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Anno 9
Numero 10
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Personaggi della
Storia
del segno del
LEONE
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MARIA JOSÉ una donna che sapeva quello che
voleva
Antonia Bonomi
Ora che è morta, i giornali e
le televisioni si sono scatenati e i coccodrilli si sono sprecati: regina di
maggio, l'ultima sovrana d'Italia, donna ardita, ribelle, intelligente, colta,
antifascista, votò per la Repubblica, amava l'Italia, è stata partigiana
secondo la nuora Marina, bellissima picconatrice secondo il nipote Amedeo,
capitata nella famiglia sbagliata… tutto o in parte vero, tutto o in parte
enfatizzato? A guardare con occhio
disincantato la storia di Maria José, si colgono alcune incongruenze, come
l'essere stata antifascista e antinazista, cioè contro le dittature, e poi
farsi ricevere da Mao Tze Dong nel 1961, tanto da farsi appiccicare
l'appellativo di "regina rossa" o "regina comunista", come
se il comunismo non fosse una dittatura. Coraggiosa crocerossina? Era un
"ruolo obbligato" che le competeva, lo aveva svolto prima di lei la
suocera Elena, che si era fatta in quattro anche durante il terremoto che colpì
il Sud all'inizio del secolo scorso.
Ripercorriamo rapidamente la vita di Maria José. Nasce il 4 agosto del 1906 a
Ostenda, figlia di re Alberto del Belgio e di Elisabetta Wittelsbach di Baviera
(non la Sissi, ma una parente). Dalla madre, dicono i biografi, ha ereditato la
curiosità intellettuale e l'anticonformismo, qualcuno aggiunge anche "la
vena di pazzia dei Wittelsbach", la passione per la musica, mentre dal
padre ha ereditato la tenacia, lo spirito critico e l'amore per l'alpinismo. A
sei anni suona il pianoforte, a sette si esibisce interpretando Brahams. La
corte del padre, molto democratica, è frequentata da tutti i migliori cervelli
del periodo: Einstein suona il violino mentre sua madre è al pianoforte e, nei
ricordi della regina, il grande fisico qualche volta stonava.
È un'undicenne dai capelli castani e
crespi, occhi chiarissimi quando incontra per la prima volta il tredicenne
Umberto. Secondo cronisti delle biografie pre-morte se ne innamora perdutamente,
secondo i ricordi di Maria José "fu allevata ed educata nell'idea
che un giorno avrebbe sposato Umberto", poiché il matrimonio era stato
accuratamente combinato tra le famiglie. Maria José studia in Inghilterra dal
1914 al 1917, quando il Belgio è occupato una prima volta dai tedeschi, poi
viene a studiare in Italia, nel Collegio della Santissima Annunciata di Poggio
Imperiale, presso Firenze, in quella che è considerata la scuola dei figli dei
re. La leggenda dice che sul comodino tenga una fotografia di Umberto.
Il 7 settembre del 1929, il giovane principe, al quale si attribuiscono
innumerevoli storie più o meno sentimentali e che sembra abbia tentato di
rimandare più volte il matrimonio, viene spedito, dicono i ben informati, su
preciso ordine di Vittorio Emanuele III a chiedere ufficialmente la mano della
principessa belga. Sempre i bene informati dicono che la medesima abbia
annunciato, raggiante, la cosa ai genitori esclamando: "Et maintenant c'est
faite" (E ora è fatta!). Festa di fidanzamento in Belgio il 24 ottobre con
tanto di attentato. Mentre Umberto è in visita alla tomba del Milite Ignoto di
Bruxelles, un anarchico
antifascista italiano, Francesco De Rosa, con l'intento di vendicare i compagni
imprigionati dal regime fascista spara un colpo che sfiora il principe. Sarà
condannato a soli cinque anni di carcere per intercessione dello stesso Umberto.
