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Anno 9
Numero 10
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Personaggi
LUISA SANFELICE una martire involontaria
Antonia Bonomi
Il primo a travisare la vera
storia di Luisa di Sanfelice fu Alessandro Dumas, che in un romanzo di
millesettecento pagine ne fa una giovanissima eroina romantica,
una rivoluzionaria per amore. La televisione si era già appropriata
alcuni decenni fa di questa
storia d’inizio ottocento con un lacrimoso sceneggiato. Le “licenze
poetiche” di Dumas la vogliono vedova e non adultera, impegnata politicamente
e non semplicemente, tra gli altri, amante di un rivoluzionario e
contemporaneamente non insensibile alla corte di un fedele monarchico. Vediamo
di chiarire la vera storia di Luisa Sanfelice.
Luisa nasce dalla nobile famiglia dei De Molino e giovanissima sposa don Andrea
Sanfelice, del ramo cadetto dei Duchi di Lauriano. La loro è una coppia sempre
negativamente alla ribalta delle cronache mondane del regno napoletano: hanno
tre figli e conducono una vita disordinata, sono carichi di debiti. Nel 1787 il
re in persona interviene per tentare di far mettere loro la testa a partito. Sua
Maestà Ferdinando IV, detto dal popolino re Nasone, nomina un amministratore
fiduciario per quanto riguarda il
dissestato patrimonio, colloca i tre bambini in collegi aristocratici e spedisce
i due coniugi in campagna, nelle terre di famiglia ”a metter giudizio e
racimolar denaro per pagare i
debiti”. Nel 1791, secondo un rescritto reale, la situazione è questa: “in
niente corretti essendosi i coniugi Don Andrea Sanfelice e Donna Maria Luisa De
Molino, ma continuato avendo a menare la solita vita rilasciata e scandalosa
all’eccesso”, il re passa a provvedimenti più severi facendo internare il
marito in un convento a Nola e la moglie nel Conservatorio di S. Sofia in
Montecorvino Rovella, considerati “luoghi di buon aere e di edificazione”.
Per tre anni i due scapestrati stanno rinchiusi in convento, poi Don Andrea
scappa, rapisce la moglie e
tornano a Napoli. Il re chiude un occhio.
Si arriva all’aprile del 1799, siamo alla Rivoluzione Napoletana, poiché il
nuovo governo repubblicano ha cancellato tutti gli antichi privilegi che
tutelavano gli aristocratici insolventi la trentacinquenne Luisa è separata, o
temporaneamente vedova come si diceva, perché Don Andrea si è dato alla
macchia per sfuggire ai creditori e lei abita presso un'amica, la Duchessa di
Capuano, in un appartamento di palazzo Mastelloni in Largo della Carità. È una vita noiosa quella che conduce
Luisa. Niente più feste come ai tempi del re, ma solo ansia, incertezza con le
navi inglesi che hanno rioccupato le isole di Ischia e Procida e minacciano il
porto di Napoli, le truppe francesi del generale Championnet che presidiano la
città, i fedeli al vecchio regime reale che saccheggiano le campagne, le bande
di làzzari del cardinale Ruffo, vicario del regno, che si organizzano per
riconquistare la città. E lei che cosa fa? Si fa corteggiare “assiduamente”
da Gerardo Baccher, banchiere legato al vecchio regime reale e spera nel ritorno
dei vecchi tempi, e da Ferdinando Ferri, che è il suo preferito, un ex avvocato
che ha indossato i panni della Guardia Civile e si dichiara repubblicano
ardente. Secondo altre fonti, l’amante prediletto era invece Vincenzo Cuoco,
ex amministratore del marito Andrea e in seguito insigne storiografo.
Un giorno di questo aprile, dunque, Luisa riceve la visita del
Baccher il quale le confida che la sua famiglia, tutti compreso
il padre Vincenzo, è a capo di un complotto: il prossimo primo giorno di
festa le navi inglesi e siciliane avrebbero bombardato Napoli, la milizia
repubblicana sarebbe accorsa alla difesa del porto lasciando la città sguarnita
e preda della plebe ostile ai francesi e dei fedeli del re che li avrebbero
guidati. Inoltre, racconta sempre Baccher a Luisa, si è già provveduto a
contrassegnare con simboli
convenzionali i muri delle case da incendiare
o tutelare, sono stati approntati salvacondotti per garantire gli amici
dalle rappresaglie, e gliene consegna uno. Non appena Baccher se ne va, Luisa
corre da Fernando Ferri (o Vincenzo Cuoco), l’amante prediletto e gli consegna
il salvacondotto. Il giorno dopo Luisa è convocata per essere interrogata dal
tribunale rivoluzionario. Infatti, il suo amante ha subito informato chi di
dovere di quanto si sta tramando, gli amori di Luisa diventano di dominio
pubblico, lei si rifiuta di dire il
nome del suo informatore, ma sulla carta ci sono i contrassegni della famiglia
Bacchet e fioccano gli arresti, tutti i congiurati finiscono nelle carceri di
Castel Nuovo in attesa di giudizio. La Sanfelice se ne sta nascosta “timorosa
di pubblico vituperio”, ma il 13 aprile la sua azione “coraggiosa” è
esaltata in un articolo sul
Monitore Napoletano, firmato da Eleonora Pimentel Fonseca ex bibliotecaria della
Regina e diventata la musa ispiratrice
della Rivoluzione. Nel pezzo è indicata come “l’egregia cittadina
Luisa Molina Sanfelice che venerdì sera ha svelato al Governo la
cospirazione di pochi non più scellerati che mentecatti che intendevano
massacrare i buoni patrioti ecc. ecc. ”,
e conclude: “La nostra Repubblica non deve trascurare di eternare il
suo nome e quello del cittadino Vincenzo Cuoco”. Ma Luisa non aveva raccontato
tutto a Ferdinando Ferri? Qualcuno avanza l’ipotesi che Luisa abbia nascosto
il nome del vero amante, il Ferri, dietro a quello di Cuoco
che… agli occhi del mondo poteva passare per
un amico di famiglia. Eccola, dunque, madre e salvatrice della Patria suo
malgrado, la consola il fatto che i
Baccher siano salvi avendo negato ogni addebito, pensa che
in caso di rovesciamento della situazione l’innamorato Gerardo possa
aiutarla ancora.
