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Anno 8
Numero 23
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Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Turismo
DIVINO AMORE una Madonna che da oltre
duecentocinquanta anni… fa le grazie a tutte l’ore
Antonia Bonomi
Siamo nel 1740, è un giorno di
primavera e ci troviamo nei pressi di Castel di Leva, ad una dozzina di
chilometri a sud di Roma. Non pensate al luogo com’è ora, fitto di case,
giardinetti e strade asfaltate: a quel tempo il luogo era tutt’altro che
attraente se Vittorio Alfieri ebbe a scrivere: “… vuota, insalubre region
che Stato ti vai nomando. Aridi campi incolti squallidi, oppressi estenuati
volti”. Quanto al poeta dialettale Gioacchino Belli lamentava che si fanno
dieci chilometri senza “vedè ‘na fronna”, giusto qualche “scojo”, per
indicare sassi e ruderi, e “dappertutto un silenzio come n’ojo”:
non si muoveva niente in un silenzio pesante come l’olio. Erano luoghi
dove le pecore pascolavano d’inverno e d’estate i contadini si fermavano
solo i giorni necessari per raccogliere il fieno, evitando di stabilirvisi a
causa della malaria.
Castel di Leva, il territorio dove stiamo muovendoci con la fantasia, è
nominato per la prima volta come proprietà ecclesiastica
in una Bolla di Gregorio VII risalente al 1081, e chiamato casale
Castellione, bene appartenente all’Abbazia di S. Paolo. Nel 1268 questo
casale-castello passa alla chiesa di S. Sabina, agli Orsini e nel 1295 è dei
Savelli che lo restaurano costruendovi un maschio con sei o otto torri. Per
vendite successive, la tenuta passa di mano in mano, proprietari per un certo
periodo sono anche i Cenci, e
cambia nome: diventa Castel di Leo o Leone anche se, nel frattempo, è diventato
un ammasso fatiscente. Nella seconda metà del secolo XVI il proprietario del
complesso risulta Cosimo Giustini, il
quale lo dona a due Istituti di Carità, la Casa degli Orfani e il Conservatorio
di Santa Caterina della Rosa, e qui appare il nome che troviamo nella prima metà
del ‘700: Castel di Leva, probabile corruzione dell’antico Castel Leo o
Leone. In questo squallore di pietre pericolanti, l’unica nota vivace è
l’immagine della Madonna affrescata sul muro di quello che resta di una torre
e presso la quale pastori e contadini hanno l’abitudine di radunarsi il sabato
per recitare il rosario e tenere accesa la lampada che arde davanti alla
Madonna. E torniamo al giorno di primavera del 1740, quando un pellegrino
solitario diretto a Roma smarrisce la strada nei pressi di Castel di Leva. Dal
basso vede sulla collinetta qualcosa che gli sembrano casali, per avere
un’indicazione sale tra camomilla e finocchio selvatico, ma quando arriva
all’ingresso dei ruderi sul posto non c’è nessuno, salvo una muta di cani
inferociti che gli si lanciano contro. Il poveretto è in preda allo spavento più
profondo quando, alzando gli occhi, vede l’effigie della Madonna e invoca il
suo aiuto. La cosa più incredibile dei miracoli è che accadono, come ebbe a
dire Chesterton, e i cani all’improvviso si fermano e spariscono. Il
pellegrino è fuori di sé dalla gioia, racconta quanto gli è accaduto a tutti
quelli che incontra e, come scrive un cronista dell’epoca, la gente incomincia
a recarsi a Castel di Leva: “tanto che non si distingueva più il giorno dalla
notte, era un accorrere di pellegrini sempre più devoti e numerosi che
ricevevano numerose grazie”.
Poiché il numero dei fedeli alla Madonna miracolosa lievita come il pane, il
Vicariato di Roma decide di non lasciare più all’aperto l’immagine che il 5
settembre del 1740 è segata e portata nella vicina tenuta detta La Falconara,
quindi posta nell’annessa chiesetta di Santa Maria ad Magos.
