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Anno 11
Numero 41
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Turismo
ALATRI
Almalinda
Giacummo
E’
un’altra delle più importanti città degli Ernici, ma della sua storia più
antica si conosce poco.
Secondo alcune leggende fu fondata dal dio Saturno, secondo altre la città
originale sarebbe stata tracciata seguendo le linee del sole nascente sul
pianoro dell’Acropoli nel giorno del solstizio d’estate.
E su una porta, la Bellona (oggi detta di S. Pietro), pare fosse visibile
un’immagine del mitico fondatore con in mano una falce, attributo del dio, la
cui origine sarebbe da far risalire ai costruttori Pelasgi.
Sappiamo che l’antica Aletrium nel
306 a.C. non volle unirsi alla coalizione contro Roma e che
divenne municipio durante le guerre sociali. Anche Alatri fu devastata da
Totila nel VI secolo ma risorse poco dopo con il nome di Civitanova. Dal 547 fu
sede vescovile; quindi fu conquistata da Cristiano di Magonza e ripresa da
Gilberto e Riccardo di Gaia de’ Normanni. In seguito riuscì a resistere agli
assalti di Enrico VI di Svezia nel 1186 e di Federico II nel 1243. Fu
possedimento della famiglia Conti e poi della Chiesa dal 1389.
Uno dei monumenti più importanti della cittadina sono sicuramente le sue due
cinte murarie, quella dell’Acropoli, variamente datata fra il VI ed II-I
secolo a.C., con ben cinque porte, di cui due ben visibili, protagonista di
profondi restauri ad opera di Publio Betileno Hapolo, e la cinta cittadina lunga
circa 2 km, forse del IV sec., il tutto per lo più in opera poligonale di terza
maniera. I blocchi in generale sono disposti su due file: quelli di facciavista
risultano levigati e ben tagliati, mente quelli interni sono stati appena
sagomati.
Sull’Acropoli era poi probabilmente il tempio principale della città, laddove
oggi si trovano il Duomo ed il Vescovado. Il centro storico, invece, si divide
equamente fra archi gotici nelle strade principali e porte architravate di
ispirazione romanica nelle strade secondarie.
Nella piazza centrale della cittadina oltre al neoclassico palazzo comunale,
sorge la chiesa di S. Maria Maggiore, la cui più antica notizia è del 1137 ma
assai rimaneggiata già nel XIII secolo con l’allungamento attraverso un
vestibolo che abbraccia le tre navate. Probabilmente fu impiantata sul luogo in
cui sorgeva un tempio pagano, forse dedicato a Giove per il ritrovamento di
un’iscrizione databile alla fine del II secolo a.C. che cita il tesoro del
tempio e la famiglia Betileni nelle
persone di Marco e Gaio, e di alcuni blocchi di opera poligonale piuttosto rozza
conservati lungo il lato settentrionale della chiesa
stessa. La facciata a capanna presenta tre portali che nelle lunette conservano
affreschi del ‘400 ed un grande rosone, particolare per le nervature centrali
che compongono un quadrato. Questo simbolo particolare si chiama Triplice Cinta:
richiama l’idea del centro sacro dei tre livelli essenziali della realtà e
dei tre gradi di iniziazione, con una versione quadrata “terrestre” ed un
circolare “celeste” che rimanda al Principio; come molti simboli antichi è
poi diventata un gioco, comunemente chiamato Filetto. Fra il portale di sinistra
e quello centrale restano labili tracce di un affresco raffigurante S.
Cristoforo. Sul lato destro si trova il campanile costruito ma mai terminato da
Bonifacio IX nel 1394, con due piani di bifore gotiche, oggi merlato ma forse
originariamente terminante con una fila di monofore ed una cuspide piramidale:
secondo alcuni le merlature sarebbero innesti in muratura preparati per i piani
superiori che non vennero mai costruiti. Alla base dello stesso campanile è poi
presente la sola lunetta di una porta con un affresco del ‘400 che rappresenta
la Madonna con il Bambino. L’interno è a tre navate con pilastri che reggono
archi romanici con alternativamente semicolonne che reggono archi gotici
trasversali: la navata sinistra è stata rifatta tra ‘700 e ‘800 e presenta
numerose cappelle. Nella prima sono raccolti diversi elementi quali
un’acquasantiera romanica, la Madonna di Costantinopoli in legno intagliato e
dipinto, opera di un artista locale con evidenti influssi bizantini a cominciare
dall’espressione ieratica, dai volti immobili e perfettamente frontali, e due
portelle lignee anch’esse (XII-XIII secolo), frammenti scultorei più antichi
con iscrizioni che ricordano Aletrium.