Alla fine di aprile le truppe francesi abbandonano Napoli, scoppia l’anarchia,
i làzzari di Ruffo la circondano, il 1° maggio
il re, da Palermo, invia al cardinale una lista di “patrioti” da
arrestare tra i quali c’è anche la Sanfelice.
L’assedio alla città dura fino
al 13 giugno quando le truppe del cardinale, appoggiate dalla plebe ostile ai
patrioti, la conquistano. E lo stesso giorno quello che resta della commissione
rivoluzionaria, che procedeva con criteri militari, condanna a morte due dei
cinque fratelli Baccher, tra cui Gerardo, e due altri complici fucilandoli in
serata sotto un arco di scala a Castel Nuovo. Gesto inutilmente crudele, poiché
sono le ultime ore della Repubblica
Partenopea. Dal 14 giugno inizia il terrore. I rivoluzionari asserragliati nei
castelli hanno ottenuto una resa onorevole e la possibilità di andarsene, ma il
re cambia le carte in tavola e li fa arrestare mentre stanno per imbarcarsi per
la Francia. I tribunali speciali si mettono all’opera, a conti fatti saranno
eliminate circa 40.000 persone, tra i
quali i più bei nomi dell’aristocrazia e della cultura. Luisa è
terrorizzata, visitando la figlia in collegio le dice di “sentirsi perduta”,
infatti è scovata dai làzzari in un soppalco dove si era nascosta, è
trascinata in strada e sbattuta nelle carceri della Vicaria in compagnia di
usuraie e donne di malaffare.
Ad Eleonora Pimentel Fonseca, in quanto nobile straniera, è negato il
privilegio di morire decapitata ed è impiccata
in piazza del Mercato, con il
popolino che la motteggia: “ A signora donna Lionora, che cantava ‘n coppa
‘o triato, ora abballa ‘n miezzo o mercato”, alludendo al fatto che
penzolava da una corda.
Il processo a Luisa Sanfelice inizia nella prima decade di settembre. La corte
è presieduta dal giudice Damiani, i consiglieri sono Guidobaldi, Fiore, Della
Rosa, Sambuti e Vincenzo Speciale
che gode di pessima fama. La difesa è affidata agli avvocati Vanvitelli e Moles,
patroni d’ufficio che in genere non si danno granché da fare anche per non
generare sospetti. Ma nel caso di Luisa, graziosa e smarrita, che suscita
commozione, tirano fuori le unghie. Lei dichiara di aver denunciato la congiura
“perché soffriva all’idea dei giorni di sangue e di terrore” che si
preparavano per Napoli, i difensori disquisiscono sul fatto che non ci può
essere delazione nel denunciare una congiura al governo sotto il quale si vive,
ma non c’è niente da fare: il 15 settembre Luisa è fatta passare in cappella
dove avrebbe ricevuto i religiosi,
i cosiddetti padri Bianchi incaricati di visitare i moribondi, e passato in
preghiera le ultime ore della sua vita. Ma gli avvocati difensori non si
rassegnano, Vanvitelli scopre un
dispaccio reale che contiene nuove norme: le condanne vanno riferite al re e
sottoposte al suo giudizio. La regola, in
realtà, non si riferisce ai procedimenti in corso ma, tant’è, si può sempre
tentare. E, malgrado le resistenze, ecco che i paladini di Luisa l’hanno
vinta, l’esecuzione è rinviata in attesa di istruzioni regali e la condannata
torna in carcere.
Il 25 settembre arriva il messaggio regale: deve essere giustiziata. Il
29 Luisa rientra nella cappella del
castello del Carmine in compagnia di altri sei condannati dai quali apprende che
il “suo” Ferdinando Ferri è nel carcere di Castel Nuovo. Avendo ammesso di
aver firmato un memoriale, probabilmente se la sarebbe cavata con l’esilio.
