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Numero
10

 

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Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

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TORO
CHARLES TRENET il felice malinconico 

Antonia Bonomi 

Negli articoli che ricordano Charles Louis Augustin Georges Trenet,  si ripete che cantava la felicità, l'allegria, si ricorda che era chiamato il "cantate matto", il "matto canterino", le "fou chantant", che sapeva essere ironico anche parlando di cieli azzurri percorsi daCharles Trenet sullo sfondo della Torre Eiffel nuvole bianche. E non c'è niente di più vero anche per chi non è francofilo come me. Pochi, tra quanti non sono più giovanissimi, non hanno sentito qualcuna delle sue canzoni, magari trasmesse quando la televisione copriva con calzamaglie nere le gambe delle ballerine, ma aveva ospiti che avevano qualcosa da dire al gusto e all'orecchio, se non vogliamo parlare di spirito poiché potrebbe essere eccessivo, degli spettatori.
Percorriamo rapidamente la vita di questo mito internazionale, spentosi domenica 18 febbraio 2001.
Nasce a Narbonne il 18 maggio del 1913, il padre Lucien è un affermato notaio, la madre è Marie-Louise, ha un fratello Antoine. Il padre è richiamato alle armi nel 1915, tornerà a casa quattro anni dopo. Nel 1920 i genitori si separano, la madre segue il suo amore tedesco a Berlino, i ragazzi sono affidati al padre e vengono messi in collegio. Per il bambino Charles è uno choc, in seguito si ammala di febbre tifoidea, torna a casa e per occupare il tempo si dedica a passatempi artistici come musica, pittura. Non bisogna dimenticare che, a quanto si dice, ha scritto la sua prima canzone a sei anni, canzone dal titolo curioso: il diavolo in cucina. Una volta guarito, torna a scuola.
Nel 1922 la famiglia si trasferisce a Perpignan, è esterno al collegio, in matematica è una frana, ma nel 1927 ottiene brillantemente il baccalaureato, parte per Berlino per perfezionare gli studi artistici, che sono caldeggiati anche dal padre.
Nel 1930 si stabilisce a Parigi per frequentare, come ha promesso al padre, la Scuola di Arti Decorative, fa l'aiuto di scena e il costumista presso gli studi Joinville.
Nasce in lui la passione per il jazz, collabora con giornali, scrive poemi e pubblica romanzi feuilletons con lo pseudonimo di Jacques Brévin.
Nel 1932, in un club dove si fa del jazz, conosce un giovane pianista, Johnny Hess, e nasce il duo "Charles et Johnny". Sono alle prime armi, scrivono anche messaggi pubblicitari per la radio (Radio Cité a Parigi), che diventano canzoncine incise dalla Disques Pathé. Il loro stile unisce la classica musica alla francese a melodie più moderne, dinamiche, che si rifanno alle commedie musicali americane, nasce lo stile "fleur bleue" che ha caratterizzato gli anni '30.
Nel 1936, la partenza di Charles per il servizio militare mette fine al duo canterino.
Durante la ferma sogna Parigi e scrive "Y'a d'la joie", che sarà cantata da Maurice Chevalier al Casino de Paris. Quando, nell'ottobre del 1937, è finalmente liberato dal servizio militare, e nasce "Je chante", l'editore Breton, che crede in lui, lo fa ingaggiare dal Théâtre de l'ABC di Parigi dove ha tra il pubblico, ad applaudirlo, Jean Cocteau, Max Jacob, Mireille e Colette. Comincia ad affermarsi questo ragazzotto dal viso tondo, dagli occhi ancor più tondi e dai boccoli biondi, che esplode nel 1938, diventando l'idolo della gioventù del tempo. È di questo periodo la famosissima "Boum". Sull'onda del successo, come protagonista interpreta due film, "La route enchantée" e "Je chante", oltre a scriverne le canzoni.
All'inizio della seconda guerra mondiale, ormai gloria nazionale, è incaricato di organizzare spettacoli per l'aeronautica, nella convinzione che qualche sprazzo d'allegria faccia dimenticare il dramma della guerra. Del 1942 è la bellissima "Que rest-t-il des nos amours", "Douce France" è del 1943. Parigi è occupata dai tedeschi, i giornali collaborazionisti lo accusano di essere ebreo. Riesce a dimostrare la propria "francesità", ma per svariati motivi, non ultima la paura o il desiderio di non avere noie, ubbidisce agli ordini dei tedeschi e con altri colleghi, fra i quali anche la Piaf e Chevalier, va in Germania a cantare per i prigionieri francesi.
Nel 1943, viaggiando con l'amico Francis Blanche, scriverà "Débit de l'eau débit de lait", per il cinema comporrà la canzone per  "Romance de Paris" di Pierre Caron, e il tema musicale ottiene un bel successo.
Alla fine della guerra parte per gli Stati Uniti e rapidamente conquista Broadway, diventa amico di personaggi come Chaplin e Mary Pickford, Laurel et Hardy. Si ferma sei anni, viaggiando dal Canada al Messico, puntando anche verso il Perù.
