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Anno 10
Numero 36
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Turismo
SARTEANO,
CORTONA, AREZZO E POPPI: Toscana for ever…
Almalinda
Giacummo
Quest’anno
sono andata in vacanza. Ho deciso: ho lavorato come un somaro tutto l’inverno,
ed anche qualcosa in più, due soldi da parte li sto mettendo, non mi riposo da
un bel
po’… e poi, crepi l’avarizia! Non si vive di solo lavoro, anzi, quindi…
Il viaggio è cominciato da Sarteano, in Toscana, piccolo borgo murato
sorto “ad arco” a ridosso della rocca feudale dei Vanenti, del XII-XIII
secolo. Il castello fu riorganizzato probabilmente dal Vecchietta
e poi da Baldassarre Peruzzi nella prima metà del ‘500. Nel
XVII secolo passò da castello a residenza signorile, fino ad essere
quasi smantellato a metà dell’ottocento. Il Museo archeologico ha sede in
Palazzo Gabrielli, con materiali etruschi provenienti dal territorio, oggetti
dell’età del Bronzo e di epoca romana. Sia via Roma sia corso Garibaldi
presentano le facciate di molti palazzi antichi, quali il Piccolomini, il Goti
Fanelli, il Sisti Berdini ed il Cospi Forneris. Notevoli anche le chiese, fra
cui S. Martino, all’interno della quale è conservata l’Annunciazione di
Domenico Beccafumi.
La visita a Sarteano è stata fatta soprattutto per vedere quella che era ormai
una vera fissazione ogni volta che facevo su e giù per l’Italia: la Tomba
della quadriga infernale. Ritrovata nel 2003 nella necropoli delle Pianacce a
circa 5 metri di profondità nel travertino, presenta parte di un ciclo
pittorico vivido per i colori che risaltano sull’intonaco: entrando dal dromos
si riceve il benvenuto dal demone Charun che guida ghignante una quadriga
trainata da due leoni e due grifoni, sollevando una nube di polvere. Poi, una
nicchia si apre nella stessa parete, circondata da una cornice modanata, forse
l’ingresso dello stesso oltretomba, quindi la rappresentazione di un banchetto
con due personaggi sdraiati su una kline, variamente interpretati come padre e
figlio o come amanti, uno vivo l’altro morto per la presenza di una barba
appena accennata, come morti entrambi. Quindi un servitore con in mano un colino
per filtrare il vino e la camera sepolcrale vera e propria che sulla sinistra ha
un mostro anguiforme a tre teste, anch’esso molto colorato, ed un ippocampo
nel semifrontone della parete di fondo. All’interno è stato restaurato un
sarcofago in alabastro grigio che si è salvato dal furto forse per le sue
dimensioni fuori dall’ordinario, ma non si è salvato dal vandalismo: sul
coperchio il defunto disteso su due cuscini ed una doppia kline a rilievo, molto
simile a quella dipinta per la coppia di figure maschili. Dai pochi elementi di
corredo rinvenuti, la tomba si data nella seconda metà del IV secolo a.C.
La visita avviene per piccoli gruppi: è obbligatorio prenotarsi presso il Museo
civico archeologico di Sarteano che provvede all’appuntamento, all’apertura
ed ad una breve ma esaustiva visita guidata. La mia è avvenuta comunque,
nonostante l’acqua che dal cielo scorreva copiosa!
Dopo aver trascorso la notte in un B&B ricavato in un rustico restaurato con
corte e campi coltivati, ecco la salita verso Pienza, una specie di bomboniera
quanto a splendore e dimensioni. Città natale di papa Pio II, al secolo Enea
Silvio Piccolomini, con il nome di Corsignano, dopo la sua elezione fu innalzata
al rango di città ideale (1459) attraverso l’opera di uno dei più famosi
artisti dell’epoca, Leon Battista Alberti, che suggerì al papa di affidare i
lavori a Bernardo Rossellino, per far confluire sulla piazza principale, dove si
trovava la residenza del Papa, le vie su cui affacciavano le abitazioni della
corte, dalla più piccola a quella dei vari alti prelati che alloggiavano negli
splendidi palazzi che oggi affacciano su Corso Rossellino. Ma il centro è
comunque piazza Pio II, di forma insolitamente trapezoidale, su cui prospettano
la Cattedrale ed i palazzi Borgia, poi vescovile, e Piccolomini, con un
pavimento originale di mattoni con liste di pietra che ancor più accentua
l’apertura verso la chiesa ed il retrostante panorama della Val d’Orcia.
