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Anno 9
Numero 10
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
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MARIO
SCHIFANO la vita
Mario
Schifano nasce a Homs, in Libia il 20 settembre 1934. Nell’immediato
dopoguerra la sua famiglia si trasferisce a Roma dove Mario, abbandonata la
scuola, collabora con il padre archeologo restauratore presso il Museo Etrusco
di Villa Giulia. Nel frattempo comincia a dipingere all’interno della pittura
informale con tele ad alto spessore materico, solcate e segnate anche da qualche
gocciolatura con le quali inaugura la sua prima personale alla “Galleria Appia
Antica” di Roma, nel 1959. Nel 1960 alla Galleria “La Salita”, sempre a
Roma, espone con Angeli, Festa, Lo Savio e Uncini e la critica comincia ad
interessarsi del suo lavoro. E’ a questo punto che la sua pittura cambia
radicalmente: abbandonata l’esperienza informale, ora Schifano dipinge quadri
monocromi, delle grandi carte incollate su tela e ricoperte di un solo colore,
tattile, superficiale, gocciolante. Il dipinto diventa punto di partenza,
“schermo” sul quale, qualche anno dopo affioreranno cifre, lettere,
frammenti segnici della civiltà consumista quali il marchio della ESSO o della
Coca –Cola. Nel 1961 ottiene il premio Lissone per la sezione “Giovane
Pittura Internazionale” e tiene una personale alla Galleria “La Tartaruga”
di Roma. L’anno successivo è negli Stati Uniti; conosce la Pop Art, resta
colpito dall’opera di Dine e di Kline ed espone alla Sidney Janis Gallery di
New York nella mostra The New Realist.
Ritorna degli States alla fine del 1963, dopo aver allestito personali a Roma,
Parigi e Milano, e vi rimane per la prima metà dell’anno seguente, quando
viene invitato alla Biennale di Venezia. Sono di questo periodo i paesaggi
“anemici”, una serie di tele in cui il mondo naturale viene evocato sul filo
della memoria attraverso frammenti, particolari, scritte allusive.
L’artista opera ora per cicli tematici e alla fine del 1964 accentua
quell’interesse verso la rivisitazione della storia dell’arte che lo porterà,
l’anno successivo, ai notissimi pezzi dedicati al Futurismo.
E’, ancora una volta, un’immagine dei mezzi di comunicazione di massa,
un’immagine appartenente alla memoria collettiva, quindi usurata, consumata,
l’immagine fotografica del gruppo storico futurista a Parigi, a sollecitare
Schifano, il quale sottolinea l’affiorare del ricordo di questa foto riducendo
le figure a sagome senza volto ed opera un distanziamento “velando” il
ritratto con dei pannelli colorati di perspex.
Nello stesso 1965, anno in cui partecipa alle Biennali di San Marino e di San
Paolo in Brasile, realizza Io sono infantile, un’opera legata alle
illustrazioni destinate all’infanzia , che rappresenta pure il ritorno –
tutto mentale- a una dimensione temporale lontana, eppure sempre presente
nell’artista. Di questa fase del lavoro di Schifano si occupano critici
attenti come Maurizio Calvesi, Maurizio Fagiolo e Alberto Boatto e scrittori già
affermati come Alberto Moravia e Goffredo Parise, il quale, presentando la
personale allo “Studio Marconi” di Milano sotto forma di dialogo fra due
anonimi personaggi, descrive Schfano come “un piccolo puma in cui non si sospetta la muscolatura e lo
scatto”. Sempre allo studio Marconi presenta nel 1967 un lungometraggio Anna
Carini vista in agosto dalle farfalle, cui farà seguito la trilogia di film
Satellite, Umano non umano, Trapianto, consunzione e morte di
Franco Brocani. Le sue prime esperienze cinematografiche
risalgono, comunque, al 1964 e risultano in perfetta sintonia con l’attenzione
tecnologica in cui il reale viene continuamente sostituito dal suo “doppio”,
sia esso fotografico, televisivo o cinematografico. Pure la predilezione
dell’artista per l’uso di colori di produzione industriale (smalti, vernici
alla nitro ecc) si spiega con il “senso di contemporaneità” che Schifano
sempre manifesta. Fra il 1966 e il 1967 realizza la serie Ossigeno ossigeno,
Oasi, Compagni. Quest’ultima emblematizza il preciso impegno
politico che condurrà Schifano in questi anni tormentati, ad una crisi
ideologica e d’identità tale da portarlo a dichiarare più volte il desiderio
di abbandonare la pittura.
Agli inizi degli anni ’70 comincia a riportare delle immagini televisive
direttamente sulla tela emulsionata, isolandole dal ritmo narrativo delle
sequenze cui appartengono e riproponendole con tocchi di colore alla nitro in
funzione estraniante. Dapprima è il materiale raccolto negli Stati Uniti
durante i sopralluoghi per la progettazione del film, mai realizzato, Laboratorio
umano ad essere oggetto di rielaborazione, poi il patrimonio di immagini che
quotidianamente trasmettono le nostre stazioni televisive. L’immagine
televisiva è fatua, evanescente, immateriale, di veloce consumo; trasferita
sulla tela e trasformata dall’intervento dell’artista, che in questo modo se
ne appropria, acquista una stabile valenza e tutt’altro significato. Nel 1971
partecipa alla mostra “Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960/70”,
curata da Achille Bonito Oliva; in seguito tiene personali a Roma, a Parma, a
Torino e a Napoli ed è presente alla “X Quadriennale” di Roma e a
“Contemporanea”, rassegna allestita nel parcheggio di Villa Borghese
a Roma, a cura di Bonito Oliva. Nel 1974 l’Università di Parma gli dedica una
vasta antologica di circa cento opere che consentono, per la prima volta, di
leggere per intero la sua avventura pittorica e di definirne le linee portanti.
