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Anno 11
Numero 41
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Turismo
FERENTINO
Almalinda
Giacummo
La
città si trova su un colle che domina la valle Latina ed era l’antico centro
ernico di Ferentinum; con Alatri e
Veroli entrò in una confederazione capeggiata da Anagni e con il Foedus
Cassianum del 493 a.C. entrò nell’orbita di Roma. Fu quindi occupata dai
Volsci e nel
413 (o 412) a.C. dai Romani, ai quali si ribellò. Con alterne vicende fu
conquistata definitivamente nel 361 a.C., distrutta da Annibale nel 211 a.C.,
divenne città di diritto latino nel 195 a.C. e municipio con iscrizione nella
tribù Publilia alla fine della Repubblica. La sua forza e la sua importanza
stavano nella posizione di caposaldo avanzato a ridosso del territorio volsco.
Uno dei personaggi nativi di Ferentino fu Salvio Otone, acclamato imperatore per
un breve periodo nel 68 d.C. Cominciò quindi a svilupparsi la città romana;
dal IV sec. d.C. fu sede vescovile e nel 487
divenne diocesi: fu il momento del suo massimo splendore, quando ospitò la
Curia generale di Campagna e Marittima. Nel 542 fu saccheggiata da Totila e nel
IX secolo dai Saraceni. Intorno all’anno Mille vi si sviluppò il Comune e ben
presto divenne patrimonio della Chiesa per la quale ospitò numerosi personaggi
illustri. Tra questi Federico II nel 1223 il quale promise, ma non mantenne, a
Papa Onorio III di partecipare alla V crociata. Distrutta nel 1560 dal Viceré
di Napoli Alvaro di Toledo, fu lasciata decadere anche a causa dell’insalubrità
dell’aria.
Notevoli sono le due cinte murarie: la prima, quella che circonda la città,
eretta fra il V ed il II secolo a.C. in tecniche miste (secondo lo studioso J.P.
Adam della prima metà del IV sec. a.C.), e disposta lungo il ciglio della
collina seguendone pedissequamente il perimetro senza grandi sbalzi altimetrici;
la seconda quella che cinge l’acropoli, in opera quadrata terrapienata,
cioè con blocchi addossati al vivo taglio nella roccia con rincalzi di terra,
originariamente opera ernica con massi di maggiori dimensioni, poi ripresa come
il resto della città in epoca romana con blocchi più regolari e di dimensioni
inferiori, con iscrizione dedicatoria dei due censori A. Irzio e M. Lollio
(datata sempre da Adam al 180 a.C.). Notevoli le torri e le porte restaurate nel
corso dei secoli, il cosiddetto mercato coperto, una cisterna ed il teatro, poi
bellissimi quartieri medievali contraddistinti dall’arco ad ogiva.
Entrati in paese attraverso la cinta muraria cittadina, fra le cui porte sono da
ricordare la Pentana, costituita da grossi blocchi di pietra ed arco di epoca
romana, e la porta Maggiore o di Casamari, di epoca sillana con due arcate a
doppia ghiera, si sale fino all’Acropoli, con un avancorpo a pianta
rettangolare di grossi massi di travertino locale di forma parallelepipeda: a
circa metà altezza si può osservare la presenza dell’iscrizione dedicatoria
di Irzio e Lollio. Le strutture murarie dell’avancorpo evidenziano una fase
costruttiva più bassa in opera poligonale, datata dagli scavi archeologici a
circa il III sec. a.C., con sovrapposta una struttura in opera quadrata di
travertino con facciavista bugnata e con blocchi
di dimensioni diverse, soprattutto più piccoli nella parte alta, quindi una
cornice che delimita inferiormente l’iscrizione dedicatoria di epoca romana;
poi le finestrelle che dovevano dare luce ed aria agli ambienti interni
all’avancorpo.