Tutto da vedere di persona perché, pur nelle ridotte dimensioni, l’insieme è
di estremo fascino. Personalmente ho preferito seguire una visita guidata del
Palazzo Piccolomini, ove si sono conservati molti elementi di arredo antichi,
anche se pertinenti a varie epoche. Fanno mostra
di sé un divano in pelle, un monetiere intarsiato in pietra paesina, un piccolo
recesso usato come pensatoio-luogo di lettura privato ed arredato da alcuni
libri ed un divanetto grande esattamente come la stanzina, uno spremiagrumi in
legno, un orologio che segnava solo le ore, quindi con una sola lancetta e credo
che si chiami Pressappoco. Poi il salone delle armi, quadri di battaglie,
soprattutto rappresentanti quella della Montagna bianca, in cui un membro della
famiglia si distinse particolarmente. Poi la camera da letto del papa, con un
letto del ‘500, altissimo e piccolissimo, un leggio per quattro libri. E non
poteva mancare una ricca biblioteca, guardata a vista, ed in cui è difficile
leggere di quali incunaboli e volumi si tratti, anche se alcuni sono degli
erbolari. Dopo una lunga passeggiata, visto che il cartello turistico non
riporta le distanze, si arriva stremati fino alla pieve isolata dedicata ai
santi Vito e Modesto, una costruzione romanica del l’XI-XII secolo in blocchi
di tufo, con una bifora che presenta una figura femminile come colonna di
sostegno ed un campanile cilindrico decisamente poco slanciato e con un giro di
monofore. La facciata è a capanna con archetti pensili ed ha un portale molto
ricco di decorazioni, così come quello che si trova lungo il lato destro.
Rifocillata in un negozietto che non mi ha regalato nulla ma mi ha lasciata
andare con in corpo alcuni assaggi sia di formaggi sia di ottimi vini locali,
oltre ad alcune sporte di prodotti acquistati non certo ad un prezzo
concorrenziale, via alla volta di Cortona.
La prima cosa da sapere è che conviene parcheggiare il più in su possibile,
stando bene attenti,
però, che la strada non è a due sensi e se non si trova parcheggio si scende
dall’altra parte, pena farsela comunque a piedi in salita. Per mangiare non è
un problema a meno che non si cerchi la porchetta: assente. Allora si devia
verso altre specialità locali, per concludere con le fantastiche costolette
d’agnello…L’ho già detto era una vacanza, altrimenti sarei stata più
sobria! Dopo il lauto pasto, ho cercato di fare la brava turista mordi e fuggi:
ero lì per vedere per prima cosa i cosiddetti Meloni del Sodo I e II e ho
pensato bene di informarmi presso il locale museo sugli orari e varie ed
eventuali. Già alla biglietteria sono iniziate le sorprese: il I è comunale,
si organizzano gruppi e si va su prenotazione. Ho risposto: “bene, mi
prenoto”…, e la ragazza “non c’è nessun altro…”, ed io:
“bene, apro la lista…”, e lei “magari sarà per domani.., ed io “non
c’è problema, a Cortona c’è così tanto da vedere che posso stare anche un
paio di giorni…, e lei “… ma non abbiamo personale…”. Ah, ecco perché…
Si rende conto della mia delusione e mi indirizza verso il Melone II, di
pertinenza dello Stato, aperto, ma di cui per sicurezza mi fornisce il numero
della custode… Abbastanza soddisfatta lo stesso, poiché la piattaforma
monumentale pertinente al tumulo etrusco scoperta a Cortona si trova proprio lì,
parto con la mia macchina, seguo delle segnalazioni bizzarre ed alla fine
incrocio prima il segnale del Melone I. Mi dico: almeno lo vedo da fuori…
arrivo al parcheggio, mi guardo intorno e vedo solo coltivazioni, la ferrovia,
alcune case, un parco
giochi acquatico… e il tumulo monumentale? Durante un giro di ricognizione mi
arrampico su un terrapieno ed al di là di un fosso scorgo uno scavo
archeologico, individuabile per via dei bandoni di metallo, e dei turisti che mi
indicano la nuova strada. Li raggiungiamo ma si tratta del Melone II, CHIUSO!
Compongo il numero telefonico della custode, il telefono suona, suona ma non
risponde nessuno. Poi penso che, forse, il numero corrisponde al gabbiotto che
sto guardando nell’area degli scavi, quasi abbandonati, sporchi. Non convinta
faccio il giro, o quasi, della recinzione, trovo un paio di buchi nei quali non
mi infilo perché sono una persona corretta, scatto qualche foto in mezzo alle
maglie della rete e mesta torno verso l’auto salutando con gli occhi la
piattaforma, molto restaurata nelle sue apparenti palmette. Intanto
sopraggiungono altri turisti che parlano di una tomba aperta e mi raccontano che
hanno saputo che il Melone I si trova in proprietà privata e che fino ad un
po’ di tempo fa c’era un vecchietto che se gli suonavi ti apriva e ti faceva
vedere il tumulo, ora…quindi vado alla ricerca di quest’altra tomba, trovo
la segnaletica perché il turista di prima mi ha spiegato dov’è, trovo il
parcheggio, questi sono sempre ben segnalati, arrivo alle tombe e, guarda caso,
sono chiuse, senza uno straccio di spiegazione! Mi dico che il turista avrà
trovato una visita guidata, poiché raccontava di almeno venti persone…
Vabbé, c’è altro da vedere: all’incrocio è segnalata l’area
archeologica di Camucìa, eccomi alla ricerca della segnaletica che ad un certo
punto… scompare. D’accordo l’archeologia, ma qui si esagera! Un cartello
mi viene in soccorso: AREZZO e, vinta dallo sconforto, saluto poco cordialmente
Cortona e le sue forse bellezze etrusche e salgo verso Piero della Francesca e
la ceramica aretina.
