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Anno
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Numero
10

 

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Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

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VERGINE
IVAN IV, IL "TERRIBILE"
Lo zar dissoluto e crudele che riformò la Russia

 Roberta Gallina

 Ivan IV, detto il "terribile", nacque a Mosca il 25 agosto 1530, dallo zar Vasilij III e da Elena Glinskaja, sposata in seconde nozze. Tre anni dopo, nel 1533, lo zar morì e la zarina divenne reggente; contemporaneamente, si scatenò una spietata lotta per il potere tra le fazioni rivali dei boiari. Solo un anno più tardi la Russia era a pochi passi dalla guerra civile. Elena riuscì a stento a salvare la situazione, facendo giustiziare i congiurati che le sembravano più pericolosi. Ma la situazione restò ugualmente precaria, infatti, nel 1538 la zarina morì all'improvviso, in circostanze misteriose. L'opinione più comune fu che fosse stata avvelenata; la corte ripiombò quindi nel caos più totale. Il piccolo Ivan, che aveva solo otto anni, privato della madre cui era legatissimo, si trovò solo, circondato da persone se non proprio ostili, per lo meno indifferenti. Le due potenti famiglie boiare, i Sujskij ed i Belskij, erano occupatissime a guerreggiare fra di loro, massacrando i membri dell'opposizione ogni volta che una delle due fazioni aveva la meglio sull'altra. Alcuni prìncipi attingevano impunemente al tesoro reale, arrivarono al punto di fronteggiarsi schierando eserciti in piena regola; intanto, non di rado, il principe Ivan digiunava perché nessuno si ricordava di lui. Si aggirava come un'ombra nelle grandi sale del palazzo imperiale, il cui sfarzo veniva insanguinato da sordidi agguati e assassini improvvisi.
Cresciuto in un simile clima di precarietà, lo zarevic non dimenticò mai le umiliazioni subite durante l'infanzia e sviluppò un violento odio contro i boiari ed una diffidenza istintiva verso la gente. Purtroppo le atrocità cui assistette lo resero ipersensibile e crudele, anzi, i Sujskij alimentarono, con molta abilità, la vena di crudeltà  innata nel ragazzo, con il recondito scopo di allontanarlo dalla politica. Ivan, però, non era sciocco come dava a vedere, era intelligentissimo, colto per le numerose letture e decisissimo a rivalersi. A soli quattordici anni fece catturare e strangolare, da alcuni bracconieri a lui fedeli, il capo della famiglia Sujskij, rimanendo tranquillissimo di fronte alla scena. Le cronache di corte raccontano che "... Da quel momento in poi i boiari iniziarono a diffidare e a temere il giovane Ivan..." che i contemporanei descrivono di statura gigantesca e di forza erculea.
Nei quattro anni seguenti, circondato da una corte di giovani nobili gaudenti, si concedeva ogni sorta di crudeli e stravaganti capricci: si divertivano, nottetempo, a bastonare qualsiasi poveretto che avesse avuto il solo torto di cadere tra le loro mani, oppure violentavano donne e lanciavano cani dalle alte terrazze del castello. Ormai affermata la sua persona, nel 1547 Ivan s'incoronò zar ed autocrate di tutte le Russie, con la solenne affermazione che, sia la croce che le insegne reali che portava, erano state inviate, nel dodicesimo secolo, dall'imperatore di Bisanzio! Evidentemente l'idea di essere il discendente d'imperatori orientali era una sua fissazione, perché seguì il rito bizantino anche nella scelta della futura zarina.
Cominciò con l'ordinare ai nobili di tutto il regno, sotto pena di morte, di inviare a Mosca le loro figlie in età matrimoniabile. Furono 1.500 le ragazze che si presentarono e che furono ospitate a corte; lo zar in persona, seguito da un consigliere, le passò in rivista una per una, donando loro pietre preziose ed uno scialle con ricami in oro. La scelta cadde sulla figlia di un nobile di provincia: Anastasia Romanovna Zacharina. A tale notizia gli esponenti dell'alta società moscovita arricciarono il naso, offesi: non solo le loro rampolle erano state disdegnate, ma addirittura loro stessi avrebbero dovuto riverire una "nobiluccia provinciale"! Con il tempo, la nuova zarina si rivelò essere una moglie perfetta per Ivan: mite, fedele, Anastasia esercitò un'influenza moderatrice sul collerico marito e fu una delle pochissime persone di cui lo zar si fidò ciecamente.
Nel 1547 alcuni membri di un villaggio si presentarono allo zar per denunciare i soprusi del loro governatore: per tutta risposta Ivan ordinò alle guardie di cospargere i poveretti d'acquavite e di bruciargli le barbe. Gli ordini imperiali stavano per essere eseguiti quando un servo annunciò che Mosca stava andando a fuoco. Fu una catastrofe, tra le fiamme perirono diciassettemila moscoviti, lo stesso palazzo dello zar andò in cenere. Dopo un collasso ed una febbre nervosa causati dallo spavento, lo zar sembrò divenire più maturo e responsabile: tenne vicino a sé consiglieri prudenti e inaugurò un tipo di politica assai più moderata. Combatté la corruzione, diffusissima tra i funzionari, contrastò gli abusi della Chiesa, apportò ammodernamenti all'esercito e migliorò l'amministrazione della Giustizia. Si attirò le simpatie popolari pronunciando, di persona, un discorso in cui chiedeva pubblicamente perdono per non aver saputo difendere il suo popolo dalle vessazioni di alcuni dei boiari (che fece subito arrestare, un modo come un altro per levarseli di torno), e promise che d'ora in poi sarebbe diventato "il difensore dei deboli".
