prima paginaPrima pagina
editorialeEditoriale
attualita'Attualità
culturaCultura
costumeCostume
spettacoloSpettacolo
personaggiPersonaggi
turismoTurismo
medicinaSalute
sportSport
agendaAgenda
oroscopoOroscopo
curiosita'Curiosità
consulenteConsulente
giardinaggioGiardinaggio
cucina
Cucina
dentino avvelenatoDentino avvelenato

linkI nostri link
e-mailE-mail


Anno
8
Numero
25

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

 

Salute e benessere

IL MAL D’AMORE è come ricevere un pugno nello stomaco.

Marta Stella De Giovine

Alzi la mano chi non è mai stato snobbato da qualche amico spaccone, chi non si è mai sentito escluso durante le feste, chi non è mai stato respinto da una ragazza/o, chi non è rimasto in panchina a guardar giocare i compagni. E chi, in tutti questi casi, oltre ad avvertire una rabbia incontenibile non ha effettivamente sofferto? Capita a tutti di essere snobbati, respinti, isolati e di provare un vero dolore in queste circostanze. Ebbene, quel dolore non è solo interiore o psichico, ma equivale ad un dolore reale, fisico. Una ricerca     pubblicata su Science e condotta da Naomi Eisenberger e da Matthew Lieberman dell’Università di California, Los Angeles, ha dimostrato, tramite uno studio dell’attività cerebrale, che l’esclusione sociale colpisce il cervello proprio nello stesso modo in cui lo colpisce il dolore viscerale. La parte del cervello interessata è la corteccia cingolare anteriore, già conosciuta per essere coinvolta nella risposta emozionale al dolore. Lieberman la descrive come “un sistema d’allarme emozionale” che attira l’attenzione del cervello di fronte a preoccupazioni o a inaspettati cambiamenti nell’ambiente. Così i ricercatori hanno usato la risonanza magnetica di immagini (che consente di vedere per così dire “in diretta” l’attività cerebrale), per osservare i 13 studenti che si sono offerti volontari prendendo parte ad un gioco simulato al computer. In una prima fase dello studio i soggetti erano portati a credere che stavano solo osservando il gioco a cui partecipavano altri due compagni di squadra. In realtà stavano giocando sempre e soltanto con il programma del computer. Nella fase successiva, pur avendo la capacità di intervenire, capivano di essere deliberatamente esclusi dal gioco, perché i compagni smettevano di tirare loro il pallone. A questo punto si registravano cambiamenti nel flusso del sangue al cervello. Infatti la parte della corteccia cingolata anteriore risultava più attiva rispetto all’area situata nella corteccia prefrontale. Gli studiosi hanno così dedotto che “il bisogno delle relazioni sociali è una basilare esigenza programmata in una parte primitiva dei nostri cervelli, come la sete o la fame”. Hanno inoltre ipotizzato la possibilità di studiare a fondo questa zona del cervello per trovare nuovi medicinali contro gravi forme di ansia sociale o depressione.
Certo, precisa Liebermann, il dolore sociale non è il dolore che si avvertirebbe se qualcuno ci spezzasse un braccio, “ma assomiglia ad un dolore viscerale”, come un pugno nello stomaco appunto. In altre parole, sia nella sofferenza sociale sia in quella fisica è la medesima parte del cervello ad essere coinvolta. E si può immaginare che questa regione cerebrale sia attiva non solo quando ‘incassiamo’ un rifiuto, ma anche tutte le volte che ci separiamo da qualcuno che amiamo, che, cioè, sperimentiamo una perdita, come la fine di una storia, la morte di un nostro caro. “Se ci fa male essere separati dalla gente, allora siamo restii ad allontanarci dal gruppo sociale”, dice la Eisenberger, perciò questa tendenza a sentire l’esclusione come un dolore acuto può ragionevolmente essersi sviluppata come un meccanismo di difesa della specie. Come dire che ormai il dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa sta per essere del tutto superato, grazie alle nuove scoperte scientifiche sull’ “anatomia del dolore”.
E se proprio dobbiamo dire di no a qualche corteggiatore instancabile, cerchiamo di non fargli troppo male, ricordandoci che un nostro rifiuto equivale ad un cazzotto, sia pure del tutto involontario.