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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Turismo
LA
CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI un altro capolavoro ritrovato
Almalinda
Giacummo
E’
stata dura ma, alla fine, la Cappella di Giotto è stata riaperta alla pubblica
godibilità. I danni riscontrati nella Cappella erano dovuti all’umidità
proveniente sia dall’esterno sia dal fiato che dalla traspirazione dei sempre
numerosi visitatori. L’acqua aveva attaccato la
calce dell’affresco trasformandola in gesso che scioglie i colori e fa cadere
e sbriciolare tutto il supporto. Sono stati quindi consolidati i muri esterni ed
è stato inserito un CTA (Corpo tecnico attrezzato). Come funziona la visita?
Bisogna innanzitutto prenotare e pagare tramite bonifico bancario un biglietto
discretamente salato (11 euro a persona, compreso l’ingresso al Museo Civico
agli Eremitani), ricordandosi di far pervenire entro 24 ore il fax
dell’avvenuto bonifico, portando inoltre con sé una fotocopia fino a Padova.
Poi arrivare per tempo in biglietteria e far la fila fuori dal CTA. Il disagio
che ciò può procurare, vale però l’impresa: una volta entrati in un
ambiente detto di “depurazione”, dove si sosta per 15 minuti visionando un
filmato-cd rom sulle decorazioni della Cappella, si entra al cospetto di una
delle opere pittoriche più suggestive al mondo. Ma di cosa si tratta
esattamente? La
Cappella fu fatta costruire da Enrico Scrovegni nel ‘300 per placare le ire
della chiesa contro il padre Rinaldo, noto usuraio che Dante collocò fra i
dannati (Inferno, canto XVII, riferendosi allo stemma della famiglia con una
scrofa azzurra in campo bianco: «E un che d’una scrofa azzurra e
grossa/segnato avea lo suo sacchetto bianco»). Si tratta di una piccola chiesa
romanico-gotica posta all’interno dei resti dell’antico anfiteatro romano,
completamente affrescata all’interno da Giotto, e forse su suo stesso
progetto, e dai suoi allievi. In effetti, di un suo progetto non esistono
testimonianze ma il perfetto accordo fra la struttura e le pitture lo fanno
pensare, tanto più che alcuni anni più tardi, nel 1334, gli operai fiorentini
lo nomineranno capomastro per S. Maria del Fiore.
I
suoi affreschi hanno trasformato l’interno della chiesetta in uno dei tesori
più ammirati del mondo: le figure, senza ombre e immerse in una luce irreale,
pulsano di vita nella gamma innovativa dei colori che li compongono, esprimendo
tutte le più intense ed intime emozioni umane. Secondo molti critici e storici,
qui nacque la pittura moderna.
L’artista dipinse la cappella nel giro di 2 anni, tra il 1305 ed il 1306: coprì
le pareti dividendole in tre grandi fasce, non ostacolate da alcun elemento
architettonico, con dipinte scene della vita di Maria e di Cristo ad andamento
rigorosamente narrativo, e concluse in basso da un alto zoccolo di finti marmi
alternati a nicchie con le figure simboliche dei Vizi e delle Virtù dipinte in
monocromo; sulla controfacciata è eseguito un Giudizio Universale. Qui, in
basso a sinistra, è rappresentato anche Enrico Scrovegni che, insieme ad un
frate, offre il modellino della chiesa al Cristo. Ma andiamo sempre con ordine:
il primo episodio è la Cacciata di
Gioacchino dal tempio. Egli è privo di figli ed essendo vecchio non potrà
averne anche in futuro, ciò è considerato ignominioso dagli ebrei. Ma ciò è
il preludio del miracolo che avverrà: nonostante l’età avanzata Gioacchino e
sua moglie Anna avranno una figlia, Maria, voluta da Dio per essere la madre di
Gesù. Un altro quadro importante, fra gli altri, è il Ritiro
di Gioacchino fra i pastori: il dolore del Santo è espresso dal manto che
racchiude il corpo, dalle spalle e dalla testa china, in doloroso raccoglimento,
lontano dalla città, vicino alle montagne quasi brulle, eccezion fatta per
pochi alberelli, e tra le pecore, discoste sulla destra, ed il cane festoso,
animali che raccordano il Santo, i pasti e la capanna. Il blu del cielo ed il
colore delle montagne, compatti, fanno da sfondo alle sfumature rosate del
manto, al viola ed al marrone chiaro delle vesti dei pastori, al bianco del
cane, generando un volume unico e perfetto.