Ma la critica si avvede in misura ridotta di questo significativo evento,
abituata a cogliere e porre in evidenza uno Schifano protagonista della scena
artistica e non già a dimensionarlo secondo un excursus storico. E l’artista
in questo momento è in effetti meno presente sul palcoscenico dell’arte,
dibattuto ancora tra tanti dubbi ideologici ed esistenziali che interferiscono
ovviamente pure sulle sue capacità creative. Non a caso questo particolare
momento coincide con i d’aprés, lavori di ripensamento in cui Schifano
rifà Magritte, De Chirico, Boccioni, Picabia, Cézanne. E rifà anche se
stesso, ripetendo i quadri che aveva dipinto negli anni ’60. Nel 1076
partecipa alla Galleria Nazionale d’arte
Moderna di Bologna alla mostra Europa/America, l’astrazione determinata
1960/76; due anni dopo è invitato nuovamente alla Biennale di Venezia e
presenta alla Tartaruga di Roma Il capolavoro sconosciuto, una
rielaborazione dell’omonimo racconto di Balzac. Intanto, sul finire del
decennio, l’artista ritrova il piacere della pittura e con tecnica consumata e
sapienza gestuale appronta la serie Al mare e Quadri equestri.
Diverse sue opere sono in mostra nel 1979 al Palazzo dei Diamanti di Ferrara.
Nel 1980 viene invitato da Maurizio Calvesi alla mostra Arte e Critica 1980,
allestito al Palazzo delle Esposizioni di Roma e l’anno successivo è tra i
pochissimi artisti selezionati da Germano Celant per Identité italienne mostra
organizzata al Centre George Pompidou di
Parigi. Sempre del 1981 sono il gruppo di dipinti raccolti sotto il titolo Cosmesi,
cui seguono i cicli Architetture, Biplani, Orti botanici. E’
ancora presente alla Biennale di Venezia sia nel 1982 che nel 1984, anno in cui
espone nel Palazzo delle Prigioni Vecchie della
stessa città veneta il ciclo Naturale sconosciuto presentato da Alain
Cueff. L’attenzione per il naturale, del resto, caratterizza tutta l’attuale
ricerca di Schifano come dimostrano tutte le sue più recenti esposizioni fra le
quali ricordiamo le personali alla Tour Fromage di Aosta e alla Galerie Maeght
di Parigi. Paesaggi, gigli d’acqua, campi di grano, movimenti del mare,
distese di sabbia sono ricreati, reinventati, filtrati attraverso ricordi,
pulsioni, sensazioni, sequenze d’immagini veicolate da apparecchi televisivi,
dalla pubblicità dei rotocalchi e si configurano pertanto come
geografia della memoria. La materia cromatica è ricca, eppure tutta di
superficie.
Nel 1989, anno in cui è presente alla rassegna Arte italiana nel XX secolo organizzata dalla
Royal Accademy di Londra, tiene personali al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles
e al Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara, dove, sotto il titolo Inventario
con anima e senz’anima, raccoglie una serie di tele che rappresentano la
summa della sua ricerca in ambito
naturalistico. Quest’ultima mostra diverrà poi itinerante, toccando diverse
città italiane per giungere in Francia, al Centre d’Art Contemporain di
Saint-Priest (1992/93). Il Palazzo delle Esposizioni di Roma, in occasione della
sua riapertura (1990), gli dedica una rassegna intitolata Divulgare, con
un consistente numero di opere di grande formato realizzate per l’occasione.
Tre anni dopo presenta in diverse gallerie italiane il ciclo Reperti ,
dedicato agli animai del mondo preistorico, tema i cui primi esemplari erano già
comparsi nella personale da Maeght.
Nel 1994 è presente alla mostra The Italian Metamorphosis , 1943-1968,
organizzata dal Solomon R. Guggenheim Museum di New York e trasferita l’anno
seguente alla Triennale di Milano e al Kunstmuseum di Wolfsburg. Nel 1996
Schifano rende omaggio alla sua Musa ausiliaria, ovvero alla televisione intesa
quale flusso continuo di immagini in grado di instaurarsi come vera e unica
realtà totalizzante della nostra epoca. Se alla fine degli anni Sessanta si
limitava a estrapolare dai programmi televisivi dei singoli fotogrammi e a
proiettarli decontestualizzati sulla tela, ora, invece, interviene sulle
immagini pittoricamente, mutandole ulteriormente di senso. Con una
quarantina di tele di questo genere e un migliaio di fotografie ritoccate
a mano ha allestito una grande mostra che è stata ospitata prima presso la
Fundacao Memorial da America Latina di San Paolo del Brasile (1996), poi presso
il Museo Nacional de Bellas Artes di Buenos Aires (1997) infine alla Fondazione
Wilfredo Lam dell’Avana, al Museo Carrillo Gil di Città del Messico, al Fondo
Cultural Cafetero di Bogotà e all’Università di Salamanca. Durante il suo
viaggio in Brasile compie un happening all’interno di una favela di Rio
de Janeiro. Nel 1997, in occasione del settimo centenario della edificazione di
Santa Croce a Firenze, Schifano ottiene il “Premio San Giorgio di Donatello”
per avere realizzato le vetrate policrome collocate nella cripta della basilica.
Nello stesso anno cura gli allestimenti scenografici del carnevale di Roma.
Muore a Roma il 26 gennaio 1998.
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