Nel 1551 Ivan decise di liberarsi, una volta per tutte, dalla minaccia dei Tartari che compivano continue incursioni e razzie. Partì a capo di un esercito e un anno dopo conquistò sia la città di Kazan sia Astrakan': la potenza tartara era neutralizzata. Il popolo ormai stravedeva per il suo zar, al quale conferì il soprannome di "Grozij" che significa sia terribile, sia colui che incute timore e riverenza. Tra il 1553 ed il 1560 Ivan fece costruire la Cattedrale di San Basilio il Beato (sul lato sud della Piazza Rossa) che, all'epoca, fu definita grottesca per i suoi colori sgargianti e la mancanza di simmetria. Nel 1553 lo zar fu vittima di una violentissima febbre, sentendosi in punto di morte, pregò i boiari di giurare fedeltà al figlio Demetrio, i principi si guardarono bene dall'obbedire, anzi continuarono a litigare tra loro, disputandosi il potere, vicino al letto dello zar che, poco dopo e per loro sfortuna, si riprese. Un grave lutto stava però per colpirlo: durante un pellegrinaggio di ringraziamento per la recuperata salute, il figlio Demetrio cadde accidentalmente nelle acque del fiume Sesna ed annegò. L'atroce dolore non si placò facilmente, anzi fu  decuplicato dalla morte, nel 1560, dell'amatissima zarina Anastasia: Ivan sembrava fuori di sé, ma undici giorni dopo prese una nuova moglie, Maria che, non fu mai amata dallo zar, perché era "talmente dissoluta da destare la sua disapprovazione!". Maria morì nove anni dopo, a lei seguirono altre sei consorti. Ma, intanto, lo zar iniziava a compiere continue stranezze: sospettando che il popolo di Novogorod stesse per tradirlo, fece saccheggiare la città e uccidere tutti i suoi abitanti, poi mandò ad alcuni monasteri l'elenco dei nomi dei massacrati, con l'ordine di recitare messe di suffragio. Nel 1564, Ivan fuggì dal palazzo con tutta la famiglia, gli effetti personali ed il tesoro di corte, stabilendosi nel villaggio di Aleksandrovsk, mentre a Mosca si leggevano due proclami: nel primo venivano ricordati al popolo i crimini dei boiari, con l'accusa di essere ostili allo zar, quindi quest'ultimo aveva intenzione di abdicare; nel secondo, rivolto ai cittadini, si lasciava intendere che lo zar non intendeva seriamente abdicare. Al suo ritorno, su richiesta unanime di cittadini e boiari (che temevano di essere accusati di tradimento), lo zar era irriconoscibile: gli occhi grigi ed acuti erano divenuti infossati, il viso scavato, il fisico longilineo era ridotto "un fascio di nervi". Ma i cambiamenti non erano solo fisici: la mente malata istituì un regime nuovo, di terrore, la famosa "Opričnina", uno stato a sé, una dittatura poliziesca, gestita interamente dallo zar in persona. Tutori dell'ordine di tale stato erano i "Neri dell'Inferno", aguzzini con divisa ed insegne nere. Fu la follia più totale: all'alba Ivan si alzava e, insieme alla novella corte, recitava preghiere per quattro ore consecutive e guai a chi mancava o non pregava con il dovuto fervore, pena la morte o la reclusione, seguivano poi ore di "amministrazione", banchetti, orge e visite alle camere di tortura. Inutile ricordare quante persone innocenti furono perseguitate o massacrate, senza pretesti plausibili, ma solo per semplici sospetti o delazioni. Il regime aveva il fine di colpire gli aristocratici più ricchi e potenti, ma riuscì solo ad indebolire, militarmente, la Russia, al punto che perse le guerre contro la Livonia, la Polonia e la Svezia.
L'unico essere umano che aveva l'affetto dello zar era il figlio che portava il suo stesso nome, ma lo uccise con il puntale di ferro del suo bastone in un attacco di collera. Folle di dolore per il suo gesto, Ivan si aggirava urlando e gemendo per il palazzo, battendo la fronte sui muri e sul pavimento, proclamandosi indegno di regnare; pregò i boiari di scegliere un successore, ma temendo un tradimento i principi si rifiutarono, memori anche della fine fatta dalla maggior parte di loro.
Nei primi mesi del 1584 si ammalò in maniera grave, chiamò il figlio ed erede Fëdor esortandolo a governare con giustizia e lungimiranza e ad evitare la guerra. Ma, sebbene malato, non si trattenne dal violentare la moglie del figlio per puro capriccio, pur avendola trattata come una figlia fino a quel momento. Accorgendosi però di essere prossimo alla morte decise di prendere gli ordini monastici, certo di espiare, così facendo, i crimini e le follie cui si era abbandonato.
Morì il 28 marzo, lasciando dietro di sé il ricordo di un incubo sanguinoso.