Malgrado le lettere di dissenso inviate dai suoi sudditi, che non vedono
di buon occhio il matrimonio di una loro principessa con il principe di una
nazione fascista, l'8 gennaio del 1930 si celebra il matrimonio. Tre giorni
no-stop di feste costate cinque milioni di lire, quando per mille lire al mese
gli italiani avrebbero fatto follie. Per la cerimonia, celebrata nella cappella
Paolina del Quirinale, Maria José indossa un abito disegnato da Umberto, il cui
strascico lungo sette metri è ornato d'ermellino, sul
capo ha un pizzo di Bruges e porta un diadema dei Savoia che troverà troppo
sontuoso e pesante. La mattina delle nozze scatta un momento di panico: l'abito
di velluto paglierino con riflessi d'argento è splendido, ma le maniche sono
troppo strette e le braccia della principessa non entrano. Che fare? Togliere le
maniche e sostituirle con lunghi guanti. Sembra sia stata la stessa principessa
a trovare la soluzione ed ecco perché, nel pur mite gennaio romano, per quanto
seminascoste dal velo, le braccia della principessa sono scoperte dalla spalla
al gomito, con i guanti flosci dal gomito in giù. Piove, e tutti pensano: sposa
bagnata, sposa fortunata. Al
momento dello scambio degli anelli, centinaia di colombe bianche sono fatte
volare dai cortili del Quriinale e prendono la via del cielo, tra gli applausi
dei romani. Gli sposi, in seguito, si affacciano dal balcone, sono ricevuti dal
papa. Dopo i tre giorni di pranzi, rinfreschi, balli, celebrazioni
folcloristiche e quant'altro, partono per il viaggio di nozze: una sosta a San
Rossore e poi Courmayeur, ospiti dei Marone Cinzano. Nessuna intimità, la villa
è piena di amici, si dice che Maria José cominci a temere i fantasmi delle
avventure galanti del neo marito, oltre alle bellezze nostrane che circolano per
la grande casa. Prendono residenza nel Palazzo Reale di Torino ma, si dice, per
le chiacchiere che circolano sulle innumerevoli avventure di Umberto il
severissimo padre li fa trasferire a Napoli promuovendolo generale. Nel 1934, i
maligni del tempo dicono grazie all'inseminazione artificiale, nasce la prima
figlia Maria Pia, poi arrivano nel 1937 Vittorio Emanuele, nel 1940 Maria
Gabriella e nel 1943 Maria Beatrice. Osservando bene i quattro figli, anche nei
cambiamenti apportati dall'età, a rassomigliare al padre è Maria Pia, mentre
Maria Gabriella e Vittorio Emanuele potrebbero essere cloni della madre, e Maria
Beatrice ha mantenuto il volto della madre bambina. Tornando alla coppia, che
non ci sia accordo lo sanno tutti, i pettegolezzi sulle scappatelle di Umberto
non si contano, ma circolano anche su Maria José. Se la coppia di principi fa
simpatia in tutto il mondo, in Italia lei non è molto amata. È considerata
snob, sofisticata, la chiamano la "belga", "negresse
blonde" per quei suoi capelli impossibili, vogliono farle italianizzare il
nome in Maria Giuseppina ma si ribella, perciò i giornali la chiamano "Maria
di Piemonte" per obbedire al duce che voleva l'italianità anche nel
doppiaggio dei nomi dei protagonisti di film stranieri.
Tra un figlio e l'altro, Maria José scala il Cervino e il Rosa, dichiara
che se non fosse quello che è, sarebbe contro tutte le dinastie, nel maggio del
1938 incontra Hitler a Roma. Nelle sue memorie dirà di averlo trovato
compassato e glaciale. A tavola era seduto accanto a lei, mangiò pochissimo,
chiedendo continuamente cioccolata, che mangiava con forchetta e coltello, e
biscotti al posto del pane. E racconta anche che re Vittorio Emanuele III,
durante tutto il periodo della vista del Fuehrer, cedeva sempre il passo a
Hitler e non appena questi gli voltava le spalle, faceva smorfie di raccapriccio
tali che lei e il marito Umberto temevano potesse essere visto dal seguito del
dittatore. Sempre in questi ricordi, la regina annota che papa
Pio XI manifestasse in tutti i modi il suo dissenso per la visita del
tedesco, non ricevendolo, anzi relegandosi a Castel Gandolfo, facendo chiudere i
Musei Vaticani, spegnendo le luci delle chiese quando tutte le città erano
illuminate a giorno. Nelle sue memorie, e nelle interviste rilasciate in
seguito, Maria José non ha un cattivo ricordo di Mussolini. Scherza sul suo
vezzo di gonfiare il petto e atteggiarsi a seduttore, lo considerava:
"Simpatico, fanatico, ma non cattivo, ingannato da Hitler", e si
rammaricava per la sua brutta fine. Lei stessa ammetteva di riuscire ad ottenere
aiuti rivolgendosi a Mussolini al quale faceva improvvisate, recandosi a Palazzo
Venezia senza farsi annunciare.
Nel 1940 i Savoia, non solo Maria José, sono contrari all'entrata dell'Italia
in guerra, poi sono i due principi a tentare di dissuadere Vittorio Emanuele III,
ma non ci riescono. Una domanda: cosa avrebbe potuto fare realmente il re per
evitare il conflitto, se Mussolini lo voleva? Esautorarlo, è vero, ma aveva gli
uomini per farlo?
Nell'ottobre del1940, Maria José si reca a trovare Hitler per chiedergli, su
richiesta del fratello Leopoldo re del Belgio invaso dai nazisti, grano per la
popolazione affamata e di far tornare a casa i prigionieri. È ricevuta, ma
quello che ne ricava è di sentirsi definire, dal galante dittatore, il perfetto
modello di una principessa ariana.
