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Anno
8
Numero
23

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

Turismo

 
La chiamano BOLOGNA “LA GRASSA”...

Almalinda Giacummo

Le conferiscono fama i suoi lunghissimi e numerosissimi portici, le alte torri più o meno Il Nettuno, palazzo di re Enzo, campanile della cattedralependenti, la grande Piazza, l’Università più antica d’Europa ed altri numerosissimi “monumenti”: Bologna è tutto questo ed anche di più. La città presenta un nucleo a pianta circolare con le strade principali a raggiera, posto laddove già i Villanoviani, gli Etruschi di Felsina, i Galli Boi  ed i Romani avevano costruito le loro città: furono soprattutto questi ultimi, con la costruzione della via Emilia, a creare tutta una serie di colonie e, fra queste, tra il torrente Savena ed il fiume Reno Bononia (189 a.C.), città regolare nella sua pianta che usava la stessa via Emilia come asse principale, o Decumano Massimo (oggi via Rizzoli e via Bassi). Al termine del Decumano due incroci collegavano la città con tutti gli altri assi stradali del territorio, basati sulla centuriazione. Alla fine del III secolo d.C. la città viene cinta da una cerchia di murafacciata di San Petronio - miniatura della Biblioteca Marciana di Venezia piuttosto ristretta rispetto all’estensione originale della città stessa; sarà poi in mano bizantina fino al 727, anno in cui diventerà longobarda, popolazione forse all’origine della forma semicircolare che raccorda alcuni incroci alla zona delle due torri (Garisenda ed Asinelli). Dopo l’anno Mille comincia a ripopolarsi e la Cattedrale si insedia all’interno e nel 1088 viene convenzionalmente fatta nascere la sua Università, che raccoglie e riordina la cultura giuridica sopravvissuta attorno alla cattedra metropolitana ravennate. Nel 1116 ha nascita il Comune: vengono quindi costruite le cosiddette mura “dei torresotti”, lunghe 4300 m e con 18 porte e posterule. L’università o Studio, come interno di San Petronioviene comunemente detta, fa convergere sulla città studenti da ogni dove, stimolando l’economia e l’edilizia che, però, si rivela caotica, con strade sporche, strette e maleodoranti: fino al 1200, quando vengono promulgate una serie di norme in base alle quali le strade devono essere larghe almeno 3,80 m, dotate di portici, con costruzioni per lo più in laterizio e di determinate dimensioni, oltre a decentrare lavorazioni “sporche”, e per il Mercato si crea uno spazio apposito. Nel 1374 viene conclusa la costruzione dell’ennesima cinta muraria, lunga 7600 m e che racchiude uno spazio di 420 ettari circa, in pratica una delle città più grandi dell’Europa dell’epoca. Ma ad un certo punto pare contrarsi su se stessa, nonostante la Signoria di Sante e Giovanni II Bentivoglio, che fecero regolarizzare i fondi stradali, riaprire il percorso intramuraneo della via Emilia e costruire un porto che collegasse la città al sistema fluviale, attraverso un canale artificiale, del fiume Reno. Nel 1506 Giulio II incluse Bologna nello Stato della Chiesa: periodo durante il quale la Piazza Maggiore assunse l’aspetto che conosciamo oggi. Nel ‘600 e ‘700 gli interventi urbanistici si rivolsero principalmente alla zona esterna alle mura, con la costruzione di alcuni grandi portici, come quello che porta alla Madonna di S. Luca; mentre i concetti di utile e decoro civico si ebbero per lo più con i lavori napoleonici, quali la costruzione del cimitero della Certosa, la sistemazione a viale alberato della circonvallazione esterna alle mura, la definizione di un quartiere artistico con la Pinacoteca, l’Accademia, il Liceo Musicale e l’Orto Botanico. La nuova venuta dei Papi portò poche novità, in pratica solo l’inizio della costruzione della ferrovia per Ancona. Poi l’unità d’Italia ed il tentativo di “cancellare” quanto turbasse l’idea della città universitaria, medievale e comunale, con una serie di demolizioni che continueranno durante il Fascismo, per lo più a favore della viabilità che, in ogni caso, a poco sono servite visto il caos ed il traffico assordante della Bologna di oggi.
Ma ora basta con la storia: Bologna è una città da vivere, con i suoi pregi ed i suoi difetti, anche se di questi ultimi si potrebbe fare a meno. Quali? Bologna è sporca, piuttosto maleodorante, congestionata e senza molte indicazioni, e non solo turistiche. Da visitare? Praticamente si tratta di un enorme museo: a voler essere scontati si dovrebbe parlare solo delle due torri e di piazza Maggiore, forse citando “di striscio” l’Archiginnasio, il complesso di S. Stefano ed i 666 archi della Madonna di S. Luca, tralasciando quindi la storia del mercato detto della Piazzola, in piazza Otto agosto, sul luogo della Montagnola, una collinettaportico dell'Archiginnasio formatasi per l’accumulo di detriti edilizi sulla quale il risorgimento bolognese ottenne la sua più grande vittoria contro gli austriaci (1848); oppure le tombe dei glossatori insegnanti dello Studio vissuti fra il 1200 ed il 1300 ed il mercato del Quadrilatero, nonché le centinaia di stradine che si dipartono da ogni dove, dando vita ad una città che ti mostra le sue strade “buone” con i negozi super costosi ma