"La Mer", che aveva composto con Léo Chauliac nel 1938 (c'è chi dice 1943), ma che aveva tenuto nel cassetto perché gli sembrava troppo solenne e arzigogolata, nel 1946 è lanciata con successo,  in America diventa  "Beyond the sea" con le parole di Jack Lawrence e sarà cantata da molti artisti di lingua inglese.  
Il 14 settembre del 1951, tornato a Parigi, fa la sua rentrée al Théâtre de l'Etoile con dieci canzoni nuove di zecca, nel 1954 canta per la prima volta all'Olympia. Fino al 1960 è un successo dietro l'altro, la gente impazzisce per lui, romanticamente stravagante con quel suo cappellaccio floscio che agita mentre canta.
Negli anni '60, Charles Trenet si allontana dalle scene. Il suo pubblico è invecchiato, dagli Stati Uniti arriva il rock, lo yéyé sembra soppiantare la musica tradizionale e lui proprio non ci sta. Per festeggiare i suoi  cinquantacinque anni, e trenta di carriera, nel 1968 torna in scena al  Bobino, canta al Don Camillo, torna trionfalmente nel 1969, al Théâtre de la Ville. Nel 1970 va in Giappone  per l'Esposizione Universale d'Osaka.
Nel 1973 lancia un album dove mescola nuove canzoni e vecchi successi, compie sessant'anni che sono festeggiati con clamore dai media.
Nel  1975, con un classico coup de théâtre, annuncia di volersi ritirare dalle scene e per regalare ai suoi ammiratori un ultimo "coup de chapeau", canta  di nuovo al mitico Olympia.
Copertina di un disco famoso - La mer Nel 1979 muore la madre. È stata il grande amore della sua vita, con lei ha mantenuto sempre rapporti strettissimi, per due anni si chiude nel suo dolore. Nel 1981 pubblica un disco all'insegna della malinconia, pieno di ricordi infantili, con una canzone dal titolo emblematico "Que veux-tu que je te dises Maman?".
Nel settembre del 1987, quando ormai sembra in tranquillo ritiro, resuscita il suo cappello floscio, torna a Parigi e canta al Théâtre des Champs-Élysées , al Châtelet e  al Palais des Congrès. È un successo trionfale, abdica al ritiro e ricomincia a comporre canzoni e a cantarle.
Nel  novembre 92 esce l'album "Mon coeur s'envole", con parole e musica sue, tre anni dopo è la volta di "Fais ta vie", un altro inno all'ottimismo. Contemporaneamente scrive e pubblica libri.
A 85 anni Charles Trenet appare in due festival, canta davanti a 20.000 persone che intonano con lui "La mer" e "Y'a d'la joie". Il 21 maggio 1999, esce un altro album, "Les Poètes descendent dans la rue", con quattordici nuovi titoli, canzoni sempre all'insegna della gioia di vivere. Il  4, 5 e 6 novembre dello stesso anno è al Pleyel con un pubblico che lo applaude osannandolo. Nell'aprile del 2000 ha un primo ictus, superato in qualche settimana, tant'è che lo si vede in prima fila al Palais des Congrès, mentre assiste al concerto di addio di Charles Aznavour.
Nel novembre, la sua casa natale diventa un piccolo museo, anche la strada che la ospita prende il suo nome. Tutti i ricordi della vita artistica di Trenet, e di sua madre, sono sotto gli occhi dei visitatori. Poi il nuovo ictus, Charles Trenet è ricoverato, dopo una settimana chiede la sospensione delle cure e si spegne.   
Com'era Charles Trenet Dietro lo Specchio dell'Astrologia? 
Una persona sensibile e pratica, in contemporanea vecchio e bambino, un malinconico e contemporaneamente un lottatore che guardava sempre avanti, che non si fermava al momento. Vi si adattava apparentemente per l'estrema duttilità della sua intelligenza e lo modificava per trovare la forza di andare avanti. Era ironico, avrebbe potuto essere caustico, ma aveva il buon senso dalla sua e spensieratezza e ponderatezza si amalgamavano, anche se qualche volta la malinconia prendeva il sopravvento e si isolava. Non voglio glorificarlo, aveva le sue pecche, ma fanno parte del suo privato, voglio solo dire che è stato fortunato nella vita professionale, gli indici di fortuna nelle circostanze esistono, ma è stato fortunato soprattutto per avere avuto il suo carattere all'insegna del buon senso, dello spirito pratico. Era un grande lavoratore, e lo ha dimostrato, la vicenda riguardante la madre nel suo quadro è segnata come uno strappo profondo, che ha segnato la sua vita sentimentale, ma era di quelli che davanti al "marcia o crepa", scelgono il marcia. Non voglio santificarlo, ripeto, oltretutto non mi piaceva neppure granché, come personaggio l'ho sempre  trovato superato e troppo gigione, troppo avanspettacolo per i miei gusti, ma mi piacevano e mi piacciono le sue canzoni, per lo meno le più famose e mi fa piacere poter dire che si è battuto per non lasciarsi travolgere dalla vita e dai suoi demoni, cantando e gridando la speranza.