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Anno
9
Numero
10

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

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TORO
GINO CERVI un borghese grande grande 

Antonia Bonomi 

Nato nel maggio del 1901, i non più giovani lo ricordano agli albori della televisione, come la sottoscritta, quando ci teneva incollati davanti al piccolo schermo recitandoci le avventure del commissario Maigret con quell'arte che faceva apparire un po' menoGino Cervi sciovinisti i francesi. E davanti al grande schermo ci ha tenuto con il suo Peppone, come ha tenuto le mie figlie e tiene i miei nipoti davanti al piccolo schermo con le stesse pellicole. Gino Cervi: il figlio Tonino, regista, lamenta che l'Italia lo ha dimenticato. Caro Tonino, forse l'Italia "che conta", quella che ha il potere, perché per quello che mi riguarda, che riguarda la mia grande famiglia, Gino Cervi è di casa, è un parente, non lo abbiamo dimenticato.
Figlio di Antonio, un severo critico teatrale che, vedendolo in palcoscenico le prime volte, lo gratifica di un: "Sei un cane", Gino inizia a recitare in una filodrammatica, nel 1924 esordisce come attor giovane nella compagnia di Alda Borelli, passa nella compagnia del Teatro d'arte diretta da Pirandello, poi è nella semistabile del Teatro Eliseo di Roma, di cui assume la direzione nel 1939. Teatro sì, con Shakespeare e Rostand oltre che Pirandello, ma anche cinema. Qualche esempio: nel 1938 interpreta Ettore Fieramosca, eroe vittorioso della celebre disfida di Barletta, film debole narrativamente ma che, rivisto ancor oggi, ha un suo Gino Cervi interpreta il cardinale Lambertinispessore nei personaggi. Nel 1940 Un'avventura di Salvator Rosa lo rende famoso e la critica ne parla bene tuttora, nel 1941 La corona di ferro, che chiude la trilogia eroica. Nel 1942 interpreta 4 passi tra le nuvole, dando prova di grande bravura, da "ispirato" come dirà la critica. Nel 1954 è la volta de Il cardinale Lambertini, il film non sarà questa meraviglia, ma Cervi risalta per la colorita e arguta recitazione. Nel dopoguerra fa compagnia con Andreina Pagnani per un paio d'anni, sarà lei la paziente moglie del commissario Maigret televisivo. Tra il 1951 e il 1961 interpreta la serie di Don Camillo, cui fa seguito il televisivo commissario Maigret, lodato dallo stesso Simenon che vedeva in Cervi il "suo" personaggio. Il lato divertente è sapere che Cervi non voleva assolutamente interpretare il comunista Peppone (lui era democristiano, liberale e massone), e all'inizio, anche su suggerimento di Guareschi, avrebbe dovuto dare vita a don Camillo. Il regista gli preferì Fernandel e, ob torto collo, eccolo interpretare il suo personaggio forse più popolare. Non tutti l'hanno visto recitare Falstaff in teatro, ma alzi la mano chi non ha visto almeno un film di questa serie. "Poiché bisogna pagare le tasse", come ebbe a dire, accetta anche di fare della pubblicità e qualche pellicola non proprio eccelsa, ma è sempre dignitosissimo. Fu anche doppiatore, era sua la voce di Orson Welles in Otello e di Laurence Oliver in Amleto ed in Enrico V. Il grande attore inglese si rammaricò di non conoscerlo personalmente e gli riconobbe una voce più bella della sua.   
Com'era Gino Cervi Dietro lo Specchio dell'Astrologia? Del Toro, segno natale, aveva l'impianto massiccio del fisico, Marte nel Leone dà il piglio, la Luna nello Scorpione il sottile intuito, la capacità d'immedesimazione nei personaggi (l'ispirato dei critici), che gli permetteva di recitare tutta la gamma possibile dei ruoli, e di capire gli stati d'animo altrui. Cervi "sentiva" il pubblico. E poi… era un borghese nel senso migliore del termine, formalista anche, sempre nel senso migliore del termine. Non è stato un divo? Non era un divo, aveva i piedi ben piantati a terra, intellettuale e pratico, era solido di mente quanto di fisico e poteva superare per questo le malinconie della sua indole, era intelligente e fortunato, schivo e magari brusco perché sensibile, non per boria. Malinconico, dicevo, infatti amava Luigi Tenco e la sua musica ha fatto da colonna sonora alla serie di Maigret, ma di una malinconia costruttiva. Era un positivo, era un gran lavoratore e il primo critico di se stesso, quello che faceva voleva farlo al meglio, possibilmente senza perdere tempo, primo perché non amava gli sprechi (neppure nella recitazione) secondo perché, da bravo Toro, era anche un po' pigro. A modo suo. Che dire? Fortuna in dotazione alla nascita, la sua, e meritata con un vita durante la quale ha investito benissimo i talenti ricevuti.