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Anno 9
Numero 10
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
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Personaggi
dello Spettacolo
del segno del
LEONE
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ALFRED
HITCHCOCK: l’uomo dalle mille paure
Marcello
Gagliani Caputo
Alfred
Hitchcock era un personaggio sarcastico, brillante e, se diamo al termine una
particolare eccezione, decisamente colto, ma anche un personaggio per molti
versi misterioso, che soltanto attraverso i suoi film riuscì ad esorcizzare
quelle paure che per tutta la vita furono forse gli unici aspetti mai svelati
dal regista.
Cresciuto sotto l’ala di registi classici del cinema inglese, ha sempre
sostenuto che il cinema dovesse affidarsi più alle immagini che ai dialoghi, ed
il modo più famoso per dimostrarlo sono gli innumerevoli “cammei” dei suoi
film, nei quali appare.
La sua carriera cominciò molto in sordina, passando attraverso tutti quei ruoli
della gavetta che gli furono utili per conoscere a fondo il mondo del cinema. Fu
negli anni venti-trenta, quando il cinema stava subendo un rapido quanto
sconvolgente cambiamento, che Hitchcock venne alla ribalta: con film come “Il
giardino del piacere” (1925), “L’aquila della montagna” (1926), “Il
pensionante” (1926). Tutte pellicole che rispecchiano già quella
personalità che poi avrà definitiva espressione nei film a cavallo tra gli
anni ’50 e ’60, ma che nello stesso tempo sono dei veri e propri esempi di
cinema “puro”.
Nella vita di Hitchcock c’erano molte cose a proposito delle quali voleva
essere evasivo: fantasie colpevoli, comportamenti sociali di aggressività
passiva, desideri proibiti non sempre frenati, un’attitudine personale e
registica manipolatoria, se non addirittura tirannica. Tutte caratteristiche
che, in maniera più o meno chiara, alla fine diventarono elementi essenziali
dei suoi film; e soprattutto nel momento in cui il regista inglese decise di
trasferirsi negli Stati Uniti, dove poi avvenne la sua definitiva consacrazione.
A differenza, per esempio, di Welles, Hitchcock riuscì perfettamente ad
inserirsi nel “sistema” hollywoodiano, utilizzandone ampiamente tutte le
possibilità, introducendo negli schemi produttivi e nei canoni spettacolari,
sostanzialmente uniformi e ripetitivi, quella sua personale visione del mondo,
venata di cattolicesimo e di una forte dose di scetticismo, che si esprime in
una poetica che ruota attorno al concetto di “suspence”, vale a dire
l’”attesa” che accada qualcosa che ognuno, dentro di sé, non vorrebbe
accadesse, grazie al quale il pubblico viene coinvolto in un gioco sadico che
gli provoca, inesorabilmente, un’angoscia irrefrenabile.
Già nei film che egli realizzò in Inghilterra agli inizi della sua carriera,
il motivo della suspence è alla base di racconti che, attingendo alla
tradizione di certa narrativa gialla prettamente britannica, vi introducono da
un lato un sottile umorismo e dall’altra una ricerca formale estremamente
elaborata.
Con il periodo americano, invece, nasce un Hitchcok un po’ più commerciale ed
attento ai gusti del pubblico, sfornando così oltre cinquanta film in poco più
di quarant'anni. Possiamo citare “Rebecca,
la prima moglie” (1940), “Notorius, l’amante perduta” (1946),
“L’ombra del dubbio” (1943), dove l’angoscia derivante
dall’ambiguità dei personaggi e delle situazioni, dall’attesa di qualcosa
di irreparabile si manifesta in termini fortemente drammatici.
Accanto a questi primi film in cui si comincia a manifestare il gusto del
misterioso, dell’enigmatico, e attraverso i quali si denota una
rappresentazione prospettica della realtà, con elementi continuamente mutevoli
che permettono di osservarla da molti angoli, nascono quelli che possono essere
considerati certamente i film più completi della prima parte della sua carriera
registica: “Il delitto perfetto”
(1954), “La finestra sul cortile” (1954), “L’uomo che sapeva troppo”
(1956), “Caccia al ladro” (1955), “La donna che visse due volte” (1958).
Tutti film basati sul tema ricorrente del dubbio, dell’ambiguità, del
contrasto tra apparenza e realtà.
La fine degli anni ’50 segna un profondo cambiamento nella poetica di
Hitchcock, che adesso si orienta verso una più complessa e prospettica
rappresentazione dell’angoscia contemporanea, in cui il dubbio e la paura
affondano nel tessuto vitale di un’esperienza di vita che è quella dei nostri
giorni. In uno stile più disteso, classico, maturo, l’abnorme, il misterioso,
l’inconsueto nascono da una realtà perfino a tratti banale, si introducono
nelle pieghe di un racconto che procede senza scosse, quasi fosse un resoconto
di fatti di cronaca. Il brivido, adesso, è un elemento indispensabile per la
resa spettacolare di una situazione drammatica che fornisce tutta una serie di
indicazione per osservare la “quotidianità” con occhi irrequieti,
indagatori. La realtà fenomenica, così, balza in primo piano, al di là delle
costrizioni cinematografiche consuete, e questo maggior realismo della
rappresentazione conferisce al film una dimensione maggiormente angosciante.
Simbolo di questo nuovo modo di intendere il cinema è forse il film più
conosciuto del regista inglese, “Psyco”
(1960), più un horror che un thriller, dove il tema dell’angoscia si fa
più esplicito e profondamente radicato nella vicenda e nei personaggi. La
storia di questo pazzo, Norman Bates, che uccide i clienti del suo motel in nome
di un complesso per molti versi freudiano, è la rappresentazione della paura
dell’uomo di fronte al potere che assume gli aspetti della rispettabilità,
del decoro, della normalità.
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