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Anno
8
Numero
23

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

 

S p o r t

 

LE ARTI MARZIALI FRA TRADIZIONE E CULTURA: guerrieri e danzatori

Sandro Lainu

L’incessante e quasi ipnotico suono dei tamburi cinesi, l’esplosione di mille colori, il vorticoso movimento di due terrificanti leoni che tentano di ghermire un uomo solo, un monaco, che li combatte per difendere la sfera divina sulla punta di un bastone: la famosa "danza dei leoni del nord" tramandata dall’antica tradizione cinese, non rappresenta soltanto la leggendaria lotta dei leoni per riconquistare la divinità perduta, ma testimonia e consegna al tempo i più grandi segreti dell’arte marziale.

In particolari periodi storici, per motivi politici, l’insegnamento delle arti marziali, in origine tramandato oralmente, fu proibito in alcune zone dell’Asia, per cui molti grandi maestri per poter preservare i loro segreti, frutto di millenni di studio, codificarono in una sorta di sintesi le principali tecniche di combattimento e crearono delle vere e proprie danze che nei loro movimenti armoniosi nascondevano autentici trattati sulle arti marziali. Insomma, i segreti della "nobile arte", tradizionalmente trasmessi dal "sensei" direttamente all’allievo durante lunghi colloqui e riflessioni, venivano celati e resi immortali nei sinuosi movimenti di quelle che sembravano solo innocue danze.

In altri casi si è invece operata una scelta didattica secondo cui, allo scopo di un rapido e più immediato apprendimento, molti maestri d’arte (spesso monaci taoisti), sintetizzavano quelle che erano le tecniche principali di combattimento articolandole in una sorta di combattimenti senza avversario che portavano l’allievo a memorizzare ed eseguire tali sequenze con sempre maggiore perfezione grazie alla pratica costante, permettendo una tale diffusione per cui queste lezioni venivano trasformate e interpretate dalla cultura popolare come vere e proprie danze.

Le arti marziali da sempre hanno affascinato le persone, sia praticanti che no. Le culture asiatiche hanno sviluppato un gran numero di arti che purtroppo confondono coloro che si apprestano allo studio di tali discipline. Ogni stile di combattimento è il frutto dell’area geografica ove culturalmente si è sviluppato: dalla Cina conosciamo il Kung Fu (nei vari stili Shaolin, Wing Chun, Choy Li Fut), il Wu Shu, il Tai Chi Chuan e il Ch’i Gung (qigong); proveniente dall’isola di Okinawa il Karate (stili Shorin-ryu e Goju-ryu) e il Kobudo; la Corea ci ha dato il Tae Kwon Do, il Tang Soo Do e l’Hwarang Do; dal Giappone troviamo il Judo, il Jujitsu, l’Aikido, il Karate (stili Shotokan, Wado-ryu e Shito-ryu), il Ninjitsu e il Kendo; la Tailandia ha prodotto il Mui Thai, mentre le Filippine hanno codificato l’Escrima, l’Arnis e il Kali.

Di tutti i sistemi non si può affermare che uno sia migliore o più efficace dell’altro; bisogna considerare semplicemente che ogni arte marziale differisce nell’approccio con la disciplina, nei propri rituali, nella filosofia, nella metodologia di combattimento e nelle armi utilizzate; importante considerare la cultura della nazione di origine della varie arti e i requisiti fisici richiesti, ad esempio alcune discipline danno più enfasi all’allenamento legato a forme di combattimento precostituite in cui l’allievo si esercita con un avversario virtuale (in giapponese sono chiamate Kata mentre in tailandese Hyung), il cui scopo didattico è l’apprendimento della tecnica "pulita", la disciplina dei sensi, la forza e la coordinazione sia visiva che mentale attraverso cui si impara a focalizzare le azioni tramite queste "forme". In altre arti riscontriamo, invece, la predilezione al combattimento puro accompagnato dalla tecnica ma sviluppato dall’istinto del combattente che adatta l’azione anche alle proprie caratteristiche fisiche. E’ quindi molto importante per chi si avvicina allo studio delle arti marziali trovare una disciplina compatibile col proprio carattere ed anche, nell’ambito della stessa arte, un maestro che abbia una personalità più vicina possibile alle aspettative dell’allievo.

