Henk che, in quel momento, era altrove. Fu proprio Miep,
passato il primo momento di panico, che si occupò di salvare il salvabile: nel
disordine dell’irruzione nell’alloggio segreto tutto era gettato per terra,
fu lì che trovò il diario di Anna, lo prese e lo conservò, anche Muoschi, il
gatto di Peter trovò in lei la sua salvezza.
L’8
agosto i Frank ed i Van Daan furono trasferiti nel campo di Westerbork, nella
regione della Drente (Olanda). Questo, era un campo di smistamento da cui, il 3
settembre 1944, partì l’ultimo convoglio di deportati per il campo di
sterminio di Auschwitz (oggi Oswiecim, Polonia). Erano in tutto 1019 persone.
Solo 200 chilometri li separavano, in linea d’area, dalle truppe alleate, che
avevano occupato Bruxelles. Arrivarono ad Auschwitz il 6 ottobre e, nello stesso
giorno, furono mandati nella camera a gas 550 dei nuovi sopraggiunti, fra cui
tutti i bambini al di sotto dei quindici anni. Le donne furono trasferite nel
vicino campo di Birkenau ed Otto Frank non rivide mai più la moglie e le
figlie. Margot ed Anna furono colpite dalla scabbia e ricoverate in un reparto
apposito, Edith Frank le seguì per non lasciarle sole. Rimase con loro fino al
28 ottobre, quando le due sorelle furono trasferite a Bergen Belsen (Hannover,
Germania). Edith rimase ad Auschwitz, ove, morì di denutrizione e di dolore il
6 gennaio 1945. Bergen Belsen, non era un campo di sterminio, ma di scambio, non
esistevano camere a gas, per cui rimaneva ancora una speranza di salvezza sia
per le due sorelle, sia per la signora Van Daan, trasferita insieme a loro.
Purtroppo, a causa dell’enorme numero di persone, il campo era in condizioni
disastrose, non c’era da mangiare ed erano scoppiate alcune epidemie; inoltre,
una settimana dopo il loro arrivo, una violenta grandinata aveva
spazzato via la tenda in cui stavano. La sovrappopolazione continuava ad
aumentare e le condizioni igieniche e sanitarie erano inesistenti. Nel mese di
febbraio le Frank furono colpite dal tifo: una delle donne sopravvissute si
ricorda di aver visto, in pieno inverno, che Anna, nelle allucinazioni provocate
dalla febbre, aveva gettato via tutti i vestiti e si teneva stretta addosso solo
una coperta delirando di alcune bestioline che le camminavano addosso, poi
mormorava in maniera desolata: “…non ho più la mamma né il papà, non ho
più niente...”. Malate, denutrite, le due ragazze si spegnevano ogni giorno
di più. Margot morì per prima, quando fu trovata era ormai rigida, Anna
resistette altri due giorni. Tre settimane più tardi le truppe Alleate inglesi
liberarono il campo di prigionia.
L’unico sopravvissuto fu Otto che, appena liberato, tornò in Olanda,
direttamente a casa dei fedeli Miep ed Henk. Sapeva già della morte della
moglie, ma solo molto tempo dopo venne a sapere la sorte delle due figlie: aveva
perso tutta la sua famiglia. In un secondo momento s’informò sulla sorte
degli altri rifugiati: Herman Van Daan era stato mandato nella camera a gas, ad
Auschwitz, proprio sotto i suoi occhi; la moglie morì a Buchenwld, proprio nel
giorno in cui il campo veniva liberato, Peter era morto nel campo di Mauthausen,
Albert Dussel era deceduto nel campo di Neuengamme.
Il diario di Anna fu pubblicato, con il permesso di Otto Frank, nel 1947, con il
nome di “Het Achterhuis”, cioè il Retrocasa. Ancora oggi è possibile
visitare l’alloggio segreto in Prinsengracht 263, che la Fondazione Anna Frank
mantiene intatto, come allora.
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