La città è bellissima ed il primo impatto entusiasmante. Data l’ora tarda mi
infilo nell’ufficio informazioni dove due cortesi e disponibilissime ragazze
non solo mi accolgono come se fossi la turista più importante, ma mi trovano al
volo un B&B all’interno di una villetta liberty a due passi dal centro
storico, ad un prezzo concorrenziale. Depositata la macchina, mi faccio
intortare da un’osteria tipica, dove già sedersi significa pagare, ma
pazienza, siamo praticamente dentro Piazza Grande, illuminata da suggestive luci
sui toni del giallo, semideserta, con un clima più che favorevole
all’assaggio degli speciali vini locali.
Assaggiati piatti tipici come i grifi, praticamente testina di maiale in umido,
poco adatta alla stagione estiva ma io non lo sapevo, passeggiata digestiva per
il centro storico per arrivare al letto, meta agognata di una giornata faticosa
e semi incomprensibile.
Il giorno seguente partenza con rinnovato entusiasmo: chiedo alla nostra ospite
se eventualmente è possibile fare un soggiorno più lungo e lei acconsente,
salvo conferma, e poi via, alla scoperta delle bellezze di Arezzo. Prima visita
a piazza Grande, via della Seteria con il fianco della pieve la cui abside ad archetti si affaccia sulla piazza, la fontana pubblica
della seconda metà del ‘500, il Palazzo della Fraternità dei Laici, subito
di fianco al palazzo del Tribunale, con il bassorilievo della Madonna della
Misericordia nella lunetta mistilinea, con la balaustra ad anfore di gusto
donatelliano ed il campanile a vela futuristico. Poi le Logge di progettazione
Vasari con botteghe dall’antica forma a spallette con sportello centrale per
il passaggio. Più in alto la fortezza medicea costruita su strutture precedenti
da Antonio da Sangallo il Giovane a partire dal 1538, il perimetro è salvo ma
l’interno, oltre ad alti corridoi voltati ed apparentemente seminterrati poco
conserva: in compenso il panorama su parte della città è notevole, ed anche
piuttosto pulito per essere un parco pubblico. Poi la discesa verso il Duomo,
datato fra l’ultimo ventennio del XIII secolo ed il ‘500 ad alterne riprese,
con la facciata di inizio ‘900. Leggermente
precedente il fianco destro, con il portale fiorentino incorniciato da due
tronconi in porfido sicuramente più antichi, e una lunetta in terracotta di
Niccolò di Luca Spinelli. Da vedere sicuramente la Maddalena di Piero della
Francesca, anche se la sua posizione, e la scarsa importanza dedicatale,
sembrano quasi volerla far passare in secondo piano. Poi deviazione veloce e
discesa altrettanto veloce verso S. Francesco e la sua biglietteria per accedere
al coro dove, per conto della famiglia Bacci, Piero della Francesca eseguì gli
splendidi affreschi della Legenda della Vera Croce: unica nota, bisogna
documentarsi bene prima perché non è prevista all’interno alcuna visita
guidata, anche se a me è stata spacciata, e non ci sono pannelli esplicativi,
solo 6 euro per accedere. Punto. Delusa, dopo la lunga attesa sono andata al
Museo archeologico dove Eufonio, pittore greco, mi ha riportato il buon umore,
insieme alla terra sigillata italica ed alle sue matrici, alle anfore volsiniesi
ed ai numerosi falletti bronzei delle raccolte aretine.
Di minore impatto l’anfiteatro, ma vivo a Verona e sono nata a Roma, posso
soprassedere. Peccato non ci sia un catalogo.
Stremata, nel viaggio di ritorno sono
passata velocemente per Poppi, ridente residuo di borgo medievale preferito
dai giapponesi per i loro matrimoni, ma forse perché non sanno che in
Italia ci sono centri medievali meglio conservati.
Tirando le somme mi sono detta che prima o poi i turisti si stuferanno di
farsi prendere per il naso: l’Italia è cara, i sevizi penosi e vedere le cose
su libri e giornali è una fregatura, la realtà li fa apparire più ruderi di
quel che sono. Viaggerò ancora in Italia, il nostro paese è troppo bello, ma
mi munirò di tenda e forse cercherò di essere meno brava ragazza, forzerò le
reti rotte ed insisterò per avere ciò che viene pubblicizzato. Almeno quello.
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