Naturalmente si scatena un putiferio perché se Castel di Leva appartiene
al Conservatorio di Santa Caterina, che nel frattempo ha acquistato anche la
parte della Casa degli Orfani, La Falconara è proprietà di S. Giovanni in
Laterano e i primi richiedono a gran voce la loro “proprietà”. Interviene
la Sacra Rota decidendo che le offerte dei pellegrini spettano all’immagine e
devono servire per costruire una nuova chiesa là dove è sempre stata. Il 19
aprile 1745, lunedì di Pasqua, ecco il trasferimento nella nuova chiesa che,
salvo qualche modifica, è quella tuttora esistente ed opera di Filippo
Raguzzini.
La
partecipazione di popolo da Roma e dai vicini Castelli è tale che papa
Benedetto XIV decide di concedere l’indulgenza plenaria anche nei sette giorni
seguenti il nuovo insediamento.
Il 31 maggio del 1750 la chiesa è consacrata dal Cardinale Rezzonico, poi papa
Clemente XIII, il quale concede che l’altare sia “privilegiato”.
La devozione verso l’immagine aumenta di anno in anno e per accogliere i
fedeli si decide di affidare il nuovo Santuario ad un custode eremita, il primo
dei quali è Pasquale Francesco. Poiché gli eremiti non sono sacerdoti e non
possono prendersi cura delle anime, nel 1805 si decide di affidare la cura del
Santuario a sacerdoti che vi dimorano solo nel periodo della Pentecoste, quando
i pellegrinaggi sono più numerosi. La serie dei vice parroci è continuata fino
al 1930, quando il Santuario passa alla dipendenza del Vicariato che invia sul
posto, con l’obbligo di residenza, un rettore che dal 1932 diventa anche
parroco della Parrocchia del Divino Amore. Il primo è don Umberto Terenzi che
nel 1942 fonda le Figlie della Madonna del Divino Amore e, una ventina di anni
dopo, i sacerdoti oblati che da allora custodiscono il Santuario.
A Roma, la gita al Divino Amore è accompagnata da un ricordo di gaiezza
folcloristica che poco ha a che fare con la spiritualità. Questo risvolto lo si
deve alle cosiddette “minenti” diventate poi “madonnare”. Le minenti
erano popolane romane, per la maggior parte lavandaie o erbivendole, che tutti
gli anni organizzavano una loro festa il lunedì dopo Pentecoste. La
preparazione di questa festa laica durava un anno, durante il quale si
studiavano gli addobbi delle “carrettelle” che avrebbero trasportato le
allegre brigate di donne dai vestiti sgargianti, abbondantemente ingioiellate, e
i loro accompagnatori ad Albano dove i carri migliori sarebbero stati premiati e
tutto si sarebbe concluso in una colossale mangiata abbondantemente annaffiata
con l’ottimo vino locale, un giro ai Castelli e ritorno a Roma con soste per i
vari bicchieri della staffa, la “sbrasata” finale in città per farsi
ammirare mentre si prendevano vari caffè e gelati. Poiché la festa della
Madonna del Divino Amore cadeva nello stesso giorno, il comitato organizzativo
delle minenti, perché c’era anche un comitato, decise di inserire una sosta
al Santuario. Ecco il perché del soprannome madonnare, anche se la compagnia
non si preoccupava certo di giungere in tempo per la messa e la sosta si
riduceva ad una chiassosa colazione al sacco tra il vociare della gente e il
tintinnare dei campanelli che ornavano i finimenti degli animali che trainavano
le carrettelle. Questa usanza un po’ blasfema ha dato spunto a numerose poesie
dialettali, facendo muovere le lingue ironiche del tempo che ammonivano le
“madonnarare” a non sperare nella “grazzia” poiché non andavano con
atteggiamenti penitenziali, magari a piedi, e pregando ma: “ciannate
cantando li stornelli, carzate e vestite e poi, invece de tornà a Roma,
sempre a piedi, voi ve n’annate a Arbano, a magnà e beve”. Illuminante è
la storia del Santuario, in versi romaneschi, di A. Terenzi, che mi dispiace di
non poter riportare per mancanza di spazio, ma che si trova nel libro di Nicola
Tommasini “Il Divino Amore, storia, tradizione, pietà popolare”.
