La sua vita è da annoverare
tra quelle più esaltanti, passata com'è tra finzioni diverse una dall'altra, ma Valeria
Moriconi è tra le attrici dal temperamento più estroso del nostro spettacolo ed ha
potuto permettersi di plasmare con la sua grande attorialità e tenacia qualsivoglia
personaggio.
La sua ultima fatica teatrale è "Il
gabbiano" di Anton Cechov, per la regia di Maurizio Scaparro, dove ha incarnato il
personaggio di Irina. Il suo modo di presentarsi alla giornalista di turno, è l'emblema,
peraltro incantevole, di una donna che oltre ad essere una grande interprete, è
protagonista anche al di fuori delle luci della ribalta, facendo trasparire un'innata
eleganza e simpatica conferma di quello che rappresenta, dopo aver interpretato circa
ventotto film e una miriade di messinscene teatrali.
Ha trascorso una bella infanzia?
Direi stupenda, perché ero attorniata da una
grande serenità, circondata com'ero dalle attenzioni dei genitori e degli amici. Ricordo
peraltro, le bellissime feste con le tovaglie bianche, con i servizi da tè e la nonna con
il nastrino al collo.
Sembra di vedere un film di Pupi Avati?
Ci sono effettivamente quel tipo di atmosfere
nella mia infanzia, raffigurate dal nascere in provincia e dal provenire da una famiglia
borghese.
Circolava molta cultura nella sua
famiglia?
Abbastanza; mio nonno mi traduceva i lirici
greci e latini ed io accocolata sul suo lettone, la domenica mattina, mi incantavo ad
ascoltarlo.
E' diventata grande troppo presto?
Grande no, ma responsabile, perché quando è
scoppiata la guerra ero ancora bambina ed è stata l'esigenza di arrangiarsi a farmi
vivere anche i momenti drammatici con grande lievità ed ironia, soprattutto quando sono
stata costretta insieme alla mia famiglia a cibarmi da giugno a settembre di soli pomodori
e patate.
Quando è iniziata la sua carriera di
attrice e chi ha creduto per primo nel suo talento?
Non ho fatto Accademia e nel 1949, a Jesi,
iniziai a cimentarmi attorialmente in una Compagnia di Filodrammatici ed il primo a
credere al mio talento è stato mio padre, il mio attento spettatore.
Quando si è sposata?
Nel 1951 con Aldo Moriconi e il mio
matrimonio durò per ben dodici anni e dopo il primo periodo felice subentrò un rapporto
di reciproca amicizia e rispetto, anche quando lo lasciai per il regista Franco Enriquez.
E' nata attrice o lo è diventata?
Un giorno mio padre, circa trent'anni fa, mi
ricordò l'episodio in cui, quando ero ancora bambina, scrissi sulla cornice della
specchiera di mia madre con una matita: "Qui ha posato la mano la futura Eleonora
Duse". Deduca lei se questa non è una convinzione primordiale!
Lei che ha lavorato anche in Francia che
differenza c'è tra questa nazione e la nostra per cultura e tradizioni?
Non ho lavorato moltissimo in Francia, ho
fatto qualche film e per me il set è stato il metro più efficace per capire fino in
fondo la grande professionalità rispetto a quella italiana, dove predominava il caos
negli orari di lavorazione e l'abitudine sbagliata del copione a braccio.
Qual è l'attore francese che l'ha colpita di più?
Gerard Philippe con cui girai "Gli anni
che non ritornano" (1955) per la regia di Yves Allègret.
E chi ha conosciuto oltre a Gerard Philippe?
Michel Morgan e Pierre Brasseur.
Quali registi l'hanno diretta?
Marc Allègret, Mauro Bolognini con cui ho
girato "Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo" (1956) e "Gli
innamorati" (1955) dove interpretavo la pantalonaia Marisa e per questa parte sono
stata citata per la nomination al Nastro d'Argento; Mario Mattoli che mi diresse in
"Miseria e nobiltà'"; Valerio Zurlini con cui feci "Le soldatesse"
(1966) e presi per questo ruolo la Grolla d'Oro; Nanni Loy che fu la mia anima nera in
"Un giorno da leoni" e in "Quelle strane occasioni" nell'episodio
"Italian Superman".