Intanto, ha qualche incontro
con alcuni esponenti antifascisti, vedrà lo scrittore comunista Elio Vittorini
una sola volta, poco per parlare di contatti e antifascismo dichiarato,
sufficienti per irritare, più che preoccupare, il suocero il quale, nel 1943,
la spedisce nella tenuta di S. Maria in Valdieri con l'ordine di starsene buona.
Nel 1944, al momento della disfatta, riesce a riparare in Svizzera con i
bambini. Ora, secondo una versione torna in Italia dopo la liberazione di Roma,
nel giugno del 1944, quando Umberto è diventato Luogotenente del Regno, mentre
secondo un'altra versione torna a piedi e zaino in spalla attraverso il valico
del Gran San Bernardo, per andare a chiudersi nel castello di Sarre i primi di
maggio del 1945, residenza dalla quale la toglieranno gli alleati il 28 maggio
per riportarla a Palazzo Reale, in Torino, sede del comando inglese.
Siamo nel dopoguerra, il paese è distrutto, Maria José si dà da fare per
riconquistare il favore degli italiani alla causa monarchica, visita scuole e
ospedali, incontra Palmiro Togliatti e dichiara di simpatizzare per Saragat e il
socialismo. E si dà da fare anche Umberto, che in realtà ha il compito ingrato
di recuperare credibilità alla monarchia, ma viene osteggiato in tutti i modi
dal padre.
Il 9 maggio del 1946, d'accordo gli Alleati e De Gasperi capo del governo, è
forzata la mano al vecchio re, costretto a passare i poteri al figlio.
Umberto è re e Maria José regina. Il referendum è lanciato, arrivano esperti
di pubblicità americani per aiutare il nuovo re a riconquistare il favore delle
folle ( Rutelli e Berlusconi hanno avuto un illustre predecessore!), il
Quirinale si riapre alle feste, ai ricevimenti, il nuovo re viaggia in lungo e
in largo per l'Italia in un'autentica campagna elettorale nella quale colleziona
sia fischi sia applausi. Come è andata lo sappiamo, e non sono ancora finite le
diatribe sui brogli, il 13 giugno 1946 il re lascia il Quirinale alle 15, alle
16.09 da Ciampino, a bordo di un Savoia Marchetti, vola verso il Portogallo.
Maria José, invece, è partita con i ragazzi il 6 giugno da Napoli, a bordo del
Duca degli Abruzzi, destinazione Sintra passando per Lisbona. Il loro regno è
durato ventisette giorni, resteranno nella storia come il "re e la regina
di maggio".
Ormai non è più il caso di recitare la scena della coppia reale unita, lui
resterà a Cascais, a Villa Italia, per ripercorrere le orme di Carlo Alberto, lei
compera il castello di Merlinge, in
Svizzera, e continueranno la loro vita separati, incontrandosi solo nelle
occasioni ufficiali, matrimoni e morti per lo più.
Passano gli anni, i figli crescono e danno non poche preoccupazioni con le loro
esuberanze, Maria José è afflitta da guai alla vista, ma questo non le
impedisce di scrivere libri sulla storia dei Savoia. È una gran viaggiatrice e
un'accanita fumatrice, conduce una vita sportiva, muore a novantaquattro anni e
mezzo circondata dai figli e dai nipoti, viene sepolta accanto al marito,
nell'abbazia di Altacomba, come aveva lasciato scritto.
Com'era Maria José Dietro lo Specchio dell'Astrologia? Negli anni qualcuno ha
avanzato l'ipotesi che "temesse di svegliarsi pazza come molti dei suoi
antenati" tra i quali, non dimentichiamo, ci sono Sissi e il cugino
Ludwig-Luigi. Non so quanto ci sia di vero in questo, ma osservando il quadro
natale della regina non c'è dubbio che fosse eccentrica, decisa a distinguersi.
Amava gli atteggiamenti plateali, era bastian contrario per principio, non ho
intenzione di offenderne la memoria, ma era tanto fumo e poco arrosto. Leggo di
"dolcezza guerriera", di grande amore per il marito, di coraggio,
abnegazione, intelligenza tormentata… forse è meglio lasciarla riposare in
pace, evitando di scavare. Si era chiusa nel silenzio? E silenzio sia. Quello
che mi dispiace è che non ci sarò fra settant'anni quando, per sua precisa
disposizione, saranno pubblicati i suoi diari. Mi avrebbe fatto piacere
constatare se nella stesura ha prevalso l'ironia della sua Venere nella Vergine,
con spiattellate verità anche su se stessa, o l'idea Leone di continuare a
tramandare un'immagine di donna-regina forte malgrado le disgrazie che le sono
capitate (tante), compresa quella di essere finita in quel frigidaire che era
casa Savoia.
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