che, se ti fidi di lei e tenti nuove vie, ti apre una piazzetta con il negozietto di libri a poco prezzo o gli abiti di stock. Ma forse non tutti sanno che, secondo una leggenda, la torre degli Asinelli, la più alta di quelle sopravvissute a Bologna, deriverebbe il suo nome da un uomo che con i suoi asinelli portava ghiaia e sabbia dalle rive dei fiume Reno fino ai cantieri edili: un giorno si invaghì della figlia di un ricco signore, il quale gliela promise in sposa solo il giorno in cui avrebbe portato in dote la torre più alta della città. Cammin facendo lungo il fiume, l’uomo vide un giorno brillare qualcosa sullo sfondo dello stesso: era oro! Commissionò la torre e dopo circa nove anni ebbe la sua bella in sposa. Ugualmente secondo la leggenda, quando Enzo, figlio di Federico II di Svevia, entrò in città prigioniero dei bolognesi, i cittadini lo trovarono così bello e fiero, simile ad un angelo, che lo racchiusero in una sorta di torre dorata, all’interno della quale non gli mancò mai nulla. O ancora il personaggio del dottor Balanzone, insegnante borioso e presuntuoso tutto vestito di nero con il collettone bianco, forse il più presuntuoso fra i bolognesi, o Luigi Galvani, uno dei più grandi scienziati d’Italia, questa volta sul serio: colui che scoprì l’ “elettricità animale”, cioè la capacità di provocare movimenti negli esseri viventi anche senza alcuna volontà, ad esempio quando sono morti. Poi il racconto del martirio di Vitale ed Agricola, rispettivamente servo e signore che nel 305 furono torturati affinché abiurassero Dio, e la “tenera” storia di Imelda Lambertini, giovinetta che voleva fare a tutti i costi la comunione prima dell’età prestabilita, anni 14, e che tanto agognò il momento che quel giorno di consacrò totalmente al Signore morendo durante la comunione stessa. Sempre fra i santi va ricordato S. Procolo, soldato cristiano che doveva morire con il taglio della testa ma che, nonostante il preciso colpo infertogli dal boia, sopravvisse il tempo necessario per raccogliere la propria testa per i capelli (sic!) e barcollare fino al punto dove stramazzò al suolo e fu poi costruita la sua chiesa: a lui probabilmente si ispirò il giovane studente omonimo che dovette morire per il troppo studio, svegliandosi di prima mattina insieme ai frati della “sua” chiesa al suono della loro campana. Ed un’epigrafe curiosa ricorda l’episodio «si Procul a Proculo Proculi campana fuisset nuc Procul a Proculo Proculus ipse foret». E solo per citare qualcos’altro, c’è il palazzo delle Teste, esattamente 26 teste che rappresentano divinità, eroi mitologici, guerrieri, vecchi barbuti, giovani imberbi ed il diavolo; il palazzo del fedele cane Tago che, affranto dalla lunga mancanza del suo amato padrone, quando lo sentì finalmente tornare fu così felice da buttarsi letteralmente di sotto solo per farsi coccolare, per l’ultima volta, il prima possibile; o il palazzo degli Elefanti, proprietà della famiglia Fantuzzi, forse diminutivo di Elefantuzzi, ritratti sulla facciata con una torre merlata sulla groppa. E ho citato solo pochi degli elementi meno noti, perché esistono molti musei interessanti come quello della Tappezzeria, quello di Geologia e Paleontologia, quello civico medievale e quello di anatomia umana normale, fra gli altri. Da non dimenticare il fido Teocle che dovendo portare l’immagine della Madonna di S. Luca sul colle della Guardiola, girò per buona parte del mondo cristiano alla ricerca del suddetto colle fin quando non incontrò un bolognese che, con sua grande sorpresa, gli svelò l’esatta ubicazione della sua ricerca. Il colle si trova a Bologna ed ancora oggi il santuario domina il panorama.
Cosa mangiare a Bologna? Domanda assurda: le tagliatelle, inventate da Mastro Zefirano, ispirato dai lunghi capelli biondi di Lucrezia d’Este, i tortellini e le lasagne verdi, poi la mortadella, il raviolo dolce, con pasta frolla ripiena di castagne cotte e marmellata, il tutto annaffiato dal bianco Albana, dal Lambrusco e dal Sangiovese, solo per citare piatti e vini universalmente famosi.
Ma un po' di polemica bisogna pur farla: ho detto che la città manca di indicazioni, i monumenti, il loro riconoscimento e la loro spiegazione sono lasciati al caso ed alla buona volontà. Ad esempio: per trovare la famosa immagine di Maometto nell’Inferno dipinto in S. Petronio si deve fare notevole ginnastica sia con gli occhi, data la notevole distanza, sia con il corpo, per la bellissima transenna rigorosamente chiusa. Per chiarezza: guardando il dipinto che si trova sulla parete sinistra della quarta cappella della navata sinistra, in alto a destra rispetto al demone centrale si vede il nostro personaggio semidisteso con il suo nome scritto vicino.
Occhio alla strada: i bolognesi, e gli automobilisti in genere, non amano i pedoni e tendono ad essere pericolosi, senza dimenticare le biciclette, spesso peggio delle quattro ruote. Ultima nota: allenatevi a trattenere i bisogni fisiologici. Pare che in città i bagni pubblici siano sempre rotti o addirittura mancanti e che anche se volete bere un caffè la pipì ve la dobbiate tenere per forza: sarà per questo che c’è tanta puzza della medesima in ogni angolo?