Mentre
prega con gli altri, ecco che Luisa rialza il capo e profferisce la frase
fatidica: “Non possono uccidermi, aspetto un figlio”. Secondo una legge
risalente agli Svevi, l’esecuzione delle donne incinte doveva essere rimandata
a quaranta giorni dopo il parto. Il parere degli studiosi è che l’idea di
attaccarsi a questo appiglio non fu di Luisa, ma suggerita da qualcuno degli
altri condannati o dagli stessi religiosi, altrimenti non avrebbe aspettato fino
a quel momento. Fatto sta che mentre gli altri se ne vanno al patibolo, lei
torna in cella. Il giudice Vincenzo Speciale, il più carogna, non la beve e
convoca una commissione medica presieduta dal più illustre clinico napoletano,
Antonio Villari, per avere conferma. Questi visita la prigioniera e dichiara
l’autenticità della gravidanza che è “di tre in quattro mesi”. Per
quanto Vincenzo Baccher, il padre dei due ammazzati l’ultimo giorno di vita
della rivoluzione, invochi vendetta
chiedendo che sia fatta giustizia della loro delatrice, Luisa è intoccabile.
All’inizio dell’800, la bugia della Sanfelice è di dominio pubblico, tutti
sanno che non è incinta. Il giudice Speciale, incontrando il dottor Villari lo
apostrofa con sarcasmo: ”Avete visto, la Sanfelice non è incinta, avevo
ragione io”, e il dottore replica con ferma fierezza: ”Consigliere, se c’è
qualcuno che merita la forca, siete voi. Eppure, se voi foste condannato a morte
e diceste di essere gravido, io l’attesterei”.
Il 18 marzo 1800 ha luogo l’ultima esecuzione, il patibolo di piazza
del Mercato è rimosso, le condanne all’esilio iniziano
e Vincenzo Cuoco viene espulso dal regno,
Ferdinando Ferri si imbarca per Marsiglia, per il mese di maggio è
previsto un indulto generale. Il cardinale Ruffo è chiamato a partecipare ad un
conclave, il nuovo viceré è il Principe di Cassaro indicato come uomo
splendido, saggio e pietoso. Per la Sanfelice è ordinata un’altra commissione
che la riconferma incinta, l’opinione pubblica la vuole salva, molti parlano
di una possibile grazia reale.
Ma c’è sempre il padre dei Baccher a non mollare al presa: si reca
personalmente a Palermo dal re per invocare giustizia e vendetta. Il re fa
trasferire la Sanfelice a Palermo per una nuova visita medica e la lunga
gravidanza, come era prevedibile, è smentita. Ancora c’è chi spera: il 26
agosto nasce il primo nipote maschio del re il quale, per antica usanza, deve
concedere le tre grazie che gli chiederà la puerpera. E Maria Clementina, la
neo mamma, chiede fra l’altro la grazia per la Sanfelice. Il re s’infuria.
Luisa ritorna a Napoli il primo settembre del 1800 e il 10 è ricondotta per la
terza volta al confortoratorio, a metà mattinata la folla che non se lo
aspettava la vede comparire in piazza Mercato, dove era stato eretto il palco
con il ceppo e la scure. Luisa si rivolge a padre Puoti che l’accompagna e gli
chiede: “Si soffre molto, padre, ad avere la testa tagliata?”.
E, poverina, se si soffre ad avere la testa tagliata nessuno poteva
dirglierlo e saperlo, ma che la sua è stata una morte crudelissima è
documentato. Spaventato da un colpo di fucile sparato per caso da un soldato, il
boia fa cadere malamente la scure e le fracassa una spalla, la folla incomincia
a rumoreggiare, innervosito la finisce con il coltello da caccia. È sepolta
nella chiesa del Carmine e fu la sola a pagare: il suo grande amore Fernando
Ferri, ritornato a Napoli, dopo aver abiurato al passato di rivoluzionario
riconquista il favore dei Borboni, è nominato ministro delle Finanze e muore
ultra novantenne.
Com’era Maria Luisa Sanfelice Dietro Lo Specchio Dell’Astrologia?
Una persona istintiva e contemporaneamente calcolatrice, superficiale e
sognatrice, anticonformista, curiosa, capricciosa, infantile e caparbia,
spendacciona ed egoista, esibizionista, mancante d’intuito. Tutte piccole
cose, sia chiaro, i cosiddetti peccati veniali che in quantità più o meno
vistosa sono presenti nella maggior parte delle persone “normali”, se non
fosse che Luisa aveva una propensione accentuata per le avventure erotiche, in
poche parole era ninfomane, si esaltava scambiando l’avventura con la
passione, soffriva di mania di persecuzione e si sentiva vittima del malanimo
altrui. Inoltre, non era coraggiosa per carattere ma tendeva ai colpi di testa e
diventava sconsiderata. Per concludere: un aspetto del suo quadro natale indica
passioni infelici che incidono sulla vita, che la condizionano. Più vita
condizionata di così!
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