Attraverso un passaggio voltato, da cui si vedono le sostruzioni con corridoi
voltati posti attorno ad un edificio centrale cui, in superficie, corrispondeva
forse la Curia di epoca romana, si sale al piano superiore. Sempre all’interno
di queste stesse sostruzioni si trova il cosiddetto carcere di S. Ambrogio, un
ambiente di forma quadrata con all’interno mura di epoca romana e mura
pertinenti al Duomo. Saliti sull’acropoli si osserva subito il Duomo, dedicato
ai Santi Giovanni e Paolo, edificato nel IX secolo, ricostruito in stile
romanico nell’XI, consacrato nel 1108 dal vescovo Agostino e da Papa Pasquale
II, e in seguito abbondantemente rimaneggiato. La facciata presenta tre portali,
mentre uno singolo compare sul fianco destro. Dal cortile dell’Episcopio si
osserva la presenza di tre absidi e di un campanile isolato, eretto
probabilmente prima del 1066 su una precedente torre di avvistamento, con un
piano di bifore ed uno di trifore. L’interno è anch’esso diviso in tre
parti da colonne antiche di riutilizzo e pilastri; il pavimento cosmatesco è
opera nella parte del presbiterio di Paolo (1116) e nel resto della chiesa di
Jacopo (1203) della famiglia dei Cosmati; il tetto a capriate è dipinto. Anche
l’altare maggiore è cosmatesco e presenta un ciborio opera di Drudus de
Trivio (sec. XIII), realizzato su commissione di Giovanni arcidiacono di
Norwich, membro di una famiglia nobile di Ferentino: quattro colonne reggono una
trabeazione con motivo a palmette ripresa dal tempio della Concordia di Roma,
quindi al di sopra un altro giro di colonne, poi un giro a pianta ottagona, una
copertura piramidale e la lanterna con giro di colonnine a base quadrata senza
alcun raccordo con la sezione ottagona della piramide. Notevole la
rassomiglianza con quello di Anagni. Pure cosmateschi la cattedra vescovile con
i suoi due leoncini alla base ed il candelabro tortile del Vassalletto, con
l’altrettanto cosmatesco
vaso per il cero pasquale. Rinascimentale invece è il tabernacolo che si trova
in fondo alla navata sinistra, attribuito a Mino da Fiesole. Alla base del
portale della sagrestia si trovano poi un terzo leone ed una sfinge, forse
pertinenti con gli altri leoni ad una qualche struttura precedente di cui faceva
parte probabilmente anche il cero pasquale.
Sempre sulla cima dell’Acropoli si individuano i resti della costruzione mai
finita di una chiesa, del 1854, per edificare la quale si distrussero i resti di
una struttura (fortezza?) di epoca romana.
Dai pochi dati archeologici in possesso degli studiosi, si ipotizza che
originariamente l’Acropoli dovesse ospitare un tempio, cosa abbastanza comune
e probabile, un aerarium, la già
citata Curia, o una specie di favissa.
Ridiscesi in paese, un’alta arcata immette nella zona del cosiddetto mercato
romano, composto da un’aula lunga 24 m sul cui lato destro affacciano cinque
grandi vani coperti da possenti volte a botte: l’esatta identificazione con un
mercato effettivamente non c’è, mentre strutturalmente è certo che si tratti
di una sostruzione dell’Acropoli che, dato il suo aspetto architettonico,
poteva essere adibita ad usi di carattere pubblico. Viene comunemente datato in
epoca repubblicana per la presenza dell’opus
incertum, tecnica muraria attribuita
alle maestranze di età sillana.
Nel centro storico S. Maria Maggiore è la più antica chiesa di forme
cistercensi mai costruita in Italia (1150): eretta su una precedente struttura
del IV secolo, ha tre portali in facciata; quello centrale presenta leoni
stilofori ed un fregio con i quattro evangelisti della prima metà del XIII
secolo realizzato con marmi provenienti dalle vicine terme di Domitilla. Fra il
portale centrale e quello laterale sinistro si trova, ma è ormai di difficile
interpretazione, la pietra tombale di S. Ambrogio martire. La facciata
posteriore ha una bifora con rosone che illumina il coro, mentre sul transetto
si trova un tiburio poligonale. Scavi e restauri hanno portato alla luce i resti
delle chiese del IV e del IX secolo, oltre a resti di edifici privati di epoca
romana. Secondo alcuni sarebbe stata costruita dalle stesse maestranze che
lavorarono all’abbazia di Casamari.