Che ricordo ha di Nanni Loy?
Un bellissimo ricordo, era un uomo molto
ironico e gli sono legata, anche perché', quando ci fu una rassegna della Resistenza nel
cinema italiano curata da Blasetti, fu presa la sequenza più significativa di "Un
giorno da leoni", dove interpretavo la parte di una moglie di un partigiano.
Il suo primo ciak cinematografico?
Ne "Gli italiani si voltano"
nell'episodio "Amori in città'" per la regia di Alberto Lattuada e credo che
quello fosse il primo esempio di candid camera, perché la cinepresa era nascosta in un
camioncino e riprendeva le espressioni, non solamente di noi attrici sparse tra la folla
di Roma, ma anche della gente comune.
Qual e' il film a cui e' più' legata?
"Miseria e nobilta'"
Che cosa rammenta di Toto'?
Lui è stato un maestro per me e mi ha insegnato i ritmi
della recitazione.
Qual era il suo difetto?
Il suo difetto era anche il suo pregio,
quello di arrabbiarsi con chi lo identificava nella vita di tutti i giorni con la maschera
che interpretava nei film.
Qual è stato l'incontro cinematografico più' importante?
Quello con Curzio Malaparte che mi contattò
per il suo film "Compagni di viaggio", fu un incontro talmente importante che
ancora oggi conservo il copione dello scrittore di Prato.
Quale è il regista del grande schermo che
ha saputo dirigerla meglio?
Mauro Bolognini.
Qual è quello con cui non si è sentita a suo agio?
Valerio Zurlini che mi accettò controvoglia in quanto
attrice di teatro, nel ruolo che voleva affidare a Sandra Milo per "Le
soldatesse". Dopo aver fatto un provino che confermò una recitazione positiva in
dialetto veneto per scongiurare il pericolo di essere doppiata.
Si innamora dei personaggi con i quali lavora?
Naturalmente sì!
È cambiata molto la sua vita da quando ha iniziato a fare
l'attrice?
No, perché ho mantenuto certi rapporti e la mia vita non è
cambiata, né sono cambiata io.
È difficile convivere un una primadonna?
Qualche volta sì, anche perché mi
piacerebbe, a volte, essere lasciata in pace. Ma, se non attiro l'attenzione mi sento sola
e abbandonata. Malgrado questo, le primedonne sono simpatiche.
C'è stato un periodo della sua vita in
cui ha interpretato molti sceneggiati televisivi. Se fosse padrona del piccolo schermo per
un giorno, cosa farebbe?
Riprenderei il Venerdì della Prosa e
eliminerei tutte le soap opera trasmettendo romanzi sceneggiati tratti dalla letteratura
mondiale.
Lei come si definisce come attrice?
Grande nel bene e nel male!
Come donna?
Non mi faccia definire.
Qual è il segreto del successo?
Fare il proprio mestiere con convinzione, senza cercare di
barare.
Lei ha interpretato il personaggio di Serafina ne "La
rosa tatuata". Nella vita riesce ad essere così passionale ed istintiva come nel
carattere impersonato?
Non mi corrisponde un certo tipo di sciatteria mentale e
abnegazione alla reminiscenza, mentre mi è congeniale la rivincita sulla vita.
Come va il Teatro Stabile delle Marche di cui ha preso le
redini?
Ho dato le dimissioni perché i collaboratori interni erano
poco affidabili.
Che cosa le ha dato la vita?
Mi ha dato nel bene e nel male, anche se il bene l'ho
ripagato ogni volta.
Guardandosi allo specchio, cosa vede?
Una persona che ha realizzato tante cose e che per ora è in
pace con sé stessa.
Programmi futuri?
"Il Gabbiano", il "Thomas Bernard" prima
del pensionamento.
Il cinema non le interessa?
Non dovrebbero più propormi personaggi laidi, ma non escludo
che in un futuro ci sia una mia rentrée per una finzione interessante. |