Uguale nel rosone è la chiesa di S. Francesco, eretta alla fine del ‘200 e
che conserva all’interno come reliquia del Santo patrono d’Italia il
mantello dello stesso Santo, che l’avrebbe regalata alla città nel 1222.
Antistante la chiesa di S. Maria Maggiore si trova la Fontana Pia, fatta
costruire da papa Pio IX, oltre alla settecentesca chiesa degli Scolopi nella
quale viene spesso riconosciuto un influsso del Borromini.
Seguendo la via del Duomo si arriva all’Acropoli, una delle meglio conservate
per quel che riguarda la cinta muraria poligonale: la forma è quella di un
trapezio allungato da E verso O e percorrendo la via Gregoriana, tracciata in
onore della visita di papa Gregorio XVI nel 1843, la si può ammirare
praticamente in tutta la sua estensione con le sue porte principali. Le mura
sono possenti
e numerosi sono i blocchi di pietra che superano i 3 m di lunghezza. La prima
porta da menzionare è senz’altro la Porta Aeropago, detta anche Maggiore o di
Civita, alta ben 4.50 m e larga 2.68 con un architrave formato da un monolito
enorme, circa 5.13 m: da qui si accede attraverso una galleria in pendenza
formata da monoliti alla piattaforma dell’Acropoli stessa. Subito al di fuori
della porta una struttura in metallo e vetro (?) copre gli scarsi e quasi
incomprensibili resti di una cisterna di età romana emersa in recenti scavi e
privi di alcuna spiegazione (per questa nota devo ringraziare un signore che
stava potando la sua siepe!). Lungo il lato N si apre la Porta Minore o dei
Falli, la cui denominazione è dovuta a tre rilievi scolpiti sull’architrave
che forse una volta potrebbero aver rappresentato dei falli apotropaici ma che
oggi risultano molto rovinati: attraverso una lunga, e dalle alzate piuttosto
alte, gradinata si raggiunge anche da qui il pianoro. Presso questa stessa porta
sarebbe stata individuata una scritta incisa sulla roccia, visibile solo in
determinate condizioni di luce e a certe ore del giorno, mai decifrata perché
ogni tentativo si è dimostrato vano.
Lungo il resto del perimetro si osserva la presenza di tre nicchie quadrangolari
che pare dovessero ospitare le statue delle divinità tutelari dell’area
sacra.
Sempre lungo le mura sarebbero visibili altri due rilievi rappresentanti dei
personaggi, vicino a Porta S. Pietro: una richiamerebbe un essere caprino con
lunga barba ed arti inferiori pelosi.
Qui ad Alatri non sembra che le possenti mura siano state realizzate lavorando
la pietra locale quel tanto che era necessario per giustapporre un blocco ad un
altro, ma pare che qualcuno scientemente abbia deciso di creare un complesso ma
al tempo stesso semplicissimo sistema di costruzione, dove i blocchi aderiscono
perfettamente l’uno all’altro senza l’uso di malta ma solo attraverso
tagli perfettamente aderenti: viene denominata opus
siliceum ed è la forma più accurata di opera poligonale.
All’interno del Duomo dedicato a S. Paolo, dalla facciata seicentesca e dal
tozzo campanile del ‘700, in fondo alla navata sinistra si trova la cappella
con le spoglie di S. Sisto I papa eletto circa nel 116 d.C., forse governò 10
anni, forse era figlio di un Pastore della via Lata a Roma, oppure originario
della Grecia. Alcune fonti ricordano fra i suoi Atti il divieto per le donne ed
i laici di toccare i vasi sacri e l’invito al popolo ad unire la sua voce nel
cantare il trisagio o “sanctus”.
Controversa è anche
la questione circa la sua morte da martire poiché l’eventuale tradizione
sarebbe ben più tarda ed il martirologio di Ireneo non lo cita, mentre la
leggenda sulla traslazione nel 1132 delle sue spoglie da S. Pietro, secondo
alcuni “dappresso alla tomba di Pietro stesso”, ad Alatri sembra avere
maggiore fondamento. Pare, infatti, che la mula che le trasportava, ricevute a
Roma dall’antipapa Anacleto II su richiesta del conte Rainulfo di Alife per
combattere una pestilenza, ivi giunta non abbia più voluto proseguire,
inginocchiandosi davanti al Duomo ed aspettando testardamente che il vescovo
Crescenzio le togliesse l’urna sacra. Sull’altare è una grande statua del
Papa in cui il viso e la mano destra, che secondo alcuni conterrebbero le vere
spoglie, sono d’argento. Alla fine sembra che la città di Alife, cui quindi
originariamente era destinata la teca, abbia ricevuto un solo “dito”.