Ora, il pellegrinaggio si svolge con altro animo, a piedi e di notte, con
partenza dal Circo Massimo, ogni sabato da Pasqua alla fine di ottobre.
Siamo nel 1944 e Roma corre il pericolo di essere travolta dagli eventi
bellici. Il quadro della Madonna è prelevato il 24 gennaio e spostato in varie
chiese della capitale, le quali si rivelano troppo piccole per contenere la
folla dei fedeli. Infine è a S. Ignazio dove il 4 giugno il popolo romano si
raduna per invocare la liberazione della città, facendo voto di rinnovare la
propria vita, promettendo di erigere un nuovo Santuario e di realizzare
un’opera di carità a suo nome. L’11 giugno è la volta di papa Pio XII che,
sempre insieme al popolo, si reca a venerare l’immagine e
conferisce alla Madonna del Divino Amore il titolo di salvatrice dell’Urbe.
Nel 1947, nella cisterna dell’antico castello, è stata realizzata la cripta
dell’Addolorata dove si conserva la riproduzione artistica del primo miracolo
e del Voto di Roma, mosaico del professor Achilli, e dove dal 1974 riposa don
Umberto Terenzi.
A guerra finita si sviluppano le opere caritatevoli promesse.
Nella città di Roma molte edicole dedicate alla Madonna riproducono
l’affresco. Nel 1939 se ne contavano 535, durante la guerra molte furono
distrutte dai bombardamenti, ai nostri giorni sono circa 200, contornate da ex
voto e lapidi commemorative. A questo proposito, vale la pena di raccontare la
storia di un ex voto custodito nel Santuario. Si tratta della cuffia del
radiotelegrafista Biagi in forza sul dirigibile di Nobile nel 1928, quando
sorvola il Polo Nord. Nel quadro che la contiene, in cima si vede il momento di
gloria: il 24 maggio la bandiera italiana e la croce d’oro donata dal papa
sono lanciati sul ghiaccio. Nel riquadro di sinistra è raffigurata la caduta del dirigibile e gli
inutili tentativi dei superstiti di comunicare dalla Tenda Rossa. A destra il
telegrafista Biagi fa voto di donare la sua cuffia alla Madonna se riusciranno a
cavarsela. Nel riquadro in basso è il momento culminante: la radio, che per
diciotto giorni, nonostante tutti i tentativi, è rimasta muta,
all’improvviso funziona, si lanciano i messaggi, si ascoltano le voci
dei soccorritori, arriva la salvezza.
Perché Madonna del Divino Amore? Con questo nome la si conosce dai tempi
più remoti, anche se non si può affermare che se abbia avuto a che fare con le
compagnie omonime nate a Roma agli inizi del cinquecento. L’immagine risale
probabilmente alla fine del 1300, sembra attribuibile alla scuola romana
con influenza bizantina. Alcuni critici fanno notare la somiglianza tra
questa icona e quella venerata nella chiesa dei santi Cosma e Damiano. La
Madonna è rappresentata in trono con il Bambino in braccio, ai lati due angeli
dalle grandi ali: quello a sinistra di chi guarda regge l’aspersorio,
l’altro un turibolo. Ciò che dell’antico affresco si è salvato, e molto
deteriorato essendo stato esposto per secoli alle intemperie, è tutto qui: la
parte sovrastante, quella riguardante lo Spirito Santo, il Divino Amore
attraverso il quale Gesù si è incarnato nella Vergine, non è autentico.
Probabilmente, spiegano gli studiosi, è andato perduto quando l’immagine fu
segata e collocata nella chiesa, 1744, e ridipinto grossolanamente per non
lasciare la raffigurazione della Madonna senza il suo principale attributo.
L’ultimo restauro ad opera della Sovrintendenza ai Monumenti e alle Belle Arti
di Roma ha restituito all’immagine il suo splendore e il suo fascino.
Molte opere sono state fatte per accogliere degnamente i devoti, operante ed
efficiente è la Casa del pellegrino, a cui va la mia riconoscenza per un
piccolo atto di gentilezza. Oltre ad offrire ampia ospitalità, vi si tengono
convegni e ritiri.
Per informazioni casadelpellegrino@jumpy.it
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