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Anno
9
Numero
10

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

 

  Personaggi

 

DANIELE COMBONI un pacifico combattente ostinato 

Antonia Bonomi 

Daniele Comboni, beatificato il 17 marzo 1996 e dichiarato santo il 5 ottobre 2003 da Giovanni Paolo II, nasce nel 1831 a Limone sul Garda, in provincia di Brescia. È il quarto di otto figli, morti quasi tutti in tenera età, di Luigi e Domenica, poveri contadini al servizio di un proprietario terriero. I genitori, cattolici ferventi,  sono legatissimi a questo figlio “sopravvissuto”, per la sua educazione, vista anche la povertà dei mezzi, viene scelto l'Istituto fondato da don Nicola Mazza, a Verona.
In questi anni passati a Verona, Daniele scopre la sua vocazione al sacerdozio, completa gli studi di filosofia e teologia e, attratto dalle testimonianze dei primi missionari mazziani reduci dal continente africano, incomincia a sognare l’Africa. Il 31 dicembre 1854, anno della proclamazione della Immacolata Concezione di Maria, viene ordinato sacerdote dal beato Giovanni Nepomuceno Tschiderer, Vescovo di Trento, e tre anni dopo parte per la sua terra di missione elettiva insieme ad altri 5 missionari.
Dopo 4 mesi di viaggio, considerate che siamo all’inizio della seconda metà dell’Ottocento, la spedizione arriva a Khartoum, la capitale del Sudan. L'impatto con la realtà africana è forte, Daniele si rende subito conto delle difficoltà che la sua missione comporta: il clima insopportabile rende tutto più faticoso, le malattie mietono numerose vittime tra i pur giovani missionari, gli indigeni vivono nella povertà e nell’abbandono, tutti stimoli per il suo spirito. Dalla missione di Santa Croce scrive ai suoi genitori: “Dovremo faticare, sudare, morire, ma il pensiero che si suda e si muore per amore di Gesù Cristo e della salute delle anime più abbandonate del mondo è troppo dolce per farci desistere dalla grande impresa”.
Assistendo alla morte in Africa di un suo giovane compagno missionario, Comboni invece di scoraggiarsi si sente interiormente confermato nella decisione di continuare la sua missione: «O Nigrizia o morte», o l'Africa o la morte.
Ed è sempre l'Africa e la sua gente ciò che spinge il Comboni, una volta ritornato in Italia, a mettere a punto una nuova strategia missionaria.
Nel 1864, raccolto in preghiera sulla tomba di San Pietro a Roma, Daniele ha un’illuminazione che lo porta ad elaborare il suo famoso Piano per la rigenerazione dell'Africa, un progetto missionario racchiuso nella frase «Salvare l'Africa con l'Africa», frutto della sua illimitata fiducia nelle capacità umane e religiose dei popoli Africani.
Tra mille difficoltà e incomprensioni, Daniele Comboni è convinto che la società europea e la Chiesa cattolica sono chiamate a prendere in maggior considerazione la missione dell'Africa Centrale. A tale scopo, si dedica ad una instancabile animazione missionaria recandosi in ogni angolo d'Europa, chiedendo aiuti spirituali e materiali per le missioni africane a re, vescovi, signori e povera gente. E per far conoscere a tutti la realtà delle popolazioni e illustrare ciò che intende fare crea una rivista missionaria, la prima in Italia.
La sua fede incrollabile nel Signore e nell'Africa lo porta, nonostante le difficoltà, a fondare nel 1867 l'Istituto dei Missionari Comboniani e a far nascere, rispettivamente nel 1867 e nel 1872, l'Istituto maschile e l'Istituto femminile dei suoi missionari, più tardi meglio conosciuti come Missionari Comboniani e Suore Missionarie Comboniane.
Come teologo del Vescovo di Verona, partecipa al Concilio Vaticano I facendo sottoscrivere a 70 Vescovi una petizione a favore dell'evangelizzazione dell'Africa Centrale: Postulatum pro Nigris Africæ Centralis.
Il 2 luglio 1877 Comboni viene nominato Vicario Apostolico dell'Africa Centrale e consacrato Vescovo il mese seguente. È la conferma che le sue idee e le sue azioni, da molti considerate troppo coraggiose se non pazze, sono quanto mai efficaci per l'annuncio del Vangelo e la liberazione del continente africano.
Negli anni 1877-78, insieme alla popolazione e ai suoi missionari e missionarie, soffre la tragedia di una siccità e carestia senza precedenti, che dimezza la popolazione locale e sfinisce il personale e l'attività missionaria.
Nel 1880, animato dal solito spirito combattivo, ritorna per l'ottava e ultima volta in Africa, deciso a continuare la lotta contro lo schiavismo e a consolidare l'attività missionaria. Un anno dopo, provato dalla fatica, dalle morti dei suoi collaboratori e dall'amarezza che gli procurano le accuse e calunnie suscitate dal suo operato, si ammala. Il 10 ottobre 1881 muore a Khartoum, tra la sua gente, cosciente che la sua opera missionaria continuerà. «Io muoio, dice, ma la mia opera non morirà». E i missionari comboniani sono presenti ai quattro angoli del mondo.
Il 26 marzo 1994 viene riconosciuta l'eroicità delle sue virtù, il 6 aprile 1995 viene riconosciuto il miracolo operato per sua intercessione a favore della ragazza afro-brasiliana Maria José de Oliveira Paixão. Il 20 dicembre 2002 viene riconosciuto il secondo miracolo operato per sua intercessione a favore della mamma musulmana sudanese Lubna Abdel Aziz.
Com’era Daniele Comboni Dietro Lo Specchio Dell’Astrologia?
Un pacifico combattente ostinato. Sensibile e drastico, intuitivo, dalla mente aperta, proiettato al futuro senza dimenticare il valore del passato, idealista e ottimista ma con i piedi ben piantati a terra, inquieto ma concreto, ambizioso e poco amante delle posizioni subalterne, era convinto delle sue idee ma non un fanatico esaltato. Possedeva una notevole forza di persuasione, in particolare quando era convinto di qualcosa sapeva sia imporsi sia ricorrere alla diplomazia. Non dimenticando il secolo in cui è nato e l’ambiente religioso in cui è cresciuto, al di là della retorica delle sue parole, dei suoi scritti e di quanto possono avere aggiunto i suoi sostenitori, quello che ha fatto lo ha fatto anche con l’intento sincero di migliorare le condizioni di vita dei popoli africani, non solo per mettere il gonnellino ai selvaggi e inculcare a forza il cristianesimo.