L’Annuncio a S. Anna vede lo spazio
magnificamente espresso nella definizione dell’ambiente dove la santa apprende
la notizia dall’angelo, escludendo tutto ciò che è estraneo
all’avvenimento, includendo solo ciò che connota una stanza da letto, pochi
oggetti personali: la donna che fila subito al di fuori della stanza serve quasi
ad accentuare l’importanza dell’avvenimento. L’Incontro
di Gioacchino ed Anna presso la porta Aurea, lui è di ritorno a Gerusalemme
dopo aver saputo che la moglie è incinta, accentua ancora di più
certi caratteri: la porta è il fondale quasi totale della scena ma risulta
piccola rispetto alle figure umane, di cui quelle centrali, i due Santi, si
fondono a formare un tutt’uno, una massa triangolare in cui i visi si
distinguono bene per i diversi colori usati, rendendo palesi le diversità ma
confermando l’insieme dell’amore, della fede e della consapevolezza.
Notevole la figura di donna ammantata dietro ai due protagonisti, connotata
psicologicamente dall’avere il capo parzialmente nascosto. Uno fra i riquadri
più famosi è Il bacio di Giuda:
sullo sfondo un nucleo disordinato di soldati che agitano aste, fiaccole, e c’è
chi suona, davanti sono i protagonisti fra cui il sacerdote che ha ordinato
l’arresto di Gesù e Giuda che baciandolo lo indica ai soldati, Pietro che
taglia l’orecchio di uno dei servi del sacerdote ed un altro personaggio che
gli tira un lembo della veste. Cristo è alto, sereno e fermo, consapevole del
suo destino, già noto ed accettato, Giuda è ambiguo e sfuggente, più piccolo,
quasi timoroso.
Non può mancare in una seppur breve descrizione della Cappella il Compianto
su Cristo morto: a rendere netto il “palco” sul quale si svolge la scena
pensano due figure femminili che rivolgono le spalle allo spettatore, piramidali
e possenti, salde e delineate sinteticamente dai colori, sofferenti nella loro
pesantezza di fronte allo spettacolo di morte che si offre loro. Il resto si
dispone come sempre su piani trasversali paralleli, con il corpo di Cristo
giacente e della santa che gli osserva e sostiene i piedi feriti dai chiodi, la
Madonna che ne abbraccia la testa ed un’altra santa che ne bacia la mano;
quindi le figure in piedi e le montagne che, come spesso accade, chiudono la
composizione, con la striscia rocciosa che riconduce lo sguardo sempre verso il
Cristo morente. Tutto appare molto composto ed il movimento di Giovanni, con le
braccia allargate in dimostrazione di uno stupore esterrefatto è come fermo nel
tempo e, quindi, non un sentimento immediato ma una idealizzazione e
rappresentazione di un giudizio morale, fuori del tempo e sempre attuale,
constatazione del livello di bassezza che può raggiungere l’essere umano.
Siamo
al Giudizio Universale: occupa per intero la parete d’ingresso e
secondo molti studiosi, pur essendo stato disegnato da Giotto, probabilmente fu
eseguito in gran parte da suoi collaboratori, ad esclusione dell’offerta del
modellino della Cappella alla Madonna e Sante da parte di Enrico Scrovegni
aiutato da un frate. Il modellino è leggermente diverso rispetto
all’originale e, tra l’altro, Enrico appare sì più in basso rispetto alle
figure dei Santi ma, se si dovesse alzare all’improvviso in piedi, sarebbe
alto come loro, se non di più: l’uomo è sempre prostrato rispetto alla
divinità, ma con una sua dignità.
L'opera illustra il grande poema cristiano che termina con il Giudizio finale di
tutti gli uomini, originariamente in grado di scegliere fra bene e male ed ora
chiamati a rispondere delle loro azioni. E’ il colore che crea il risalto: ad
Assisi i colori sono più aspri ed il volume viene reso con il chiaro-scuro, qui
invece il colore varia d’intensità in relazione alla maggiore o minore
quantità di luce che riceve e, conseguentemente, alla posizione che il
personaggio-oggetto ha nello spazio che lo riguarda. Secondo alcuni quest’uso
del colore derivò a Giotto dalla conoscenza dei dipinti romani del Cavallini
(S. Maria in Trastevere), mentre per altri è innegabile l’influenza
veneziana: sta di fatto che il colore rende l’opera di Giotto solida, mentre
la tradizione veneziana rende tutto leggero, etereo.
Non spazientitevi per la sosta nella camera di "depurazione", poiché
vi consente di fissare nella mente particolari che, una volta al cospetto della
Cappella e delle sue opere, potrebbero sfuggirvi per troppa meraviglia.
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