Poco
distante si trovano i resti del teatro romano, attualmente poco leggibili ad
eccezione di una minuta parte della cavea e di parte dei corridoi di accesso
all’orchestra ed al proscenio: risale all’età traianeo-adrianea e misurava
circa 54 m di diametro. Alcune parti della struttura presentano nicchie
semicircolari e rettangolari alternate che dovevano ospitare statue.
Scendendo più in basso rispetto al teatro si arriva alla Porta Sanguinaria, che
si apre nelle mura poligonali della città con grossi blocchi squadrati per
un’altezza assolutamente notevole (7 filari di blocchi di diverse misure) fino
all’arco superiore realizzato però in epoca romana: la parte terminale in
alto dell’intera struttura è invece di epoca medievale. Adam data il
rifacimento delle parti alte e dell’arco al 100-90 a.C. Secondo la tradizione
il nome deriverebbe dai fatti di sangue ivi avvenuti o, più semplicemente,
perché qui passavano i condannati a morte per essere giustiziati in località
Aia di Monticchio, lì nei pressi.
Poco
oltre si arriva nei pressi della ex chiesa di S. Lucia, con piccola abside
decorata esternamente da archetti ciechi, mentre all’interno conserva ancora
resti di affreschi del XIII secolo. La fondazione originale della chiesa deve
essere fatta risalire al VI secolo, conferendole probabilmente il titolo di
primo luogo di culto cristiano della città con la cripta dedicata a S. Biagio
del IV secolo d.C., a sua volta posta sugli ipotetici resti delle terme di
Domitilla, di cui si conserva un pavimento a mosaico.
Appena oltre le Porta Maggiore, o di Casamari, si trova il terrazzo di roccia
sopra cui è inciso il testamento di Aulo Quintilio Prisco, aristocratico romano
che lasciò alla città tutti i suoi beni con la clausola che ogni 5 anni una
percentuale di questi, sia in natura sia in denaro, venisse elargita al popolo.
Altra clausola era il perenne mantenimento delle sue effigi. In seguito il
Senato gli eresse una statua onoraria
nel Foro, ancora in sito nel XVII secolo, quando fu donata al nipote di papa
Alessandro VII; poi fu posta su un basamento costituito da un miliario di epoca
traianea ancora visibile, mentre della statua si sono perse le tracce.
Tutto
il resto del paese è una continua scoperta, piccoli vicoli con archetti e
finestrelle, chiese rinascimentali in piazze minuscole, palazzi imponenti come
il Caetani con la sua loggia, il Palazzo Consolare, estremamente rimaneggiato,
quello di Innocenzo III e quello dei Cavalieri Gaudenti. Antiche le chiese di S.
Pancrazio, appartenente a Monte Cassino sin dal 1066 ma originaria dell’VIII;
la chiesa dedicata a S. Valentino con l’oratorio dei santi Filippo e Giacomo;
quella dedicata a S. Francesco e quella per S. Antonio Abate, fondata da papa
Celestino V.
Dalla struttura che ospita gli uffici della Pro Loco è possibile accedere agli
scavi di una casa romana, identificabile esternamente da un piccolo cartello
turistico: l’ingresso deve essere chiesto alla stessa Pro Loco. Si osserva
soprattutto la presenza di alcuni lacerti di pavimentazioni musive e di parte di
un impluvium.
La visita alla città è relativamente impegnativa: è inoltre possibile
effettuarne parte in automobile, anche se questa toglie un po’ del fascino
alla città, non consentendo, soprattutto all’autista, la visione completa
delle strutture che spesso affacciano su strade non create certamente per
permettere il passaggio agevole di mezzi a motore. Attenzione ai cartelli,
qualche volta ingannatori e recarsi alla Pro Loco prima potrebbe evitare qualche
giro a vuoto.
Di Ferentino, Orazio decantava il silenzio, la quiete e gli ozi agresti...
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