E’ convinzione comune che la Cina sia la patria delle arti marziali e il Kung fu ne è l’arte più nota e rappresentativa dei sistemi più antichi, mentre il Wu Shu è lo stile più "moderno" e quello più orientato attualmente verso la competizione sportiva e richiede una destrezza particolarmente avanzata e acrobatica. Il Kung Fu tradizionale è caratterizzato da lunghe ed elaborate forme in cui si sintetizzano numerose tecniche molte delle quali di particolare spettacolarità e fascino. La critica che, a torto, si pone comunemente nei confronti del Kung Fu è che le sue tecniche non sono realmente utilizzabili in combattimento, ma l’efficienza di tale disciplina dipende molto da come sono insegnate le "forme" e dall’impostazione al combattimento che viene impartita in palestra. Generalmente gli stili che provengono dal nord della Cina, quali lo Shaolin del nord (direttamente proveniente dal Monastero Buddista Shaolin), danno maggior importanza alle tecniche con calci alti, combattimento a lunga distanza e evoluzioni acrobatiche. Gli stili del sud della Cina (Shaolin del sud, Choy Li Fut e Hung Gar), invece, prediligono tecniche con calci bassi e combattimento ravvicinato; il maggior esempio di questi stili può essere senza dubbio il Wing Chun. Molti di questi stili hanno in comune una particolarità: sono gli animali con le loro qualità e i loro movimenti ad avere ispirato gli antichi maestri nella creazione delle varie sequenze di tecniche comunemente conosciute col nome di "forme"; il più conosciuto e senza dubbi lo stile Shaolin dei "cinque animali" che evoca nelle sue tecniche la mantide religiosa, il drago, la tigre oppure l’aquila.

Anche se ai giorni nostri il Wu Shu ha assunto una spiccata attitudine al combattimento sportivo nello stile denominato Wu Shu Sanda, le notizie circa le origini di tale arte marziale si perdono nella notte dei tempi. Le prime risalgono al 221 a.C. (dinastia Zhou), quando il combattimento comincia ad esser considerato uno sport militare al pari della corsa coi carri da guerra, la scherma o il tiro con l’arco. Durante la dinastia Han orientale (25 – 220 d.C.) Hua Tuo creò varie forme ed esercizi conosciuti col nome di Wuqinxi (tradotto come gioco dei cinque animali) che, allo scopo di mantenere in forma il fisico, riprendeva le movenze della tigre, del cervo dell’orso della scimmia e degli uccelli. Con l’introduzione del Buddismo in Cina si svilupparono gli stili cosiddetti esterni e nacquero i primi monasteri, nel sud ad esempio troviamo il Tempio di Siu-Lam (in cantonese giovane foresta), ovviamente anche nel nord della Cina sorsero altri tempi dove la parola Siu-Liam nella lingua mandarina si trasformo in Shaolin. Secondo la tradizione il metodo Shaolin sembra discendere dal monaco buddista Bodhidharma, originario di una nobile famiglia indiana, che trasferitosi in Cina per la diffusione della scuola buddista di meditazione Chan (Zen in Giappone) fu subito rinominato TA-MO e si stabilì nel tempio costruito al Nord ove sembra visse per nove anni in meditazione solitaria dentro una grotta col viso rivolto verso la parete "ad ascoltare le voci delle formiche". Durante la dinastia Ming (1368 – 1644) e Qing (1644 – 1944) si assiste alla nascita di nuovi stili e di numerose scuole di Wu Shu, ma tale sviluppo trovò molti ostacoli nei signori feudali che concepivano le arti marziali come un forte mezzo per rafforzare il loro potere militare e che quindi impedivano l’apprendimento da parte del popolo temendo delle rivolte Nel 1949, con la nascita della Repubblica Popolare, il Wu Shu conosce un’altra nuova era in cui si tende a preservare i vecchi stili mentre i nuovi stili si evolvono; oggi si distinguono con precise classificazioni i vari stili e le varie forme praticate a mani nude o con armi, circa diciotto, dervanti dalle tradionali armi antiche.

A fianco del Kung Fu e del Wu Shu, nella tradizione cinese, troviamo anche il Ch’i Gung (qigong) che insegna particolari movimenti molto fluidi ma che non rappresentano delle vere tecniche di combattimento, bensì sono dei particolari esercizi supplementari di meditazione sviluppati per la salute fisica e la longevità, tanto che tali tecniche sono accompagnate da pratiche mediche come i massaggi e lo studio delle proprietà di alcune piante. Con uno scopo molto simile si è sviluppato il Tai Chi Chuan, più comunemente conosciuto come ginnastica dolce cinese; le sue tecniche possono senza dubbio essere usate in combattimento, ma la sua pratica ha lo scopo essenziale della crescita personale tramite la meditazione e della forma fisica grazie ai suoi benefici movimenti sinuosi e di grande fascino.