Un altro miracolo avvenuto in città è quello dell’Ostia Incarnata:
un’ostia appunto si sarebbe trasformata in carne e sangue in riparazione ad un
atto sacrilego compiuto da una fanciulla che, su istigazione di una donna dedita
a pratiche magiche, avrebbe sottratto, praticamente senza ingerirla dopo la
comunione, un’ostia consacrata. Pentitasi del sacrilegio, la ragazza avrebbe
aperto l’involto in cui la conservava ed avrebbe scoperto il miracolo. Una
bolla papale trasmessa da Gregorio IX al vescovo della diocesi Giovanni V
ricorda l’avvenimento ed è datata 13 marzo 1228. La sacra reliquia è
conservata all’interno della cattedrale di S. Paolo in una piccola ampolla
lunga 4 cm e larga 2 cm. Ancora da osservare in chiesa i frammenti lapidei, di
cui uno rappresenta Giona divorato dal mostro, e l’organo entro cornice
lignea.
Tutto il centro storico presenta angoli gotici, tratti delle mura e postierle,
oltre ad archetti e finestrelle monofore o bifore, mignanelli, terrazzini
fioriti, fino al grande Palazzo Gottifredo, costruito per volontà dello stesso
cardinale alla metà del XIII secolo con un’originale casa torre ed un corpo
di fabbrica che unisce la prima ad una seconda torre posta circa 20 m più
indietro: l’ingresso è un arco ad ogiva. Interessanti palazzo
Patrassi-Grappelli di impianto trecentesco ma abbondantemente ristrutturato nel
XVII secolo; palazzo Amore-Stampa, medievale in origine ma ristrutturato nel XIX
secolo, il severo palazzo Conti Gentili sulla piazza della chiesa di S. Maria
Maggiore.
Nei pressi della stessa cittadina si trova il muro di terrazzamento di un tempio
italico di III sec. a.C., noto come tempio italico di Alatri, di ordine
tuscanico, ed i cui materiali si trovano nel Museo di Villa Giulia a Roma.
Assolutamente distensiva ma al contempo archeologicamente appagante la
passeggiata lungo le mura, oltre a quella all’interno del quartiere Le Piagge,
che conserva intatto l’aspetto di un borgo rurale di epoca medievale, con
ancora gli artigiani che battono il ferro, sbalzano il rame e producono oggetti
in legno ed in vimini.
E
se Gregorovius disse: «Allorquando mi trovai dinanzi a quella nera costruzione
titanica, conservata in ottimo stato, quasi non contasse secoli e secoli, ma
soltanto anni, provai un’ammirazione per la forza umana assai maggiore di
quella che mi aveva ispirato la vista del Colosseo»... Era il 1858.
Una nota curiosa può essere quella riguardante alcuni studi effettuati da un
docente del Seminario di Alatri, Giuseppe Capone, secondo il quale facendo
centro in un punto posto sulla mezzeria del fianco nord del Duomo rispetto alla
cerchia esterna delle mura megalitiche si potrebbe osservare che la forma della
città è quella di un quadrilatero iscritto in un cerchio, che i tratti E ed O
hanno entrambi direzione meridiana, che le porte esterne sono equidistanti in
linea d’aria dal punto di osservazione, che lo spigolo E delle mura è in
direzione del sorgere del sole il giorno del solstizio invernale, così come la
porta S. Nicola; che la porta Portadini, al contrario, è in direzione del
tramonto del sole nel giorno dello stesso solstizio d’inverno, mentre la porta
S. Benedetto è in corrispondenza del tramonto del sole nel giorno del solstizio
d’estate.
Ancora, ad Alatri sarebbero stati trovati resti di un acquedotto a forma di U,
cioè con un sifone, di epoca preromana, lungo circa 20 km. Sotto il censore
Lucio Betileno Varo, nel 150 a.C. circa, i romani ne avrebbero costruito un
altro che portava acqua dalla più vicina Guarcino: un’opera di alta
ingegneria che consentiva di far salire circa 188 litri d’acqua al secondo
fino a 140 m di altezza. A questo censore la città dedicò una statua bronzea
nel Foro della città e nella sua iscrizione dedicatoria sono ricordati altri
lavori eseguiti dallo stesso per la città: le stradine, il portico presso
l’Acropoli, il campo “dove si gioca”, l’orologio, il mercato, la
basilica, la vasca per i bagni.
La visita ad Alatri perché: l’archeologia è viva nella città, è il suo
cuore, vita religiosa, ritrovo per i giovani, paesaggio incantato. E passeggiare
è ancora a misura d’uomo.
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